Il Sopravvissuto – Intesomale

Me ne stavo seduto in una stanza affittata per una settimana nel centro di una città che va a dormire alle otto di sera, con tutto l’alcol che ero riuscito a mettere insieme uscito dalla riunione che mi aveva inchiodato il culo a quella tedescaggine noiosa di giugno. Stavo lì e riflettevo su come dare un contorno credibile a un personaggio che stava prendendo forma in uno dei tanti specchi di mondo sfasato che mi porto e ci portiamo tra un orecchio e il suo antagonista agli antipodi del cranio. Il personaggio in questione, aveva detto, forse in sogno o forse per davvero, la musa dai capelli e dalle idee colore della notte e del caffè, doveva essere un intellettuale borghese che, per un qualche motivo, decideva di diventare un criminale. Detta così, è una storia vecchia, ma la verità è che la maggior parte delle storie di questo tipo sono banali, stupide e poco credibili. La verità è che per prendere una persona, una brava persona, una persona che pensa di essere una brava persona, e farle una plastica alla morale al plastico, ci vuole un motivo coi controcoglioni. Uno sbalzo u-morale, qualcosa che gli faccia capire o credere che il pavimento è il soffitto, che i lampadari spuntano da terra come fiori, che le bombe sbocciano.

Ci ho pensato su e alla fine mi sono convinto che la sola cosa che possa prendere un uomo blu e farlo diventare un uomo rosso è il senso di colpa. Ma ce ne vuole uno davvero grande, per far sì che un’impressione, un dubbio, un senso di essere o non essere nel posto giusto, un senso di bottiglia piena d’aria e vuota di vino diventi la realtà di un ribaltamento. E verso le tre di notte, mentre aspettavo che quattro ore di sonno mi portassero un crampo al polpaccio al risveglio, la luce calda di una tarda primavera del cazzo sulle palpebre, mi è venuto in mente che forse il senso di colpa che avrebbe potuto mutare l’oro in merda e la merda in oro è nascosto dentro a una citazione di Coleridge che, lo confesso, conobbi la prima volta da ragazzo perché citata in Una ballata del mare salato di Pratt.

Quei molti uomini, così belli uomini! Ed essi tutti giacevano morti: e mille e mille cose da schifo continuavano a vivere; e così io.

La cosa da schifo. La cosa da schifo che sopravvive all’eroe. Ecco il retorico, antico e inaffondabile senso di colpa che avrei potuto usare. Il senso di colpa del sopravvissuto. Come quasi tutti sentimenti dell’uomo, specialmente quelli che si attivano quando le cose ci spettinano le dita dei pugni chiusi e ci fanno camminare coi piedi all’insù, appesi a nuvole di pericolo o di confusione, il senso di colpa del sopravvissuto è solo la metà di un’ambivalenza. Si mangia i minuti del sollievo, ma non riesce a sedimentare veramente, perché il sollievo della salvezza non scompare mai del tutto. L’unico momento in cui è puro, l’unico momento in cui spezza la luce come il cristallo – e io al mio amore e alle mie idee regalerei la luce, non il cristallo, ché non c’è nulla di più sporco della purezza – è il momento in cui il mondo ci autorizza a esercitare il senso di colpa del sopravvissuto sulle vicende di un altro uomo. Allora diventa facile, allora diventa una bandiera, una crociata. Pensi che in India, a Bhopal, nel 1984, i quartieri residenziali inglesi si sono salvati dalla nube tossica dell’anima assassina di Warren Anderson, e ti sembra facile dire che è un’ingiustizia, come se dispensare un destino di morte o vita facesse parte dei crediti dell’esistenza, come se il mondo fosse responsabile di vendicare le generazioni, le case, gli equilibri.

E mi fermerò qui, per quanto riguarda il mio piccolo personaggio, che assomiglia un po’ all’impiegato della Storia di De Andrè, Al ballo mascherato e a tutto quel che si porta addosso di contesto. Mi fermerò qui perché è un personaggio parziale, e lasceremo che sia parziale. Fa parte di una grande matrice di errori e soluzioni sbilenche che trovano nella fretta del tempo e nella transitività degli errori una giustificazione alla trama che si forma come i vermi nel formaggio.

Mi fermo qui e alzo la testa dallo schermo. Sono a Milano. Sono seduto nella sala di lettura della biblioteca Sormani. Ho intorno umanità di ogni colore, uomini e donne venuti qui, sotto le case dei ricchi e in mezzo alle ambasciate, a essere come me. Io con la mia maglietta a dire che sono ancora giovane, e i libri di sintassi e morfologia da cui mi sono irrimediabilmente distratto da venti minuti a questa parte. Davanti a me un uomo sulla sessantina con una polo verde. Quale sia il suo colore, quale sia la sua bandiera io non lo so dire. Se lasci la luna nel bagno accesa a metà, non lo so immaginare. La ragazza coi jeans blu elettrico non se li può proprio permettere, ma dalla vita in su si difende bene. Intorno a me c’è la normalità delle cose che cambiano piano piano. Nessuno di noi, in questo momento, sta sopravvivendo a nulla. Eppure, tutti quanti stiamo sopravvivendo a qualcosa di lento, di nondescritto, che è lo stesso per tutti e per ciascuno è differente. Mia madre è sopravvissuta a due mesi fra la vita e la morte. Mio padre è sopravvissuto alla morte di un amore che rinasce e rimuore ogni mese. Mia zia è sopravvissuta a sua figlia.

Allora mi accorgo che sono in una biblioteca. Posso aprire i cassetti dello schedario, o usare il catalogo OPAC, e cercare storie di sopravvissuti celebri che mi facciano rimbalzare dall’una all’altra angolazione del significato rumoroso e ridondante del disastro, dell’aereo che precipita, dell’alzata d’ingegno di un poeta che riesce a girare le viti di una vita coi suoi versi. Posso chiedere alla retorica dell’ultimo, a quella della follia da espiare, al romanzo di Scurati che si intitola come il tema che ho messo in bocca ai miei amici per questa tornata della sezione Letteratura. E facendolo mi sentirei molto più sul pezzo. Eppure non riesco. Non riesco a non guardare l’uomo di fronte a me, concentrato sul suo laptop e vivo più di qualsiasi vita io possa mettere in parola.

E mi rendo conto che nella Storia di un impiegato forse il vero sopravvissuto non è il protagonista, con la sua ridicola nobile idiozia. E nemmeno la sua donna, che lo abbandona alla più elementare chiacchiera dell’un-po’-cambiato. No. Il vero sopravvissuto è il padre, che guarda veramente la barche passare, e sopravvive non solo alla propria quotidianità di uomo, ma alla feroce critica di una generazione giusta e storta, nobile e cogliona come ogni generazione di giudici e vendicatori. Alla violenza di una canzone cantata da suo figlio per raccontargli che le sue idee, ammesso che ne abbia, moriranno insieme alle sue ossa.

Il padre sopravvive alla precarietà della normalità che non cambia. A questo sopravvivo anche io, che mi invento eroi e rivoluzioni nelle pagine di questi blog, e nelle notti dormite col culo rivolto al finestrino di un’auto parcheggiata per espiare le notti comode dormite a venti sogni senza vita al metro quadro. A questo sopravviviamo tutti. Di quel sopravvivere senza importanza, che un bel giorno diventerà un non sopravvivere e ci porterà a essere semplicemente esistiti, senza che la cosa abbia avuto poi tanta importanza.