Il nazista e la regola dei tre secondi (pillole di giustizia)

Ha suscitato scalpore, per non dire scandalo, la decisione di un Tribunale norvegese di riconoscere all’assassino nazista di 77 persone Anders Breivik un risarcimento di circa 35.000 Euro per violazione dei propri diritti umani.
Io stesso posso dire di non essere rimasto totalmente immune allo sdegno.
Certo, con qualche conoscenza giuridica alle spalle non era difficile comprendere il ragionamento della giudice norgevese. Permane tuttavia una sensazione di sgomento per gli standard applicati e per la disparità fra questi e tante situazioni simili che accadono quotidianamente in tutta Europa (basti pensare alle carceri italiane: chi fra i nostri detenuti gode di una cella di 31 metri quadrati? Oppure, provocatoriamente, quando mai un immigrato potrà fare ricorso alla CEDU per le condizioni in cui è trattenuto nel CARA di Mineo o ad Indomeni?).

Nondimeno, non mi sentirei affatto di sentenziare che il giudice “ha sbagliato” nell’applicare l’art. 3 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo e Libertà Fondamentali.
Con ogni probabilità, alcuni limiti posti dalla Convenzione non erano stati violati dalla Norvegia nella detenzione di Breivik, ma questa diversità di giudizio potrebbe benissimo rientrare in quel “margine nazionale di apprezzamento” che è sempre stato un punto fermo della giurisprudenza CEDU. Per lo più, questo veniva interpretato “a ribasso”, per consentire agli Stati qualche restrizione dei diritti in più, mente oggi il Tribunale norvegese parrebbe averlo in qualche modo interpretato “a rialzo”.
Se m’è consentito il paragone, questa interpretazione mi ricorda la famosa “regola dei 3 secondi” per il cibo caduto a terra.
M’è capitato infatti di scoprire che i “tre secondi” entro i quali sarebbe possibile recupera il cibo senza rischi sono in realtà un criterio piuttosto variabile e non universale: in Egitto si parlerebbe di cinque secondi, in Svezia di due, in Svizzera di uno.
Insomma, in Norvegia i “secondi” di tolleranza per le lesioni della CEDU sarebbero assai meno che in Italia. E, francamente, non sorprende.
Aggiungerei altresì che -probabilmente e a mio personalissimo giudizio- una lesione dell’art. 3 CEDU con riferimento, ad esempio, all’alimentazione (solo cibi da precotti da scaldare a microonde, niente da preparare al momento), potrebbe sussistere.

Ciò detto, pur comprendendo sgomento e scandalo, credo il Tribunale norvegese abbia agito correttamente. Correttamente dal punto di vista sia giuridico che ideale.
Lo stato di diritto è anche questo. Anzi, è soprattutto questo: garantire pieni diritti anche e soprattutto proprio a coloro che lo osteggiano e vorrebbero abbatterlo. Breivik così come i terroristi del DAESH.
E la Norvegia così ci ha dato una bella lezione. Una lezione che spero in Francia ed in Belgio terranno a mento. Ma, soprattutto, questa lezione l’ha data proprio a Breivik (ammesso che abbia modo di capirla).

Aldilà di queste valutazioni, credo vi sia un ulteriore aspetto sul quale vale la pena soffermarsi ed è proprio Breivik.
Breivik, l’omicida che si autodefinisce nazista e vive in questo abominevole ideale.
Mi si corregga se sbaglio, ma il nazismo come ideologia non m’è mai sembrato né coerente, né compatibile coi diritti umani (dunque, con la CEDU) o con lo stato di diritto.
Trovo dunque profondamente incongruente che questo guerriero nero decida ora di avvalersi dei benefici che questi diritti gli offrono. Incoerente.
Insomma, se vuoi fare il nazista, lo devi fare fino in fondo: le tue pagliacciate da saluto romano entrando nell’aula di Tribunale contano zero quando poi “ti comprometti” con un sistema che ritieni di dover distruggere. Scusami “caro” Breivik, ma così è troppo comodo! Vuoi fare il superuomo? Allora lo devi fare fino in fondo, devi vivere la tua condanna in una condizione che ritieni “disumana”, in una cella che ti pare -scusate la franchezza- “di merda” con superumana indifferenza. Non fai la “vittima” (che proprio non sei).
Altrimenti fai come il bulletto dell’asilo che appena si graffia corre dalla maestra.

Una figura da poveraccio, diciamocelo.