il bidé del bassopiave

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Con questo libro Francesco Maino ha vinto il Premio Calvino come migliore opera prima nel 2013. Io sono rimasta stupefatta di trovare in un esordiente una simile potenza di linguaggio e contemporaneamente una tale capacità di governarlo. Un linguaggio che mescola dialetto e metafore spericolate, volgarità e commozione, rallentamenti, impennate, accelerate in una corsa senza fiato che è una lunga, ininterrotta, invettiva contro il Veneto.

Il protagonista del libro fa l’avvocato e, in questo caso, veste i panni del Pubblico Ministero. La sua è un’arringa stringente, circostanziata, porta le prove del degrado morale e culturale della sua regione, ogni affermazione del suo “J’accuse!” ha i suoi riscontri e chiede il massimo della pena, senza attenuanti. Pena che il Veneto, lo sappia o no, sta già scontando: nel degrado del territorio, “già stuprato, negli anni ottanta, da un multicazzo in calcestruzzo”, nel disfacimento dei corpi di “quattro milioni di contadini gonfiati dall’insaccato, ulcerizzati dal cabernet”, nella promessa di un arricchimento senza fine che comincia a mostrarsi fragile come un muro in cartongesso. Una terra disperata che non sa di esserlo e affoga la consapevolezza “nei propri disperati prosecchi, le disperate bollicine, i disperati vodka tonic, i disperati spritz”, una terra di outlet e capannoni dove “la presenza dell’uomo è legata alla mescita alcolica. Dove c’è mescita c’è umanità. Dove non c’è mescita non c’è nulla”.

L’avvocato Michele Tessari vive a Insaponata di Piave ma avrebbe voluto avere il coraggio di andarsene, è regressivamente legato ai genitori e vorrebbe essere in grado di emanciparsene, è una delle tante vittime che hanno in mano le chiavi della propria cella e non riescono ad aprire la porta, da questa frustrazione nasce la sua invettiva: dal sentirsi emarginato da un mondo al quale non potrebbe mai appartenere perché lo disgusta, una contraddizione senza soluzione che lo priva della possibilità di sentirsi appartenere ad una comunità, bisogno che tutti abbiamo, e lo rende esule in patria. Una posizione simile a quella dell’adolescente che si sente estraneo alla propria famiglia ed è pieno della rabbia di non poterla proprio amare così com’è.

L’invettiva è un genere e ha le sue regole, è un grido di rabbia intriso di dolore, è volutamente parziale e squilibrata ma esplora l’ombra, illumina il lato oscuro, il negativo. Solo passando per questa visione possiamo dire di conoscere realmente qualcosa, il resto è meccanismo di difesa o, peggio, propaganda.

Lo stesso rapporto tra luce e ombra è quello che l’avvocato Michele Tessari vive tra l’idea luminosa che “la legge è uguale per tutti” e il suo lavoro di avvocato di clienti reietti e già condannati dalla vita: “i pregiudicati tossicodipendenti in affido speciale terapeutico in Comunità […] gli extracomunitari privi del permesso di soggiorno, i privi di visto, i privi di occhi, gli asilanti dell’articolo dieci della Costituzione, gli italiani affidati in prova al Servizio Sociale, i rifugiati, i perseguitati dell’Equitaglia, i cassintegrati, gli sdentati, gli stempiati, gli ex-turnisti in mobilità, i giostrai, i dimissionari inculati in bianco, i manovali del Kosovo e della Voivodina, i sopravvissuti di Srebrenica, gli ex-scafisti del canale di Otranto divenuti autisti di puttane, gli scatolettari di Durazzo, i marabotti del Senegal, le badanti di Chisinau […] gli invalidi civili con invalidità inferiore al cinquanta per cento…” .

Non mi è mai capitato di leggere pagine di così grande chiarezza sulla giustizia spicciola, priva di appeal mediatico, quella fatta di venti udienze in una mattinata che durano meno di mezz’ora quella fatta di rinvii, patteggiamenti, istanze, carte da bollo, timbri, file all’Ufficio Immigrazione, sale d’attesa sciatte e ghiacciate, cessi luridi senza carta igienica, muri grigi che nessuno imbianca. Anche così i derelitti producono ricchezza. Gli stranieri irregolari pagano in continuazione avvocati, con i proventi del piccolo spaccio, con le rose vendute agli innamorati in pizzeria a un euro l’una, con la vendita di borse e cinture contraffatte, su di loro e sui tossicodipendenti vive una massa di avvocati molti dei quali, e Tessari è tra questi, si sentono emarginati e abbruttiti quanto i loro clienti.

Questo libro è tutto così: la mano che rovescia il sasso e mostra sotto il brulicare dei vermi, delle ipocrisie, delle umane miserie.
Astenersi anime belle e stomaci delicati.

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Francesco Maino
Cartongesso
Einaudi