Guida turistica per poveri di spirito

La strana città in cui sono sbarcata è una città al contrario. Il mare sta in alto, e dagli scogli si vede tutto l’agglomerato, quasi sotto il livello dell’acqua.

Ci si aspetterebbe una palude, invece è terra e fuoco.

Il giorno che sono sbarcata su una barchetta di legno e rame, stavo cercando il nuovo.

Cercavo il nuovo e ho trovato il fuoco.

Ho ancorato il mio fragile mezzo a un palo di legno conficcato sulla spiaggia, poco lontano dalla battigia, che sembrava lì per quello. Ma anche dopo giorni, la mia è rimasta l’unica imbarcazione. Con l’istinto di chi ha visto e la presunzione di chi ancora lo crede, mi sono avventurata su questi scogli a osservare una città che è rimasta senza rumore e senza nome, muta. E’ circondata da un muro spessissimo, alto non so quanti metri rispetto a me che sono piccola di statura, una muraglia possente e difensiva.

Come tutti saprete, infatti, non tutti i muri delle città sono stati costruiti per difenderle. Te ne accorgi quando li guardi, ancora di più se li guardi così da vicino da toccarli. Ci sono muri posticci, che ricordano solo il senso di appartenenza, politici, propagandistici. Ci sono muri reali, che resistono millenni, più alla paura che alle invasioni, come questo qui.

Il muro circonda un perimetro ellittico con all’interno un grande centro abitato. Nelle ore pomeridiane il sole batte forte contro il mio sguardo, la mattina mi sta alle spalle. Non mi oriento molto bene con queste cose, anche dopo anni di mare, ma ho la sensazione che debba essere al contrario. Il sole dovrebbe sorgermi davanti, e morirmi dietro. Ma ho perso la bussola, e non per mododidire. Quindi non lo so più.

Insomma, questa città non solo è molto strana, ma è anche su un altro posto che non è la terra perché non risponde alle sue leggi di rotazione.

Delle città, quando esiste ancora, si visita per prima la fondazione. Cosa le ha portate ad essere come sono, un percorso sbrigativo che però ti dà la sensazione di sicurezza, di sapere dove sei, di trovarti in un punto preciso della storia di un luogo. Per questo dovrei parlarvi degli inizi, come una brava accompagnatrice, ma io sono una guida onesta, e vi dico solo quello che so.

Di questa città io visito la fine.

Da quando mi sono affacciata a quegli scogli, la vedo bruciare. Bruciare irrimediabilmente da fiamme altissime, delle quali solo a volte mi arriva il fumo. Il vento, infatti spinge sempre verso la parte opposta, e io sono molto contenta di questo perché così, ogni mattina, posso sedermi su uno scoglio, con le gambe incrociate per non perdere l’equilibrio, e guardare una città che brucia senza incenerirsi, come se quella della distruzione fosse la sua vera indole, il motivo per cui è nata.

Come se fosse il fuoco a darle una forma, non l’acqua come per le città normali.

A volte mi chiedo se sia abitata e se anche gli abitanti si nutrano di quell’incendio costante, e perché non corrono verso il mare, che è la salvezza di ogni Troia che brucia.

Sì, conosco l’obiezione. Me lo sono chiesto anch’io perché un’osservatrice come me non sia ancora andata a vedere cosa succede. Che ne è di una città che brucia e non brucia. Ma capite, io non posso. Non posso rischiare di bussare a quelle mura enormi, o intrufolarmi a cercare gli effetti di quel fuoco, o provare a salvare qualcuno che non mi ha chiesto aiuto.

Io sono qui da un mese, a breve i viveri finiranno e sarò costretta ad abbandonare questo scoglio e tornare indietro. E non posso credere di non avere più quel fuoco negli occhi tutte le mattine.

Credo che quel guizzo di fiamme costanti, sempre diverse e sempre uguali, sia diventato l’unico motivo che ho per vedere. E insieme, un motivo sufficiente per non avvicinarmi mai, per non muovermi dal mio patetico scoglio che mi protegge dal vento contrario.

L’unica cosa capace di attirarmi, voglio dire, è anche l’unica che mi allontana.

Non saprei dirvi cosa indossare, neanche la temperatura, tantomeno un piatto tipico di questa città. Ma quanto a me, niente mi tiene accesa come cercare una faglia dentro un muro di cinta, e insieme, sperare che non esista e che questo fuoco non mi arrivi vicino.