Lisbona in alcuni romanzi e alcune pellicole

Captured_178_da

Lisbona è una città che, come ho scritto qualche tempo fa, vive di vita propria: e i tanti film ed i tanti romanzi che l’hanno vista protagonista lo dimostrano.

Antonio Tabucchi, che a Lisbona visse gran parte della sua vita di studioso del poeta Fernando Pessoa, scrisse numerosi romanzi ambientati nella capitale portoghese: il più famoso, Sostiene Pereira, è un inno alla libertà, alla lotta contro ogni dittatura e ogni forma di fascismo. La storia è quella di un giornalista vecchio e stanco (il Pereira del titolo), disilluso sia nei confronti della vita che dell’umanità in genere, e dell’incontro che gli cambierà la vita: quello con Monteiro Rossi, giovane rivoluzionario che combatte il regime di Salazar. Tabucchi scrisse questo toccante e bellissimo libro nel 1994, e Roberto Faenza ne trasse un film l’anno dopo: una pellicola tutta imperniata sulla magnifica interpretazione di un Marcello Mastroianni grasso e vecchio, girata con uno stile compassato, a tratti quasi minimalista. Un film in cui le strade, le piazze, i bar e i caffè di Lisbona, fanno da sfondo ad una storia di coraggio, di dignità; una storia che mostra come l’arte e la cultura possano (e debbano) essere usate come un’arma di rivoluzione e di lotta. Il film di Faenza non rimarrà negli annali della storia del cinema, ma personalmente l’ho apprezzato per il rispetto e la devozione che mostra verso il romanzo di Tabucchi, che è invece un capolavoro assoluto.

Treno di notte per Lisbona è invece un romanzo del 2004 scritto dallo svizzero Pascal Mercier: la storia è quella di un anziano insegnante svizzero che entra in possesso del diario di un medico portoghese vissuto sotto la dittatura di Salazar, e che viene talmente colpito dalle pagine del manoscritto da partire improvvisamente per la capitale portoghese, abbandonando la sua triste e solitaria esistenza. Il romanzo è complesso, anche perché mescola numerosi piani di lettura: per questo forse il film che ne ha tratto nel 2013 Bille August può dare la sensazione, specialmente a chi non ha letto il libro, di essere poco coeso o poco credibile nel descrivere le dinamiche ed i comportamenti di alcuni dei personaggi. Nonostante questo, la pellicola si fa apprezzare per la rappresentazione di una Lisbona che si fa crocevia delle esistenze di personaggi (il vecchio professore, il medico Amadeu Do Prado, la sua tormentata sorella) perennemente alla ricerca di qualcosa: che si tratti dell’amore, della libertà politica, o di quella spirituale.

Lisbon story è invece un film di Wim Wenders del 1994: girato con lo stile lento e compassato tipico del regista tedesco, in cui il tempo si dilata all’inverosimile, si tratta di una pellicola sul cinema, che riflette sull’essenza stessa della settima arte. Wenders infatti sembra volerci suggerire che la realtà è strettamente connessa all’occhio del suo osservatore: e che quindi essa è cangiante, e influenzata dall’osservatore stesso. E chi più di un regista di documentari può essere considerato l’osservatore della realtà (attraverso il filtro della macchina da presa) per antonomasia? Ecco che questo concetto si fa estremo nel personaggio di Munro, regista che arriverà al punto di girare dei film senza mai guardare in camera durante le riprese, e senza mai permettere a nessuno di visionare il girato: solo in questo modo la realtà impressa su pellicola rimarrà davvero inalterata, e quindi il girato potrà considerarsi davvero reale, autentico. Lisbon Story non è un film per tutti, perché altamente complesso nelle sue elaborazioni filosofiche e nel suo essere meta-cinematografico; ma se lo si comprende appieno (e se si ama davvero il cinema) è un film bellissimo. E lo stesso vale per la complicata ma magnifica città in cui è ambientato.