Come fare un capolavoro partendo dal nulla: La Signora di Shangai

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La Signora di Shanghai è uno dei tanti, troppi film che Orson Welles si vide costretto a girare per motivi economici: la leggenda narra che, per recuperare i soldi spesi per la realizzazione dell’adattamento teatrale de Il giro del mondo in 80 giorni, Welles chiese un prestito alla Columbia, che poi dovette ripagare con la realizzazione una pellicola. Fu così che il regista di Quarto Potere si ritrovò ad adattare per lo schermo un romanzo pulp dal titolo L’altalena della morte: e, manco a dirlo, riuscì a trarre da questa mediocre opera un piccolo capolavoro.

Il film è incentrato sulla figura della dark lady Elsa Bannister (interpretata da una splendida Rita Hayrworth, che proprio in quel periodo stava divorziando da Welles) e sull’infatuazione che un ingenuo marinaio di nome O’Hara (ovviamente Welles) subisce per costei: inutile dire che il tutto scatenerà una sequenza di avvenimenti che porteranno O’Hara ad essere accusato di duplice omicidio.

Qualcuno (specialmente i detrattori di Welles) ha definito La Signora di Shanghai un semplice noir; al contrario, si tratta di un film modernissimo sull’avidità umana, una pellicola sorretta da una sceneggiatura geniale e piena di colpi di scena, oltre che di memorabili scene madri: su tutte, la sequenza finale ambientata nel luna park, con l’epilogo nella stanza degli specchi, in cui la realtà viene letteralmente deframmentata (che la realtà non esista, Welles ha sempre cercato di dirlo: lo dimostravano i flashback che, a seconda del punto di vista del narratore, alteravano le vicende di Quarto Potere; oppure la verità giudiziaria manipolata da Quinlan ne L’infernale Quinlan). La regia di Welles è sempre magistrale, le prospettive sghembe e allucinate danno vita a un  mondo distorto, marcio; la macchina da presa che dall’alto segue e poi stringe sui personaggi dà uno tono drammatico alla pellicola senza uguali. E il finale, malinconico e bellissimo, con O’Hara che si allontana nella notte, è una sorta di presagio di quello che avverrà allo stesso Welles, costretto a scappare da Hollywood subito dopo questo film, e a riparare in Italia, dove vivrà un’altra stagione importante della sua vita artistica. Ma questa è un’altra storia.