Nella mente del reo- pillole di giustizia

La vicenda che ha coinvolto la Scattone e il suo possibile insegnamento ha riacceso l’intramontata passione italiana per l’ergersi a giudici di qualsiasi cosa, soprattutto del sistema giudiziario.
Ovviamente, come accade per i nostri milioni di potenziali C.T., non tutti hanno esattamente le competenze specifiche richieste per esprimere dei giudizi puntuali e scevri da semplificazioni ed errori dettati dal “sentito dire”.
Mi è stato dunque chiesto di dare un piccolo contributo al dibattito, con l’intento di chiarire almeno in parte alcuni termini della questione e nella speranza di riuscire a trasmettere alcuni concetti utili ai lettori.

Dunque, parte significativa della discussione attorno all’affaire Scattone riguarda i termini della sua condanna ed, in particolare, le tipologie di mens rea previste dal nostro sistema penale e le loro implicazioni.
Occorre infatti tenere ben presente che tutta la logica del sistema penale si fonda sul principio di meritevolezza della pena, ovvero di rieducazione-risocializzazione. Detto altrimenti: si punisce se e nella misura in cui l’autore di un reato sia in grado di rendersi psicologicamente conto di quel che ha fatto, della riprobazione sociale ad esso associata e se e nella misura in cui la pena sia necessaria ed utile al suo positivo reinserimento in società.
Di conseguenza, il reato deve poter essere ricollegato al suo autore anche in termini di processi mentali. Non basta, insomma, dimostrare che una persona ha fatto qualcosa, ovvero non basta dimostrare un collegamento meramente materiale-fisico-causale, ma ne occorre anche uno psichico.

Pertanto, semplificando all’estremo, i codici penali moderni prevedono quale condizione psicologica del reo necessaria affinché la società decida di punirlo la “coscienza e volontà“, ovvero quel che si definisce il dolo.
In sostanza, si tratterà di appurare se l’autore del fatto di reato era consapevole di quel che stava facendo, era consapevole che si trattava di un fatto “vietato” ed era comunque intenzionato a porlo in essere. Ovvero, come recita l’art. 43 del nostro codice penale: “il delitto è doloso […] quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risutato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione“.
Questo è il criterio generale di imputazione psicologica del fatto, ovvero la regola che permette di attribuire un dato reato ad una certa persona a livello psicologico. Esso si applica a tutti i reati.

In alcune ipotesi elencate in modo tassativo (cioè senza possibili eccezioni), si ammette che un reato possa essere imputato (attribuito) ad una persona anche se questa non voleva porlo in essere. Perché ciò possa accadere, tuttavia, si richiede un elemento ulteriore, ciò è dato dalla violazione di una regola cautelare, ovvero da un colpa. Il già citato art. 43 c.p. illustra la questione nei seguenti termini: “il delitto è […] colposo, quando l’evento, anche se preveduto non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia“.
Altrimenti detto: la persona non vuole commettere l’evento criminale, tuttavia agendo in modo incauto o comunque non adeguato rispetto alle regole di prudenza o d’arte, lo causa comunque.

Infine, esiste un terzo criterio di imputazione, che trova applicazione solo per il delitto di omicidio, la preterintenzione, ovvero secondo l’art. 43 “oltre l’intenzione“: si tratta dell’ipotesi nella quale una persona sia intenzionata -dunque, con dolo- a commettere un reato e tuttavia l’evento conseguente al suo agire vada oltre quanto desiderato.
Esempio classico: io voglio picchiare Max, ma lo picchio “un pò tropppo” e Max ci resta stecchito.

Ora, so benissimo che la distinzione apparirà capziosa ed il classico “spaccare il capello in quattro” (ma non è così), tanto più che esistono diverse sfumature fra questi concetti, e so che apparirà ancora più astruso pretendere che da queste distinzioni nello stato d’animo di un reo debbano discendere conseguenze in termini di pena.
Dovrò tuttavia persuadervi che questa differenza esiste, ed è importante.
Esiste infatti un differente rapporto psicologico fra colui che vuole qualcosa qualificato come socialmente “male” e lo persegue con le proprie azioni e colui che non vuole ma causa comunque.

Detto in termini estremamente semplificatori -e magari sarebbe bello se qualche psicologo di formazione intervenisse a spiegare con maggior accuratezza questi termini- a chi vuole male occorre spiegare la ragione per cui quel fatto è qualificato come “male” e non deve essere realizzato.
A chi non vuole male questa spiegazione non è necessaria. Semmai, a costui sarà necessario spiegare perché il suo comportamento negligente, imprudente o senza perizia ha causato un male e che dovrà evitare simili comportamenti in futuro.
Il paragone sarà stupido (e, magari, anche un pò offensivo), ma pensate alla differenza fra lo spiegare ad un bambino perché non deve tagliare la coda al gatto con le forbici o perché nel tagliare un foglio di carta non deve prendere in mezzo anche tovaglia, tende, maglione…

Infine, ci sarebbe il tema -sempre abusato- della “certezza della pena”… Tema anche più ostico del precedente.
Dibattere di “certezza della pena” in modo completo, temo, mi porterebbe a riflettere su tanti istituti previsti dal nostro sistema penale che permettono, sotto diversi titoli, la liberazione anticipata dei condannati. Discussione che implicherebbe anche alcune valutazioni soggettive che reputo non proficue per il senso di questo post.
Mi limiterò dunque ad esprimere un concetto assai più essenziale: come già spiegava l’insuperato Cesare Beccaria, ai fini di prevenzione generale (verso l’intera società), sia di prevenzione speciale (nei confronti dello specifico soggetto agente), è assai più proficuo prevedere pene miti, ma certe nella loro irrogazione, piuttosto che pene elevate irrogate solo di rado.
Questa è la “certezza della pena” che funziona e che servirebbe anche in Italia.
Non si tratta, dunque, di discutere se una liberazione anticipata sia o non sia opportuna, quanto di fare in modo che si arrivi ad una sentenza definitiva e la si possa eseguire.

Mi sentirei dunque di dire questo a chi lamenta che la pena commutata a Scattone per aver tolto la vita ad una ragazza sia “troppo lieve”: meglio una pena lieve attuata nella sua interezza, piuttosto che una pena enorme solo minacciata e che non sarà mai eseguita.

Peraltro, la discussione sul caso specifico di Scattone (come qualsiasi altro dibattito che verta su casi specifici) soffre di un’ “assimetria informativa” decisiva fra i commentatori del pubblico: nessuno di noi, infatti, ha avuto accesso a tutti i complessi atti delle indagini e del processo e, pertanto, nessuno di noi è in grado si sostituirsi al giudice nel valutare se la pena fosse appropriata al caso concreto.
Tanto più che il giudice in questione non si è alzato una mattina dopo aver lavorato, chessò, come meccanico per gli ultimi decenni della sua vita ed è andato a giudicare Scattone. No: il giudice ha dovuto studiare per bene la sua materia ed ha dovuto muoversi entro i parametri pre-fissati dal legislatore (Parlamento), che gli imponevano una pena minima, una pena massima e precisi criteri entro i quali muoversi nel valutare il fatto ed il reo.