“Breve trattato sulla sottile arte del go” – Non una recensione

Avendo terminato praticamente in contemporanea due libri diversissimi fra loro, scegliere quale commentare qui su i discutibili e quale riservare ad altro blog e come impostare il gioco di rimandi incrociati fra blog è stato veramente un lancio della monetina.
Forse la cosa sarebbe piaciuta ad uno degli autori del libro che ho scelto di riservare a i discutibili e allora, forse, non è solo caso.

Il “Breve trattato sulla sottile arte del go” di Georges Perec, Pierre Lusson e Jacques Roubaud è dunque il prescelto.
Detto questo, non è semplice decidere da dove cominicare a commentare questo simpaticissimo ed intelligente testo, innanzitutto perché il suo tema è pressoché sconosciuto in Italia (circa 200 giocatori attivi, per dire).
La cosa più semplice è allora probabilmente ricordare chi è Perec: scrittore francese, autore de “La scomparsa” e membro dell’OuLiPo, gruppo di “letteratura potenziale” con Queneau e lo stesso Roubaud. Per comprendere lo stile e la filosofia letteraria, credo la cosa più semplice sia rimandare ad opere come “Esercizi di stile” di Queneau o la già menzionata  “La scomparsa“.
Roubaud, per canto suo, è un poeta e matematico, come Lusson allievo del prof. Chevalley che per primo ha introdotto il Francia il gioco del go.

E di questo gioco parla il libro.
I più affezionati lettori ricorderanno che ne parlai già commentando un altro libro: “Il maestro di Go” di Kawabata. Ma torniamo al “Trattato“.

Scrivono gli autori, denunciando sin da subito l’impianto che accompagna il testo (e che, con ogni probabilità, è la migliore delucidazione possibile per noi occidentali di questo gioco): “Esiste una sola attività cui si possa paragonare il go. Lo avrete capito, è la scrittura“.
Così, il trio Perec-Lusson-Roubaud crea un testo che è al tempo stesso un manuale, un’introduzione al gioco, ed un gioco linguistico esso stesso. Come frequente nello stile dell’OuLiPo, non mancano i giochi di parole (alcuni, francamente eccezionali una volta che ci si sia addentrati nel linguaggio del gioco, come il conclusivo “attenzione a OSHI Min!“).
Il fascino del libro si fonda dunque su un duplice pilastro: da un lato, il gioco del go; dall’altro, i giochi linguistici che gli autori adoperano per introddure i principianti al go.

Trattandosi di un libro scritto in forma quasi goliardica e da giocatori poco esperti, ha inoltre lo straordinario vantaggio di essere relativamente facile da comprendere ed un’ottima introduzione a questo gioco così sconosciuto.
Un gioco affascinante, ho già detto. Perché? Le ragioni a sostegno di questa mia affermazione potrebbero essere molte, ma credo le più efficaci siano le parole di Tiziana Zita (giocatrice esperta) nella sua postfazione, se non altro perché riassumono in pochi tratti i pregi di questo gioco:

Il go appartiene al regno dell’arte, oltre che a quello della logica. […] Da quando nel 1997 Garry Kasparov, allora campione del mondo, è stato stracciato dal software Deep Blue, il gioco degli scacchi è stato ridotto a una mera questione di forza bruta nel calcolo. Il go è diverso. E’ come se contenesse un elemento imponderabile e creativo. Ad oggi il computer non è riuscito a battere un professionista. Nel go si mescolano in modo indissolubile l’aspetto estetico e quello celebrale. […] Lo scrittore americano Trevanian, nel suo romanzo Shibumi, dichiara che il go sta agli scacchi come la metafisica alla partita doppia“.

Gli autori sono persino più malefici nei confronti degli scacchi, ma chi abbia avuto il piacere di sperimentare il go potrà facilmente arrivare a comprenderne il perché.copertina-perec-go-a
Il go è gioco, ma è al contempo arte.
Arte sottile e raffinata, dalle regole semplicissime (almeno quelle di base), ma dalle potenzialità combinatorie infinite.
Uno scacchiere formato da 19 linee orizzontali e 19 linee verticali, pedine (pietre) bianche e nere da posizionare agli incroci con lo scopo di occupare la maggior parte possibile della scacchiera, anche eliminando le pedine avversarie: ogni intersezione della scacchiera controllata vale un punto, con la precisazione che le pedine piazzate non valgono nessun punto.
Ed ecco che scatta l’arte, quell’arte tutta orientale dell’equilibrio fra pieno e vuoto.
E, con l’arte, scatta la strategia.
La strategia nel immaginare gli spazi, le zone d’influenza, nel delimitarle, nell’avere l’iniziativa o nel rispondere… In fondo, il go è come un dipinto a quattro mani.
Non a caso, i grandi strateghi d’Asia furono altresì giocatori di go.

Attorno a queste regole di base si sviluppano poi i complessi scambi tattici fra i giocatori: le scelte su quali pietre si possano sacrificare e quali vadano difese; la costruzione degli “occhi” ed il conteggio delle libertà di ogni gruppo di pietre; i duelli di “ko“; le connessioni fra le pietre; l’economia (rapporto costo/beneficio) nel difendere i territori o attaccare quelli avversari e la “macelleria” cui i giocatori principianti facilmente cadranno, credendo erroneamente che vita o morte di un gruppo di pietre possa essere determinante nella partita.

Così, go è un gioco di immaginazione, di “visione” oserei dire: di lettura del goban (la scacchiera) e degli spazi che in esso vengono progressivamente a definirsi. E, con la visione, il go è un gioco di combinazione. Come la scrittura, appunto.
Scrivono gli autori:

Poi per un istante il gioco si illuminerà (e crederemo di aver scoperto tutto, mentre non avremo ancora capito niente): lo scopo, l’immagine, il progetto, l’economia, il principio del gioco, tutto quanto era fino ad allora nebuloso, ci sarà più chiaro. Ma un giorno, con un’intuizione che sarà per noi il più alto grado di coscienza che si può avere del gioco, capiremo che non è mai veramente possibile sapere se si è fatta la mossa che si doveva fare, se si è giocato dove si doveva giocare.
Da questa certezza, che unisce in uno stesso istante libertà e vincolo, intuizione ed esperienza, nasce il panioc, che è il benessere supremo del Giocatore di go, al quale non sfuggono i più grandi giocatori, né Honinbo Sakata, né Lin Meijin.
Quando, in un giorno ancora lontanto, gli avremo insegnato a giocare, il computer, credetemi, giocherà tremando

Un gioco raro, intelligente e affascinante come nessun altro che conosca e un libro cui va l’enorme merito di illustrarlo con simpatia, agevolandone la conoscenza per tutti.

Concludo il post lasciandovi con la ricostruzione di una partita fra i grandissimi Go Seigen e Honai Fujisawa (allievo del Maestro del libro di Kawabata), gli unici 9-dan dell’epoca: è stata definita “la più grande partita a go di sempre” e la trovate anche commentata su youtube.
Se avete un momento, vi invito a soffermarvi a guardarla, perché è come ascoltare una sinfonia. Anzi: guardarla.

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Beh, direi che a buon diritto questo post partecipa anche al “venerdì del libro” ed a #ioleggoperché!