Il direttorio, la troika e la politica d’Europa

In un suo recente articolo, Eugenio Scalfari conclude scrivendo a proposito del “caso greco” e dei negoziati fra l’Unione Europea e la Grecia su debito e riforme:

…il presidente del Consiglio Europeo propose e tutti accettarono la nomina di un comitato ristretto che si incontrasse con il premier greco che già attendeva in un’altra sala. Il comitato ristretto fu nominato e di esso fanno parte il presidente del Consiglio europeo, la cancelliera Angela Merkel, il presidente francese François Hollande, il presidente della Bce Mario Draghi, il presidente dell’Eurogruppo e il presidente della Commissione Juncker. L’Europa con un improvviso salto nella procedura ha dunque eletto un direttorio che resterà in carica in permanenza fino a quando il caso greco non sarà interamente risolto e anche dopo […]
Il direttorio dei sette è un passo avanti di grandissima importanza, è un salto verso gli Stati Uniti d’Europa. La Merkel evidentemente ha reso esecutiva una intenzione che già era nel suo pensiero ma finora rinviata. Ora deve aver capito che quella è una via obbligata in una società globale dove solo gli stati continentali hanno un peso; gli altri sono del tutto marginali. […]

Confesso che, come suppongo molti lettori, la mia prima reazione nel leggere questa cronaca è stata “troika again“, ovvero l’impressione che ancora una volta, l’UE delegasse la propria rappresentanza ed azione politica ad un gruppo ristretto di persone, potenzialmente dei tecnici.

Vi è però una differenza sostanziale rispetto alla “troika” che ha finora negoziato con il governo greco, anzi, due differenze:
– la prima è che stavolta tutti i rappresentanti del “direttorio” sono membri di organi dell’Unione Europea o di Stati membri e non di organizzazioni esterne (FMI);
– la seconda è che, in quanto tali, essi godono di una legittimazione politica e questo direttorio è pertanto un organo politico, non tecnico.
Basta rileggere i nomi: Tusk (presidente del Consiglio Europeo ed ex primo ministro della Polonia); Merkel; Hollande; Juncker; Dijsselbloem (presidente dell’Eurogruppo ed ex ministro delle finanze olandese) e Draghi, unico profilo tecnico.

Ovviamente, in modo quasi istintivo, i gruppi ristretti non riscuotono simpatie. E se ne comprende la ragione.
Tuttavia, posso comprendere -e, in un certo senso, anche condividere- l’ottimismo di Scalfari quando a commento di questa decisione “irrituale” dice che “è un salto verso gli Stati Uniti d’Europa“.

Una delle principali difficoltà dell’UE, infatti, è stata quella di dotarsi di un “esecutivo“, ovvero di un organo capace di prendere ed implentare decisioni di indirizzo politico, che fosse al contempo rappresentativo degli Stati membri e dei cittadini e capace di intraprendere azioni politiche efficaci.
Per quanto l’evoluzione della Commissione fosse (almeno teoricamente) in questa direzione, la crisi del 2009 ha messo in evidenza la sua incapacità di prendere decisioni di natura strettamente politica, rimettendo sempre il dibattito al Consiglio, l’organo che riunisce i capi di Stato ed i ministri, cui in molte materie spetta in ultima misura il compito di eseguire le decisioni prese.
La Commissione era dunque percepita come un organo “tecnocratico” (celebre la retorica sui “burocrati di Bruxelles“), carente sul piano della legittimazione politica e democratica (non a caso, proprio a questo si è cercato di porre rimedio con l’accordo per l’elezione del candidato che fosse risultato più votato alle elezioni del 2014).

Personalmente, ho sempre creduto che la strada verso una maggiore unione politica a livello dell’UE passasse attraverso le istituzioni esistenti, ovvero attraverso la sovranazionalizzazione della politica. Il che, in sostanza, si traduceva nella trasformazione del Parlamento europeo in un vero parlamento sovranazionale (federale, se così vogliamo dire) e della Commissione in un esecutivo sovranazionale. Una sorta di governo.
Gli ultimi anni parrebbero dire che questa strada, se non del tutto sbagliata, è sicuramente molto lunga.

Occorrerebbe qui fare una lunga digressione sul perché si sia giunti a questo strano, ibrido, equilibrio fra Commissione e Consiglio (ovvero, l’organo rappresentativo degli Stati membri).
A grandissime linee, potremmo dire che l’evoluzione del progetto europeo (allora ancora Cominuità Europea del Carbone e dell’Acciaio-CECA) da unione settoriale ad unione generale (prima Comunità Economica Europea- CEE; poi Comunità Europea; infine UE), non accompagnata da un ragionamento politico profondo (ed allora probabilmente impossibile), ha richiesto che venisse rafforzato il ruolo degli Stati, in quanto unici organi dotati di legittimazione politico-democratica diretta. Ciò perché, logicamente, l’estensione delle competenze comunitarizzate rischiava di minarne la sovranità.

Ad ogni modo, e con tutte le perplessità del caso, se i governi nazionali riuniti nel Consiglio cominciassero d’ora innanzi ad individuare fra i loro membri un “direttorio” responsabile per l’iniziativa politica a livello dell’Unione, questo potrebbe essere un deciso passo avanti nella prospettiva di una maggiore integrazione europea.
Ciò perché difficilmente gli Stati potrebbero sottarsi agli impegni comunemente presi dai loro “delegati” e perché, da sempre, negli organi complessi le decisioni sono prese da un piccolo gruppo compatto, con capacità di traino (nell’UE, il duo franco-tedesco).
Sarebbe dunque un passo avanti che procederebbe per una strada inattesa, di marca più intergovernativa, ma forse più proficua: coordinandosi fra loro e con il presidente della Commissione, infatti, questi governi potrebbero essere in grado di imprimere una chiara direzione politica all’UE…
Questa, credo, l’intuizione di Scalfari, almeno per come la sto personalmente interpretando.

Come sempre accade parlando di Unione Europea, tutto è da vedere e da scoprire…