Così si fa la letteratura

Se fosse ancora fra noi, certo il buon autore della celeberrima rubrica dimmerda di questo blog avrebbe di che commentare alla notizia riportata dal New York Times sull’indistinguibilità degli scritti realizzati da uomini o computer.

Non ci credete? Neanche io…. eppure, vi invito a fare il test del NY Times.

Così si fa letteratura“, recitava Pessoa. Ed è bizzarro pensare che la sua premessa era “prodotti romantici, noi tutti…
Anche i computer sono romantici?
Ancor più bizzarro procedere al verso successivo di Pessoa, quando recita “poveri gli dei, così si fa persino la vita“. E chissà se un giorno un algoritmo sarà davvero in grado di produrre anche la vita…

Così, nel rispondere al test del NY Times, si scopre che le produzioni letterarie delle macchine sono ben oltre le nostre aspettative: aldilà di semplici articoli economici, report sull’andamento della borsa o commenti sportivi….
Insomma, gli algoritimi letterari hanno raggiunto un nuovo livello, un livello aldilà della pura descrizione di fatti o narrazione di eventi.
Un livello più precisamente letterario, fatto di sfumature di stile, di variazioni, di ricchezza semantica e grammaticale, di immagini e metafore.

Un livello in cui un computer può scrivere una storia d’amore come variazione del classico di Tolstoj “Anna Karenina“, ma con lo stile di Haruki Murakami.
Oppure un livello in cui un’app adeguatamente usata può produrre sonetti in grado di competere con Shakespeare e trarci in inganno sul loro reale autore.

Anzi, in realtà un’indicazione forte sul potenziale autore dovremmo essere in grado di rinvenirla: con il progressivo appiattimento del nostro linguaggio, con l’analfabetismo di ritorno e tanti modelli di orwelliana “neolingua” in giro, dovremmo concludere che le opere migliori, più raffinate e linguisticamente complesse nel futuro saranno senza dubbio opera di computer.

Il meccanismo seguito da questi software è in realtà abbastanza semplice ed è già stato impiegato in passato in ambito musicale con il sampling: il computer raccoglie dati sull’autore, ne analizza lo stile, ne ricava dei pattern (delle tendenze, delle ripetizioni) e con un minimo di input riesce a riprodurre tali pattern in modo abbastanza fedele rispetto all’autore originario.
Le potenzialità diventano allora, logicamente, esponenziali, se la base da cui trarre dati è molto più estesa e variegata. Se immettiamo dati sullo stile, sul vocabolario, sulle scelte linguistiche di Leskov, Mann, Benedetti, Camus, Canetti, Hemingway…. il computer assimilierà tutto questo, mescolandolo in una produzione che potrebbe essere di fatto originale.

Ma, in fondo, la nostra originalità è sempre stata marcata dalle fonti cui abbiamo avuto accesso e che (in misura diversa) ci hanno influenzato. Il computer non fa poi un lavoro diverso. Noi lo facciamo incosciamente, esso meccanicamente.

Inevitabile allora che, accingendomi a chiudere il post, soggiunga la domanda se ha ancora senso scrivere. Per rispondere a questa domanda, credo, dovremmo rispondere al quesito se la scrittura (come altre attività) sia una cosa che noi possiamo ancora fare meglio di una macchina. La mia impressione è che questo divenga sempre meno vero.
Certo, che misera fine per l’intelletto umano…