Lo sfruttamento all’età della pensione

Com’era logicamente prevedibile, il mio recente post sulla proposa di Rama Yade di introdurre un servizio civile obbligatorio per i pensionati ha suscitato molte reazioni contrastanti, per lo più avverse.

La cosa era prevedibile.
Mi rendo perfettamente conto di come un’idea simile susciti avversioni, ampiamente giustificate, ma credo comunque interessante affrontarla.
Credo comunque che il dibattito sia stato per certi versi interessante e proficuo, nel chiarire -almeno per me- quali sono le premesse di questo ragionamento.

Le premesse da cui personalmente sono partito nel riflettere sulla proposta sono quelle (vissute) di vedere gli anziani “spegnersi” nel momento in cui si isolano dal mondo, cessano di essere attivi e di socializzare.
Fino al punto di attendere quasi con disperazione le visite o telefonate dei parenti.
Questo accade anche per quegli anziani che fisicamente e mentalmente stanno bene, sono in discreta salute.
Tanto per dire: le statistiche mediche indicano come i malesseri degli anziani ed i ricoveri aumentino drasticamente nel fine settimana, perché durante la settimana “sanno” di “non poter disturbare” i parenti che lavorano e, al contrario, nel fine settimana attendono di esser contatti e -quando ciò non accade- reagiscono enfatizzando patologie più o meno presenti e rivolgendosi a terzi, come il sistema sanitario.

Quanto si dice che “l’uomo è un animale sociale” (di branco), direi che si intende esattamente questo: l’uomo ha bisogno di stare in compagnia.
Nessun uomo è un’isola“, recitava l’immenso John Donne.
Paolo Grossi, giurista ed ex giudice della Corte Costituzionale, si spingeva oltre, dicendo: “un uomo solo su un’isola deserta, non è libero“.

Il problema che pone la proposta è, quindi (nella mia lettura, che magari è errata) la partecipazione e la socializzazione degli anziani.

Di qui, come ho detto rispondendo a commenti, la mia impressione che l’obbligatorietà della proposta di Yade ne sia al contempo il punto forte ed il punto debole.
Il punto debole perché, evidentemente, impone una scelta che ognuno di noi, specie una volta giunto alla pensione, non vorrebbe fare.
Il punto forte perché, come tutte le politiche, in questo modo si rivolge esattamente a coloro che ne avrebbero più bisogno (come l’obbligo di portare il casco): la proposta, logicamente, non ha alcuna utilità per quegli anziani che già oggi sono attivi (ai quali va la mia massima stima, rispetto e ammirazione), ma è destinata proprio a coloro che non lo sono.
Credo, dunque, che la “retribuzione” sia un derivato dell’obbligatorietà, nel senso che -a questo punto- si impone la previsione di una compensazione.

Il tema dell’obbligatorietà mi spinge oltre.
Discutendo in altra sede, mi è stato obiettato che “[gli anziani] se vogliono socializzano, se no fanno QUELLO-CHE-GLI-PARE” (cito testualmente).
Non voglio, assolutamente (e mi pare ovvio) negare la libertà di ciascuno di fare ciò che ritiene meglio, ma -partendo sempre dalla prospettiva di cui sopra- la domanda che mi sono allora posto è: fra coloro che sono attivi e coloro che non lo sono, chi sta meglio? Chi vive meglio?
La mia personalissima risposta è che vivono meglio coloro che sono attivi, che partecipano, che socializzano.
Questa considerazione vale, in maniera molto simile, anche per i giovani (i quali hanno ovviamente minori limiti fisici e psicologici a socializzare rispetto agli anziani). E’ dunque interessante constatare come, in un’epoca di crescente isolamento (telematico) dei giovani, lo stesso governo Hollande sia pensando di introdurre un servizio civile obbligatorio.
Pare quasi una sostituzione della vecchia leva.

Ecco, come non di rado accade il “fare quello che gli pare” non è la risposta migliore per i cittadini. Se un vostro amico volesse ancora bere sino a non reggersi più in piedi, glielo lascereste fare in tutta tranquillità? Se vi dicesse che questo è quello che vuole, non provereste ad argomentare cosa è meglio, più salutare, per lui?
Io non credo che lo Stato debba essere “paternalista” nei confronti dei suoi cittadini, ma neanche che debba abbandonarsi al laissez-faire e agli estremi della libertà, concedendo loro quel che vogliono e disinteressandosi completamente.
Credo, semmai, che si possano trovare delle zone di compromesso.
Aggiungerei, pur conscio di quanto questa affermazione sia scomoda, che la logica del “fare quello che gli pare“, la logica della libertà a tutti i costi, è una logica tipicamente di destra. E che, quando è spinta agli estremi sino a diventare l’unico valore fondante di un’idea o di un progetto politico, è fondamentalmente “tirannica” (ma questo tema cercherò di affrontarlo in altra sede).

Peraltro, vorrei precisare una cosa che ho già accennato nel primo post sul tema: la discrezionalità agli anziani nell’organizzare questo loro servizio civile. Se, come ho letto e spero vivamente, la proposta prevede che gli interessati possano decidere con grande libertà quante ore partecipare, purché partecipino, l’obbligatorietà della stessa assume proporzioni e prospettive alquanto relative.
Tanto per fare un esempio: se il minimo fosse di 1ora a settimana, 52 ore annue, parleremo di poco più di 4 ore al mese: un pomeriggio. In tutto l’anno, sarebbero 6,5 giornate di lavoro.

Credo pertanto debba essere assolutamente chiaro che -nell’intavolare una seria discussione riguardo questa proposta- non si può trattare di un ulteriore lavoro post-pensionamento. Non può e non deve diventare una forma per tenere impiegati (e, dunque, sfruttati) gli anziani ancora più a lungo.
In quanto “servizio civile”, deve partire da un’idea di volontariato, dunque da un impegno flessibile e modulabile in base alle possibilità e desideri degli anziani.

Vado un passo ancora oltre, o (forse) a lato del discorso: il lavoro ha una evidente funzione socializzante. O, meglio: anti-isolamento. Questo ce lo riportano efficacemente coloro che perdono il lavoro, i quali raccontano di cadere in stati di apatia, se non addirittura di depressione.
Probabilmente, lo era anche la naja per i giovani: in fondo, gli Stati nazionali si sono plasmati anche fondendo assieme, tramite la leva obbligatoria, giovani provenienti da tanti contesti geografici, culturali, sociali ed economici differenti.
“Il lavoro nobilita”, recita un detto un pò dimenticato. Oltre che nel senso lockiano del termine (l’uomo come fattore della propria fortuna, come creatore e possessore di ciò che crea, come trasformatore e signore del mondo), potremmo dire che il lavoro nobilita come inevitabile momento di interazione con gli altri. Come primo e fondamentale luogo di incontro fra l’io e l’altro.

Volendo andare ancora oltre e ricollegandomi al ragionamento che ho cominciato a fare un pò di tempo fa sul senso e sulle nuove prospettive per la sinistra politica, azzardo ad affermare che questa idea proposta dalla Yade è fondamentalmente un’idea di sinistra. Almeno come idea: della sua concreta realizzazione ancora non possiamo parlare.
Come sopra, son ben conscio che molti leggeranno questa mia affermazione come un’aberrazione, un’ennesima deriva renziana o un’altra assurdità neoliberista. Correrò comunque il rischio.
Tanto, ormai…

Se la sinistra deve pensare prima di tutto a benessere dei cittadini; se la questione economica deve passare in secondo piano; se l’intento è favorire la partecipazione sociale, evitare l’isolamento, stimolare l’idea di sé come un soggetto ancora attivo; allora questa proposta è di sinistra. Nel senso che favorisce l’uomo nella sua natura di animale sociale.
In sintesi, son convinto che il benessere dell’uomo passi anche -necessariamente- dal suo essere attivo in un contesto sociale.

Dirò di più: per quel che mi riguarda, la proposta è funzionalmente equivalente a qualsiasi altra proposta che tenga gli anziani attivi e partecipi della vita sociale.
Insomma, non deve trattarsi necessariamente di un “servizio civile” (per quanto questo abbia alcuni innegabili pregi), ma potrebbe anche svolgersi in modi differenti: se, anziché un servizio civile obbligatorio, si introducessero partite a carte obbligatorie, gite obbligatorie, concerti e spettacoli a teatro obbligatori, sarei ugualmente favorevole.
Certo, tutte queste ipotesi porrebbero questioni di risorse assai maggiori della proposta della Yade.

Ovviamente quella della Yade è solo un’idea: non mi risulta vi sia un progetto di legge in tal senso. E questa idea io sto giudicando.
Ove vi fosse una proposta più dettagliata, della quale io stesso mi rendo conto dei rischi (basti solo pensare se prevedesse un tot di ore eccessivo).