arriveremo a Tripoli

Bomba o non bomba…., potremmo dire.
In ogni caso, arriveremo a Tripoli. Questo è poco ma sicuro.

Non entrerò nel merito delle scelte del governo riguardo la situazione in Libia, perché sarebbe un’analisi francamente troppo lunga e complicata, specie alla luce dei pochi e confusi dati che abbiamo.
Mi interessa di più fare un’altra riflessione.

Chi mi legge, sa che tempo fa (all’epoca del primo, annoso, dibattito sull’acquisto degli F-35), avevo sostenuto che la spesa militare, per quanto alta, aveva una sua giustificazione. E, per quanto discutibile, aveva una sua precisa raison d’etre.
Un amico commentava, già in quella occasione:

Diciamo che ci siamo adagiati all’idea che dato che non ci sono guerre da parecchio tempo, vicino a noi, allora non serve a niente. Ma poi nel momento del bisogno, che si fa? […]
Oppure si accetta il fatto di avere basi USA in Italia che possono fare quello che vogliono, o il fatto che qualcuno prenda l’iniziativa di prendere provvedimenti in Libia, e scaricarti le conseguenze e i danni economici poi, quando invece certe cose sarebbe stato necessario gestirle direttamente.
Diciamo che il danno economico della guerra in Libia è stato poco considerato, ma comunque c’è stato… […]

Aggiornate il verbo al tempo presente.
Il “momento del bisogno” potrebbe essere arrivato (e non includo in questo ragionamento nemmeno l’Ucraina, come forse dovrei), sono “vicino a noi” adesso. Spero ovviamente di no, spero di sbagliarmi.
Ma credo che ragioni geo-politiche non indifferenti ci impongano una riflessione sulla condizione attuale della Libia e sull’opportunità di “fare qualcosa” per stabilizzarla. Non voglio (non ci penso neanche lontanamente) fare ragionamenti del genere “quando c’era Gheddafi… tutto andava benone!”. Manco per scherzo.
Ma è evidente che la Libia è sull’orlo di divenire un failed State, uno Stato fallito, in preda alle varie bande che si combattono e alla tribalizzazione, alla distruzione della società.
Se così fosse, i rischi sarebbero immensi: tanto per dire, qualcuno si ricorda delle armi chimiche di Gheddafi? E questo senza menzionare questioni biecamente economiche come le nostre forniture di petrolio e gas. Per carità, lasciamole pure da parte.

E’ da un pò che nei nostri giornali non si parla di Somalia, ma forse qualcuno ancora se la ricorda… ve la ricordate la Somalia degli anni ’90? Mogadiscio? Gli Shabaab? La pirateria con ottime basi d’appoggio nel Corno d’Africa? Scommetto di sì, che ve la ricordate.
Ecco, per capire a cosa potremmo andare incontro in Libia, immaginate di trasferire tutto questo sulle sponde del Mediterraneo.
Condite il tutto con: armi chimiche; barconi di immigrati; Stati confinanti oggettivamente fragili come la Tunisia; traffico di armi verso altri Stati africani (Mali, Ciad, Niger, Nigeria…); un pò di sano-pazzo fanatismo islamico; un vicino come l’Egitto di al-Sisi… e sicuramente ho dimenticato qualcosa.
Comunque sia, aggiungete tutto questo e cosa ottenete? Ottenete un bel mix, uno di quelli che nessuno vorrebbe sotto casa.

Non credo che il Mediterraneo possa o debba essere per l’Italia “il giardino di casa” come l’America Latina per gli USA. Ma credo che dovrebbe essere una priorità della nostra politica estera focalizzarsi nei rapporti con gli Stati a noi più prossimi, quelli rispetto ai quali abbiamo maggiori possibilità di influenza e assieme ai quali abbiamo maggiori possibilità di sviluppare politiche efficaci.
Sull’immigrazione, per dire.
E’ buonsenso.

Perché tutto questo, oggettivamente pesante, ragionamento?
Perché credo che, come dice il sottotitolo di questo post, bomba o non bomba, arriveremo a Tripoli. Ovvero: un qualche genere di intervento internazionale in Libia sarà prima o poi necessario. E se un intervento vi sarà, l’Italia non potrà tirarsene fuori: non occorre essere Westmoreland per capirlo, basta guardare una cartina geografica (cantava De Gregori: “Risulta peraltro evidente,/ anche nel clima della distensione,/ che un eventuale attacco ai Paesi Arabi/ vede l’Italia in prima posizione”).
Prima o poi, meglio dunque prima che poi, perché più la situazione degenera, più sarà difficile cercare di controllarla e ristabilire un qualche ordine.
Bomba o non bomba, perché possiamo ancora cercare di ottenere un mandato ONU per questo intervento.
Bomba o non bomba, perché abbiamo ancora qualche tempo per cercare di impostare questo intervento in chiave non strettamente militare, ma diplomatica, istituzionale, economica: supportando il governo esistente, per esempio.

Ed ecco, allora, che anche la spesa militare (sugli F-35 o su altro) torna ad avere un suo senso.
Può non piacerci, lo riconosco, ma se uno Stato vuole ancora giocare un qualche ruolo a livello internazionale (e, salvo rari casi, gli Stati devono giocare un ruolo, perché sono gli unici attori a poterlo fare), ecco che -come diceva Caracciolo- “deve contribuire a fornire soluzioni“.
Anche militari.
E non credo neppure che, con tutta la buona volontà, diplomatici, ingegneri e volontari siano proprio disposti ad andare a lavorare in un paese dove scorrazzano bande armate incontrollate.

Ripeto: nessuno qui rimpiange Gheddafi. Né auspica bombardamenti.
Però, come scrivevo parlando della Siria, è evidente la necessità di ripristinare un’autorità statale in grado di controllare il territorio ed i fenomeni che vi hanno luogo, il famoso “monopolio della forza fisica legittima” di weberiana memoria.
Una o due (Cirenaica e Tripolitania), non lo so.

Il guaio è che, come avvenuto in Egitto, qualunque cosa faremo sarà sbagliata.
Certo, è possibile cercare di limitare gli errori e scegliere accuratamente le nostre azioni (invadere l’Iraq nel 2003, per fare un esempio lampante, fu un errore colossale), ma non possiamo illuderci di avere a portata di mano una soluzione senza effetti collaterali, senza qualche danno. Qualunque cosa faremo, faremo dei danni.
Come per l’Egitto, chiunque sceglieremo di sostenere, non sarà “uno stinco di santo” e, come Gheddafi o Ben Ali o Karzai o al-Maliki, sarà con ogni probabilità un gran “figlio di puttana” (cit. Roosevelt).
Ma forse un solo figlio di puttana è meglio di una dozzina di figli di puttana. Chiedete in Mozambico.
Ma forse possiamo cercare il minor figlio di puttana. Forse.

E tutti sanno tutto dell’inizio
ma nessuno può parlare della fine.