Il valore di sé

Sono convinto che esistano almeno un paio di domande veramente sgradevoli in ogni colloquio di lavoro: “come si immagina fra 5 anni?” e, soprattutto, “quanto guadagna attualmente?“.

La prima, probabilmente, è un problema mio. Perché tra cinque anni non mi immagino proprio.
Ma la seconda trovo sia semplicemente scorretta, inopportuna e financo maleducata.
Non lo dico solo perché condivido l’idea che il tema non debba esattamente riguardare un eventuale datore di lavoro, ma anche perché credo sia una domanda subdola, posta anche con poco riguardo o tatto, una domanda che sbilancia platealmente l’equilibrio della contrattazione in favore del datore di lavoro.

Questo in generale.
In particolare, la domanda mi suscita una reazione ancor più indispettita quando vi si aggiunge un’affermazione del tipo “avrà pure un’idea di quanto vale!“.
A parte il fatto che il mio valore non credo possa, né debba, esser ridotto ad una misurazione in dollari, euro o altra valuta, questa affermazione mi sembra una sonora presa in giro.
Mi spiego: nella mia professione (avvocato), i primi anni di praticantato sono quasi sempre non retribuiti. Due anni “a gratis” (anzi: spese a carico). Salvo rare eccezioni. E questo, ovviamente, beatamente a scapito delle del codice deontologico, del codice sulla pratica e delle leggi nazionali che prevedono un minimo di rimborso spese.
E anche dove questo rimborso spese c’è, è piuttosto una farsa: dei miei amici e conoscenti, ne conosco forse 2 che hanno preso 1.000 Euro al mese durante la pratica (due su oltre una dozzina). Dico 1.000 Euro, meno di un operaio specializzato.
Gli altri, viaggiano sotto questa cifra.
Personalmente, un giorno ho fatto un calcolo orario. Non ve lo dirò, ma era meno di quanto prende una donna delle pulizie (con tutto rispetto).

Ecco, ora io vorrei che qualcuno mi spiegasse come potremmo “avere un’idea di quanto valiamo” se fino al giorno prima ci avete palesemente sottostimati e pagati “peanuts“.
Come potremmo arrivare e dirvi “voglio 5.000 al mese” o “voglio 3.000 al mese” o “voglio 8.500 al mese” e sapere se è una stima, anche solo vagamente appropriata?

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Insomma, una persona forma il proprio carattere, la propria stima di sé, nel costante confronto con il mondo che lo circonda. Se questo confronto non ha luogo, perché una delle parti fissa già una regola, ineludibile e sbilanciata, diventa un pò difficile, tutto d’un tratto, poter acquisire una chiara percezione di sé.