e quel che resterà ai posteri, alla fine, saranno curve autostradali

I più giovani, forse, non lo ricorderanno: una delle tante meteore della politica di questo nostro paese corrotto e corruttibile, ancorché meteora restata in ballo per ben ventisette anni in Parlamento e pur avendo rivestito financo il ruolo di ministro dei lavori pubblici per svariati governi, soprattutto ai tempi del settennato Pertini. Venne, come tanti, travolto da Tangentopoli per lo scandalo noto come “carceri d’oro”. Eppure, per chi abita i nostri luoghi (vero, roceré?), la memoria di Franco Nicolazzi, per lungo tempo leader del PSDI, morto l’altra notte all’età di novantuno anni, è inseparabilmente legata ad un casello autostradale: non raggiunse ovviamente i livelli aulici del buon Amintore, che riuscì – dicono i maligni, eh – addirittura a pilotare la costruzione di una “gobba” di varie decine di chilometri (meglio nota come “curva Fanfani”) su un tragitto che sarebbe potuto essere diritto come un fuso, da Roma a Firenze sulla A1, giusto per farsela passare sotto casa, ma il buon Nicolazzi dimostrò comunque una discreta maestria a far costruire una curva e un’uscita della A26 proprio lì, proprio sotto casa sua, proprio a ridosso della metropoli di Gattico; non qualche chilometro prima, dove sarebbe stata più funzionale e avrebbe avuto più senso per una cittadina di discrete dimensioni come Borgomanero; non qualche chilometro dopo, alle porte del lago e della turisticissima Arona. No, proprio lì. A Gattico.
Peccato per quella condanna per concussione: ha rovinato una carriera all’italiana di tutto rispetto, che dopo la Voltri Sempione avrebbe potuto regalare ancora tante altre soddisfazioni, appalti, promesse. Acqua passata: quelle eran cose d’altri tempi, eran cose da trogloditi della Prima Repubblica.

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