Pillole di giustizia: Rights, 365

Oggi è lo Human Rights Day, la Giornata Mondiale dei Diritti Umani.

Già questa mi parrebbe una notizia degna di un post. Che non è una notizia che vi sia bisogno di una giornata così. Ma, visto che ve n’è bisogno, prendiamola per buona e teniamocela stretta.
Sai mai, potremmo averne bisogno.

Confesso di arrivare impreparato all’appuntamento.
Forse avrei dovuto studiare.
Ma poco importa, perché un polpettone di post sulla nascita, la scrittura, l’interpretazione e l’esecuzione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sarebbe stato inutilmente indigesto.

Su questa dichiarazione dico solo una cosa en passant, perché è una cosa spesso dimenticata: fra chi balla di “relativismo” dei diritti umani in conflitto con le tradizioni culturali più o meno locali e chi passa a passo dell’oca dietro ad una bandiera di “univeralismo” che abbatte ogni peculiarità o diversità (due versioni della stessa negazione dei diritti), sarebbe importante ricordare che quella dichiarazione anela ad essere universale.
Sintetizzare qui decenni di dibattiti socio-giuridico-antropologici sarebbe pretendere troppo, basti dunque dire che l’universalità dei diritti è un’aspirazione che parte dal dibattito del 1948, confrontando tante prospettive diverse nella coscienza della loro diversità. Che dovrebbe essere la premessa di ogni serio ragionamento giuridico.
Pensare di arrivare ad un “codice” applicabile per tutti è probabilmente illusorio e fuorviante. Non solo per ragioni culturali, ma anche economiche.
Quel che, però, possiamo ottenere, è porre dei paletti inalienabili (il divieto di tortura, per prendere una classificazione interna alla “nostra” CEDU cara alla stimata Mireille Delmas-Marty –già citata qui) entro i quali consentire un certo margine di manovra che lasci sussistenere ogni orientamento culturale. Una logica fuzzy, come l’ha battezzata la stessa Delmas-Marty, una logica di tante sfumature di grigio, di “margini di apprezzamento” che consentano di valutare le situazioni concrete.

Potete non credermi, ma la direzione è quella. Certo, il passo è lento e pure un pò stanco.

Ma non parlerò oltre di questo, per quanto il tema mi affascini.
Preferisco comunque buttare lì l’amo e lasciare che siate voi stessi ad andare a pescare… Tipo questi:
1. Brasile, i prigionieri politici ri-visitano le carceri dove son stati torturati;
2. Diseguaglianze (ne ho già accennato qui): le disugualianze minacciano il godimento stesso dei diritti. It’s an old story, ma sempre attuale. Allora, anche qui, un paio di riflessioni: il mito della detassazione smontato dalle richerche economiche (aka: la ridestribuzione della ricchezza favorisce la crescita);
Tanto per dire a che livello siamo arrivati: nei voli intercontinentali l’indice GINI (che misura appunto la disuguaglianza) è più basso che a terra…
3. Il rapporto del Senato USA sulle torture della CIA. Inutili, oltre che torture, pure inutili. Quello che apprezzo degli americani e che loro hanno la capacità di dirsele queste cose. Peccato poi continuino a farle….
(Bello anche l’articolo di Vittorio Zucconi su Repubblica)
Ma è un caso che quel rapporto sia stato pubblicato proprio oggi?

Concludo con una (altra) nota un pò personale. Credo che ancora oggi, il miglior modo per parlare di diritti umani e per lottare per la loro tutela sia partire delle premesse, dai prerequisiti (non solo quelli economici). Prerequisiti giuridi, sociali, filosofici se volete. Quello che Hannah Arendt chiamò “il diritto ad avere diritti“, ad essere soggetti (attori riconosciuti dagli altri) e non meri oggetti del diritto o della politica (chiedere ad Ortega y Gasset).
Per sintetizzare: la negazione di questo è quanto accadde ad Auschwitz (o in Camogia, o in Ruanda, Argentina…).
E questo è sancito all’art. 6 della Dichiarazione Universale (la foto è mia, dal Museo de la Memoria y de los Derechos Humanos di Santiago, Cile).

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