Decades #5 – The Noughties

Mi giro indietro per l’ultima volta. Occorre decretare il nome di chi ha dominato la scena nell’ultimo decennio già chiuso, poi per sei anni non se ne parla più. Negli anni Zero ho ascoltato tonnellate di musica, ho mutato le mie preferenze senza mai rinnegarle, ho speso in dischi e concerti più di quanto abbia speso in sigarette o in alcol (presi individualmente, la sommatoria delle due voci non fa testo), ho accumulato consigli segnalazioni e suggerimenti e ne ho proferiti altrettanti. Ho conosciuto gruppi e artisti che mi hanno esaltato, ma è difficile stabilire, con la pistola ancora fumante, chi di loro sia stato davvero influente per chi è venuto a seguire. Combinando una serie di fattori, finora ho scelto british quando non vi erano dubbi e america quando era più difficili, stabilire il peso di qualcosa che non esiste più è più semplice, per decennio della comunicazione e dell’immagine non possiamo non tener conto del carisma e dell’impatto visivo, ha avuto la meglio un gruppo statunitense, scioltosi da anni, e che ha saputo racchiudere il proprio brand in tre soli colori, rosso bianco e nero.

“Chi è stato il migliore e più significativo per la scena musicale, in egual misura, nel decennio 00?”
“THE WHITE STRIPES”

Non sapremo mai che legame vi fosse tra John Anthony Gillis e Megan Martha White, meglio noti come Jack White e Meg White, al di fuori del loro sodalizio musicale. Non erano fratello e sorella, come inizialmente si professavano, non erano più marito e moglie, come pare fossero prima di essere una band per poi rompere il matrimonio a carriera da poco iniziata, sulla rampa di lancio del successo. Ora non sono nemmeno più un gruppo, e dubito si sentano mai al telefono, nemmeno per gli auguri di compleanno, alla luce di alcune dichiarazioni postume specialmente di Jack. Quello che sono stati di sicuro, e meglio di chiunque altro, è chitarra e batteria, più altri strumenti di contorno e voce prettamente maschile. Due persone, un gruppo, tre colori, un frastuono inenarrabile, sei dischi in studio dei quali ne scelgo cinque, lasciando fuori il penultimo Get behind me Satan dopo un serrato ballottaggio col loro canto del 20141120cigno. Non mi dilungherò su uno spin-off importante della band, il fottuto genio di Jack White attraverso The Raconteurs, The Dead Weather e la carriera solista. Menziono unicamente la loro apparizione in Coffee and cigarettes di Jim Jarmusch, raccolta di undici cortometraggi uno dei quali incentrato su un loro dialogo sopra le righe, con la partecipazione latente di Nikola Tesla.

Il primo disco del 1999 porta il loro nome, come nella migliore tradizione. The White Stripes è una bomba grezza, aggressivo come mai sono stati in seguito, diciassette brani tra cui alcune cover, non ebbe successo all’epoca ma che col senno di poi mostra un livello e un valore non indifferenti. Picchiano duro dall’inizio, e la seconda traccia Stop breaking down ci spiega bene le loro intenzioni per gli anni a venire, prendendo il blues e sporcandolo di garage rock, con l’aggiunta di un incedere di batteria e chitarra da headbanging. Molti pezzi sono brevi e senza respiro, in atmosfera punk, come When I hear my name e Astro, ma non mancano brani più articolati, Screwdriver che pare la loro prima canzone composta, e il folk-blues meno frenetico di St.James Infirmary blues, storico brano della tradizione americana. Copertina con molto rosso, un po’ di bianco e qualche venatura nera.

Un passo verso la popolarità viene compiuto a distanza di un anno, nel 2000, con De stijl, disco che assume una forma più convenzionale rispetto al precedente. La mescolanza di generi non cambia invece, garage immediato e semplice la prima traccia You’re pretty good looking (for a girl), post-blues-rock gridacchiato anziché parlato da Hello operator arrivando all’ipnosi collettiva di Jumble, jumble, passando per la velocissima e inarrestabile Let’s build a home che si aggancia bene al primo disco, e finendo con una morbida Why can’t you be nicer to me? dal fiero incedere. Copertina con predominanza di bianco, un po’ meno rosso e il nero a incorniciare il tutto.

Quello che i fighi diranno essere il meglio dei The White Stripes arriva nel 2001 con White blood cells, ed effettivamente parliamo di un disco con i controcazzi, sedici brani di pregevole fattura e con un tiro pazzesco, anche se non ancora ipnotico ai massimi livelli. L’attacco di Dead leaves and the dirty ground è lento, ma le schitarrate si fanno penetranti già dopo i primi due giri. Hotel Yorba accelera e inizia a far pestare i piedi, un allungo in controtempo che spiazza tutti. Per inciso, è il brano che ho ripristinato come sveglia da qualche mese. Poco dopo, il picco di velocità massima, Fell in love with a girl e il garage punk da manuale. Il classico tributo al blues arriva con The union forever e la chitarra accarezzata anziché malmenata. Il riff di Offend in every way è ipnosi allo stato sublimato, un giro che ti resta in mente e viene allo scoperto da solo, nei momenti più impensabili. Copertina con nero portante, bianco e rosso equilibrati e suddivisi nella parte inferiore e superiore della scena.

Il boom giunge nel 2003. Elephant è il loro disco più conosciuto, il primo che abbia mai ascoltato, quello più semplice per certi versi, ma accompagnato da singoli e video che potevano avere unicamente successo, senza margini di dubbio. Seven nation army ce l’hanno fatta odiare. L’hanno violentata e l’hanno mistificata, usata in maniera impropria, prestata al coro da stadio e da discoteca. Eppure è oggettivamente un pezzo straordinario, magnetico come pochi, un giro di basso che ti si piazza in mezzo al plesso solare e non se ne va più, oltre a un videoclip che nemmeno sto a raccontare. Sorella minore, ma altrettanto violenta e affascinante nel suo essere accattivante, The hardest button to button, con la chitarra ossessiva e i colori del video di Michel Gondry. Dei vecchi White Stripes rudi e menefreghisti, abbiamo la violenta e urlata Girl, you have no faith in medicine, l’atmosfera da jam session e le variazioni di ritmo della lunga Ball and biscuit, l’apparizione della voce sussurrata di Meg con In the cold, cold night. Un album poco spontaneo, ma ben studiato e destinato a sfondare. Copertina quasi tutta rossa, un alone di nero invade il fianco mentre di bianco c’è solo il vestito di Meg.

L’avessimo saputo prima, che dopo Icky thump non ci sarebbe più stato nulla. Ultimo disco in studio, del 2007, di quella che ormai era una corazzata, un’aziendina a conduzione familiare diventata col tempo una S.p.A. che conosceva e rivoltava il mercato a proprio diletto. Traccia uno da manuale, come sempre, stesso titolo dell’album, Icky thump porta un riff micidiale. Stacco morbido, da ballatona underground, la leggera You don’t know what love is (you just do as you’re told). Conquest è una sorta di richiamo marziale, un suono che esce, stranamente per gli White Stripes, dagli Stati Uniti e va un po’ più lontano. Tornano poi a pizzicare le corde di Rag and bone, consueto blues di metà disco, per poi sfumare fino all’ultimo brano dell’ultimo album, epitaffio quasi acustico, Effect and cause, un ritorno all’homemade e qualche coretto estremamente southern. Copertina in bianco e nero, di rosso unicamente il sigillo in alto col nome della band.

Sipario.

Nell’immagine, Meg, Jack, Jim Jarmusch da qualche parte da questa parte dell’obiettivo, il caffè, le sigarette e un Tesla coil.