Decades #4 – The Nineties

Finiamola di scrivere in maniera postuma di band appartenenti a decenni trapassati. Gli anni Novanta sono per me il decennio della co-no-scienza, quello in cui inizi a guardarti intorno, accendi la radio, frughi nei dischi che trovi per casa, ne inizi ad acquistare altri (prima le musicassette in realtà, poi vennero per me anche i cd), conosci MTV e i suoi programmi musicali (ah, i programmi musicali di MTV!) nell’ampia gamma da discutibile a molto fico. Un milione di artisti e gruppi fondamentali, seminali, che hanno ispirato altri milioni di gruppi, ma al primo posto metto una band che è considerata dai più la più influente degli ultimi vent’anni, perché hanno iniziato (senza nulla di innovativo, diciamolo tranquillamente) negli anni Novanta, hanno sperimentato con successo prima del nuovo millennio, si sono evoluti negli anni Zero e continuano a fare casino anche negli anni Dieci.

Chi è stato il migliore e più significativo per la scena musicale, in egual misura, nel decennio 90?”
“RADIOHEAD”

Il cammino dei Radiohead si incrociò con il mio nel momento del loro vero salto di qualità, epifania di quanto fossero non solo un gruppo interessante ma una band destinata a diventare influente, quando tra il ’97 e il ’98 la mia adolescenza era da poco iniziata. Il primo elemento di contatto fu proprio MTV, con il video di Karma Police trasmesso e richiesto di continuo, e da lì una conoscenza piuttosto superficiale, quei 3-4 brani fondamentali, ché all’epoca sentire un disco intero era estremamente difficile a meno di avere un amico/conoscente che te lo prestasse o addirittura MASTERIZZASSE (i prezzi del mercato nero oscillavano tra le 5 e le 10 mila lire). Ulteriore approfondimento mi fu concesso da uno speciale, manco a dirlo sempre su MTV, della serie “A night with”, condotto dalla benemerita Paola Maugeri in compagnia della sua pronuncia dell’inglese totalmente assurda ai limiti della legalità. Lo registrai su VHS, cassetta che da qualche parte ancora giace a casa dei miei, e lo rividi plurime volte. Il resto è storia. Storia che non prevede un mio disco preferito dei Radiohead, ce ne sono cinque che metto a pari merito, ognuno favorito in una particolare maniera.

20141017Ci fu un periodo in cui me la tiravo, dicendo in giro che secondo me l’album migliore dei Radiohead era The bends. Uscito nel 1995, con sonorità estremamente lontane da quelle per cui il gruppo si è affermato nei continenti, è un ottimo disco di rock alternativo ma non troppo, che strizzava l’occhio a una certa melodia pop in anni dominati dall’onda lunga del grunge, mentre dal brit pop dei primi anni 90 iniziava a germogliare un nuovo corso della musica inglese, a cui di certo i Radiohead non potevano essere associati sebbene questo sia stato il momento di massima convergenza. Qualche schitarrata grezza e graffiante, in mezzo a parecchi brani morbidi ma non troppo lagnosi, pur sentimentali e sofferti. Le prime le troviamo nel pezzo che dà il titolo all’album, The bends appunto, e in Just, e probabilmente non le troveremo più in seguito, mentre dei secondi abbiamo l’imbarazzo della scelta, con singoli molto ben riusciti come High and dry (di cui vennero realizzati due video, uno UK e uno USA, quest’ultimo ispirato alla tavola calda di Pulp Fiction e che trovo personalmente eccezionale), Fake plastic trees (che ad un certo punto sale di tono con una sorta di tachicardia) e Street spirit (Fade out). Menzione speciale va a Bullet proof.. I wish I was, di un’intimità esagerata, e la cui etichetta mi rimase affibbiata addosso per moltissimo tempo, qualche traccia ancora ne rimane. Possiamo definire The bends il miglior disco convenzionale dei Radiohead.

E poi arriva il 1997, e arriva il botto. La genialità dei Radiohead viene condensata in dodici brani e nasce così OK computer, un disco che segna per certi versi l’anno zero e diventa termine di paragone per tutto quello che vogliamo definire innovativo nell’ambito della musica rock. OK Computer è fuori dal tempo e dallo spazio, non vi è nulla di somigliante, anche nella stessa discografia dei Radiohead pre e post. Scegliere i passaggi migliori del disco non è facile, si potrebbe ricorrere alla conta (eeny-meeny-miney-mo, ché sono i nomi delle quattro facciate del doppio LP). Oppure andare di pancia. Paranoid Android potrebbe essere il mio loro pezzo preferito, se avesse senso sceglierne uno. Lungo e articolato, lento e poi veloce e poi ancora lento e poi lo stacco finale. Una meraviglia ai nostri occhi, e orecchi. Poco dopo è il turno di Exit music (for a film), altro brano con un crescendo finale da subbuglio allo stomaco, intimo nell’inizio e violento nella chiusura. In mezzo al disco la sperimentazione sale di tono, ma c’è spazio per la struttura più classica e ricca di chitarre di Electioneering, e per una vita quieta, una stretta di mano, un po’ di monossido di carbonio e No surprises, apparentemente un brano semplice e leggero, ma che in realtà racchiude un mondo. Troviamo un finale in crescendo anche qui, come nella canzone successiva cioè Lucky. Dal primo all’ultimo minuto, OK Computer si rivela il disco nel quale i Radiohead sono i Radiohead.

Grande attesa per quella che avrebbe dovuto essere la conferma dei Radiohead, e per non sbagliare escono due dischi gemelli a pochi mesi di distanza. L’uno contiguo all’altro, eppure aventi personalità ben distinte. Se Kid A è lo spartiacque, il segno dell’innovazione continua che ci si dovrà aspettare da quel momento in poi, Amnesiac è più introverso, più organico in questo stile, e dei due il mio prediletto. La traccia di apertura ha un titolo programmatico e claustrofobico, Packt like sardines in a crushd tin box, che annuncia di trovarsi di fronte a un disco estremamente introverso. I brani si somigliano un po’ due a due, in maniera quasi speculare tra quelli che si possono definire lato A e lato B. La mia preferita è quella cigolante della sofferta You and whose army? con l’eterea Like spinning plates, più animato invece l’abbinamento tra I might be wrong e Dollars and cents, i passaggi più caotici di tutto il disco, che trova il suo momento di pulizia quasi pop al giro di boa della morbida Knives out. Più di molti altri, Amnesiac è un album ritagliato e sagomato intorno alla voce di Thom Yorke, che risulta lo strumento più efficace e portante attraverso tutte e undici le tracce.

Il giudizio su Hail to the thief è generalmente combattuto. Qualcuno lo considera privo di innovazione e spunti, con nulla da dire in più di quanto già i Radiohead erano stati in grado di trasmettere fino a quel 2007, a me sembra una bella conferma, un album lungo, ramificato, per la prima metà piatto e con la seconda metà in crescendo. L’apertura di 2+2=5, spesso usata come attacco anche nei live, proprio piatta non è, e anzi scalda subito l’atmosfera, che con piccoli alti e bassi resta quieta fino al rush finale. There there ha il suono delle anche che ondeggiano, un vortice che trascina senza tirarti nel mezzo, lasciandoti sospeso in periferia, e un testo pieno di aforismi che avrei voluto scrivere sullo zaino a tredici anni, sai quanto avrei rimorchiato. I will è un intermezzo sofferto, quasi un breve inno solenne con un impercettibile accompagnamento strumentale a sorreggere la voce che riempie e rende tutto più evidente. Tutto il contrario lo scossone elettrico di Myxomatosis, diversamente ipnotica e ipnoticamente dinamica, con un bridge a fare da ritornello e un ritornello che tale non è, perché in fondo una delle cose che i Radiohead ci insegnano è che nulla è più nei suoi schemi. La chiusura con A wolf at the door parte come una filastrocca, per poi diventare ossessiva e ripetitiva preparandosi a distendersi salendo, come un arrivo in falso piano e una volata impropria. Il fascino di Hail to the thief sta anche nel confezionamento, inteso come artwork -la migliore di tutti i loro dischi, e forse la migliore di sempre- e come attenzione ai dettagli non strettamente musicali, come il titolo alternativo che viene assegnato a tutti i brani e compare nel retro di copertina.

Non ci ho messo poco a metabolizzare In rainbows, uscito nel 2007, vissuto dal vivo nel 2008 e da me compreso veramente non prima del 2009. L’album della rivoluzione discografica riuscita per metà, bene dal punto di vista mediatico (ricordo bene quella scritta “it’s up to you” che appariva al momento dell’acquisto degli mp3 ad un prezzo libero), un po’ meno bene sotto il profilo commerciale, ma quello che conta in fondo sono le dieci tracce (più le otto del disco bonus, anch’esso di pregevole fattura). Due pezzi accattivanti, buonissimi come potenziali singoli, in controtendenza con le loro ultime creazioni, sono il vivace Jigsaw falling into place e il lento romantico e romanzato All I need. Il resto si compone di un attacco ipnotico e agitato che si smorza piano in brani più morbidi, Reckoner che suona come guardare una spiaggia vuota o un tramonto o uno a caso di questi evergreen dell’introspezione, Weird fishes/Arpeggi che sembra doversi chiudere da un momento all’altro e non si chiude mai e lascia in sospeso fino all’ultimo istante, e per andare ancora più piano c’è la lacerante Nude, splendida colonna sonora di un evento maestoso e inevitabile come un big bang o un’esplosione atomica, lenta e bruciante. Dal disco bonus, potremmo estrarre a caso Last flowers e Bangers+mash e Down is the new up e lasciarle ai posteri, per imparare qualcosa.

L’immagine è un frammento dello strepitoso video nella versione US di High and dry.