“…la pace per fare quello che voi volete…”

tempopacegrandeNon ho la presunzione di pensare di accorgermi solo io di essere incappata in un libro straordinario, cosicché quando mi succede vado sempre a leggere quello che dicono i critici veri, quelli più colti e più bravi di me. In questo modo ho scoperto che “La vita in tempo di pace” si è classificato terzo al Premio Strega che, già da gennaio, si diceva sarebbe stato vinto, come poi è stato, da “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo (così ho imparato anche qualcosa sui premi letterari). Ho scoperto anche che è stato acquistato da 4.500 persone, e anche sommando quelli che lo hanno letto perché un amico gliel’ha prestato dandogli il tormento perché lo leggesse “assolutamente” il numero delle copie lette è vergognosamente basso. Ora, questo dato dovrebbe bastare a farvi correre in libreria perché in questo Paese, a farsi guidare dalle classifiche di vendita, ci si perde il meglio.

Si può dire che questo libro idealmente inizi là dove finiva “La Storia” di Elsa Morante perché Ivo Brandani, il protagonista, appartiene alla prima generazione di Italiani che hanno vissuto “la vita in tempo di pace”. Di questa lunga pace ci descrive l’evoluzione, le conseguenze, le menzogne. Menzogne, perché «Il Tempo di Pace è solo una guerra silenziosa di tutti contro tutti… per ottenere una parte anche piccola delle risorse disponibili, o un po’ di potere, per quelli a cui interessa», menzogne perché “Tempo di Pace” significa essenzialmente vita senza prospettiva di rivoluzione né di cambiamento radicale, una vita che mai ci chiede di definire per cosa saremmo disposti a vivere e a morire. Eppure Ivo Brandani, che si definisce un “Nativo della Pace”, è ossessionato dal senso della catastrofe, del cambiamento ineluttabile di cui ci si accorge solo quando è troppo tardi per fermarlo; questa sua ossessione è pervasiva, riguarda la sua parabola esistenziale, il suo corpo di uomo ormai vecchio ma anche la devastazione della natura e dei luoghi avvenuta sotto i suoi occhi nel corso degli anni. Simbolo del suo tarlo è la caduta di Bisanzio su cui Ivo Brandani si arrovella quando non riesce a prendere sonno – ed è su questo evento che la narrazione si apre, con pagine di grande bellezza che consegnano già il “messaggio” (se vogliamo chiamarlo così) del libro: la sconfitta non è un evento puntuale, si prepara già nelle premesse e quando arriva si compie per anni.

Ivo Brandani. Io lo definirei soprattutto “un osservatore consapevole”. Ivo Brandani osserva, osserva tutto. Nell’arco della giornata che racchiude il libro e che trascorre all’aeroporto di Sharm El Sheik in attesa del volo per Roma, Ivo Brandani osserva le donne, i piedi delle persone, i turisti, la forma degli aerei, le hostess, i bambini, il bar, i cessi, se stesso, i messaggi che provengono dal suo corpo, dallo stomaco in subbuglio, dai genitali stretti nei pantaloni e ogni osservazione diventa il bandolo di una matassa di ricordi.

Complice il lungo stazionamento in un “non luogo” (non solo fisico, l’aeroporto, ma anche psicologico: la condizione di attesa), Ivo Brandani ripercorre la sua vita, l’infanzia durante gli opprimenti anni cinquanta quando ogni impulso era peccato e ogni sogno infrangeva una regola, le urgenze ancora senza nome di una adolescenza sociologicamente appena inventata e da noi ancora in fase di rodaggio, la messa a punto dei miti dell’Estate e delle Vacanze Nei Luoghi Incontaminati (che li hanno contaminati per sempre), il ’68 e gli anni della contestazione, la fine della dimensione collettiva e la resa ad un’età adulta ritornata ad essere corsa individuale alla conquista di un posto nel mondo il più confortevole possibile.

Ivo Brandani è in fondo il solo personaggio del libro ed è anche un uomo solo, senza famiglia e senza forti legami; eppure questa scelta narrativa mi sembra funzionale alla tesi forte di questo libro, ovvero che nessuno è solo davvero: ognuno di noi è nodo di una rete che intreccia passato e presente, individuale e collettivo, produzione culturale e progresso tecnico e da un punto qualsiasi della rete si può partire per arrivare a tutti gli altri. Per questo motivo, più che la storia esemplare di un solo uomo, questo libro è un gigantesco affresco o meglio una enorme mappa dei legami che legano tutto e tutti, per questo, ad esempio, nelle pagine splendide dedicate a Roma, “La Città di Dio”, c’è tutto, nelle stratificazioni delle sue architetture c’è il carattere della città ma anche la storia di questo Paese e persino la psicologia di Ivo Brandani.

C’è un altro motivo per cui è riduttivo dire che questo libro racconta la storia di un uomo e attraverso la sua quella dell’Italia degli ultimi sessant’anni: in realtà “La vita in tempo di pace” mostra anche come ognuno di noi “scrive” la propria storia dentro di sé, mostra l’incessante e continuo elaborare i dati che i nostri cinque sensi registrano ed inviano e che la nostra mente elabora e archivia dopo averli collegati in catene associative. E non importa se i dati arrivano dalla vista, dall’olfatto, dalla secrezione di un ormone o da un’attivazione del sistema nervoso, nella mente i dati mantengono la forma dell’organo con cui sono stati registrati: per questo un odore dell’infanzia ci riattiva l’emozione di quando avevamo paura del buio, una musica le immagini di una stagione d’amore, il sole sulla pelle nuda la speranza nel futuro che abbiamo nutrito.

Il libro restituisce l’enorme lavorio percettivo di una vita intera e l’opera continua di elaborazione di significati, costruzione di mappe che non vengono mai più cancellate, semmai aggiornate, completate; e anche quando delle parti vengono cancellate, o “rinominate”, il segno della cancellatura è visibile, sempre presente, perché la mente ricorda e archivia anche i processi di pensiero, i cambi di punto di vista, il mutare delle emozioni associate ad un evento nel corso del tempo.
Un immane lavoro di cui la maggioranza di noi non è neppure consapevole e che costituisce l’essenza della vita stessa.

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Francesco Pecoraro
La vita in tempo di pace
ed. Ponte Alle Grazie