Per chi è ancora in tempo, prevenire è meglio che curare

Sottotitolo: «Ti porto a vedere la luna». «Un kebab no?»

“L’essere umano femmina pensava davvero che il matrimonio sarebbe durato per sempre. Erano persino sopravvissuti all’adolescenza della primogenita, quel momento devastante per gli equilibri familiari in cui una bambina adorabile diviene una creatura brufolosa dai malumori insensati. L’essere umano femmina non aveva calcolato l’andropausa.
Ormai ogni sera, pensa che avrebbe dovuto sposare il collega superficiale, quello la cui inquietudine di mezz’età viene ordinariamente sedata dall’acquisto di una decappottabile. Invece si ritrova in casa uno le cui smanie vengono convertite in filosofia. Si chiede quanto durerà il discorso – giacché avrebbe un paio di telefonate da fare, e i compiti da controllare ai figli e poi c’è Un posto al sole – mentre lui le spiega che bisogna riprendersi i propri tempi. Che loro nella vita hanno corso troppo. Che lui oggi è tornato dall’ufficio a piedi e si è fermato a guardare il tramonto.Lei, a quel punto, sta pensando «ma non potevi aprirti un Twitter e metterci le frasi dei poeti, come fanno tutti i coetanei»; ma è abbastanza saggia da non dirlo. Lui ciancia di trasferirsi in campagna; lei pensa: speriamo gli passi in fretta; lui delira di mettersi a dipingere perché in fondo da giovane aveva un talento; lei pensa: ma proprio in frettissima, ci mancano solo i quadri, in cantina non c’è spazio; lui pianifica di prendersi un anno sabbatico, «tanto un po’ di risparmi li abbiamo»; lei pensa che se non gli passa entro una settimana lo porta da uno psichiatra: meglio medicalizzato che ciabattante per casa.

Nel corso dell’arringa di lui, lei apparecchia, farcisce la carne, stende la lavatrice, risponde a due email. Lui no, lui parla: non sapeva fare due cose contemporaneamente prima, figuriamoci ora che ha scoperto di dovrersi prendere i suoi tempi”

(Guia Soncini, Repubblica 12 luglio 2014)