DIscutibili mondiali – Albini – I miei mondiali

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La russa alla mia destra fa una risata, e Mario la intercetta. Un attimo prima mi stava raccontando una cosa, non ricordo che, agitando il bicchiere di vino all’aria, e un secondo dopo mi si ammutolisce di colpo e fissa dietro le mie spalle.
Bisogna inquadrarla bene questa scena, perché i momenti fondamentali dai quali partono tutte le cose che ci capitano, sono quelli che prima sfuggono, che prima si dimenticano. Questo è il motivo per il quale si vive spesso unti da una sensazione che assomiglia tanto a quando ci perdevamo da bambini nei supermercati e non capivamo in quale modo. “Come ho fatto a finire così?” è la domanda del secolo. Allora te la voglio raccontare come fosse la cronaca del gol meraviglioso di un fuoriclasse. Un’azione nata da un talento che è riuscito a elevarsi a scienza. Il momento nel quale Mario mi si ammutolisce, equivale a quello del campione che osserva il campo, poi la traiettoria del pallone, la distanza per raggiungerlo, infine calcola in un microsecondo le possibilità che possa realizzare un gol. E segna.
A quel punto mi giro anch’io. Al mio fianco c’è un tavolo uguale al nostro, di ferro mezzo arrugginito con sopra due Peroni alle quali sono attaccate due braccia umane. Le braccia finiscono addosso a due ragazze. Io non ne ho nemmeno notata la presenza. Se questa fosse un’azione di calcio, il mio ruolo sarebbe quello del calciatore semisconosciuto, che gioca un paio di volte a stagione e quando lo fa non lo nota nessuno. Non ho doti particolari, non sono in grado di capire se posso fare gol semplicemente da come ha rimbalzato la palla. Io gioco col cuore, diciamo. E a pensarci bene, non m’interessa poi molto segnare.
Comunque Mario aggancia lo sguardo di una delle due con un teckel in scivolata da manuale. Cerco di aiutare la squadra e mi infilo nelle fasce. Anche se non abbiamo nessuno schema, ogni maschio sa che in caso di parità si gioca a uomo. Quindi io marco stretto quella più vicina a me, e siccome non ho tecnica posso contare solo sull’esperienza e la buona volontà.
La russa è un cagnaccio. Gioca duro come Gattuso, nemmeno m’avvicino è già si chiude in difesa. Un altro giocatore a questo punto forse si sarebbe smarcato con una di quelle giocate da geni, ma io l’ho premesso non sono un genio e soprattutto non voglio fare gol. Quindi ci penso e le dico di tenersi la palla: c’è un bicchiere di prosecco sul tavolo che mi fa più gola di lei. Mario invece non resiste. E’ un campione Mario, non ce lo dimentichiamo.
Un campione non è spinto a fare gol solamente per il gusto di vedere una sfera di cuoio insaccare la rete. Al campione quello che interessa è vincere contro se stesso, vedere il proprio ego fare la ola, dimostrare al mondo che se non lo invade è solo per pigrizia. Mario cerca un varco nel catenaccio della squadra avversaria. E’ determinato. Fino a un attimo prima si stava immaginando con le pantofole davanti al computer, ma adesso tutto è cambiato. C’è una partita da giocare. Il dovere chiama.
Incredibilmente la mia tecnica funziona, anche senza la volontà che lo facesse. Senza nessun riguardo la chiamo Calasmicof, e faccio un uso spropositato dell’inflessione non proprio elegante nella quale una frase vira se pronunciata in romano. Calasmicof si dimostra sensibile agli insulti, e io su quello mi alleno da quando ero ragazzino. Contro ogni speranza lo scontro non si sta svolgendo sul piano fisico ma su quello psicologico, e per un attimo annuso l’odore della vittoria.
Mario non ha perso tempo. Ha subito capito che ha giocato troppo in questo periodo, e non ha energie sufficienti per finire la partita. Deve chiudere l’incontro prima. Salta tutti i preliminari e va subito al sodo. Impone una discussione che se fatta negli anni Cinquanta qualcuno avrebbe ritenuto giusto chiamare la Buoncostume. Io che sono un romantico, in questo ci ho visto la forza di attaccamento alla bandiera di un kamikaze, perché era chiaro che l’azione di Mario era volta a una specie di fallimento eroico. E invece le russe cambiano schema tattico e si mettono a palleggiare con noi. Non sembra più un incontro di calcio ma un torello tra ragazzini. Pure divertente. Anche a Mario gli è scesa la tensione, e pennella passaggi che persino un principiante come me riesce a trasformare in tiri epici. Ma la partita non è ancora finita. Nessuno ha segnato un gol. E così non va bene.
Si dice che la fortuna aiuta gli audaci, che chi la dura la vince, ma a me è sembrato solo culo. Le russe a un certo punto in cambio di una bottiglia di vino ci invitano a salire a casa loro. Io e Mario ci guardiamo  chiedendoci: “Come abbiamo fatto a finire così?”.
Per dovere di cronaca, la partita è finita zero a zero. Ma non fu il valore a mancare.