I sei sensi – redpoz: vista e tatto

Un paio di settimane fa sono (finalmente) riuscito ad andare a vedere la mostra di Salgado Genesi“.
(Qui un commento da Il Post)

Personalmente, non sono un appassionato di fotografia, un'”arte” che trovo spesso sopravvalutata ed i cui esponenti mi paiono troppo di frequente prendersi esageratamente sul serio, anche se alcune cose mi piacciono molto: questo è stato il caso.

Tribù - Amazzonia

Tribù – Amazzonia

Le foto in bianco e nero di Salgado catturano immediatamente lo sguardo con un’attrazione incredibile: si tratti dei contrasti accesi delle selve amazzoniche o dei ghiacciai della Patagonia o delle gradazioni di grigio delle figure umane, queste foto hanno un qualcosa di magnetico.
Foto che raccontano di mondi lontani e paiono trasportarci laggiù, ponendoci direttamente in contatto con il soggetto delle foto, come se potessimo accarezzare i volti incalliti dei vecchi o sentire gli occhi dei coccodrilli risplendenti nell’oscurità fissarci.
Soprattutto, sono foto che ci portano i mondi come dei “santuari” (chiamati proprio così da Salgado), dei piccoli luoghi dispersi, isolati, circondati dalla modernità, dall’industrializzazione e dalla globalizzazione, che preservano ancora culture, umanità e natura uniche e preziosissime.
Luoghi che ci ricordano con una forza incredibile l’importanza di preservare questo mondo.

Sciamano- Indonesia

Sciamano- Indonesia

Non mi accade spesso, anche perché -come detto- non ho una grande reputazione per la fotografia, ma all’uscita della mostra non ho resistito dall’acquistare il libro “Genesi” (ed. Taschen).

Qualche sera dopo, sfogliando il libro, ho avuto una strana sorpresa.
La mano non ha resistito alla tentazione di toccare le foto, di palparle, di scorrervi sopra. Come se potesse aggiungere qualcosa allo sguardo che vi si immergeva. Come se per attraversare le immagini servissero delle bracciate.
Ebbene, mentre le dita scorrevano sulla foto, sentivo sotto i polpastrelli un impercettibile spessore. Qualcosa di infinitesimale, ma appena noticeable come dicono gli inglesi.
I punti più scuri nella foto parevano avere uno spessore maggiore.
Sul momento, la cosa mi è parsa strana. Quindi ho cominciato a scorrere tutte le foto, cercando di verificare questa impressione. Ho constatato che, in qualche modo, era così.

Interrogato un amico che si occupa di fotografia, mi spiegava che probabilmente è indizio di una stampa di bassa qualità.
Sinceramente non lo so, ma ne dubito (anche perché Taschen è una casa editrice di tutto rispetto). E, in ogni caso, non mi importa.

Non mi importa, perché non influiva sulla bellezza delle foto. Anzi.
Era come se al tatto, le foto acquisissero profondità: una terza dimensione che mi consentiva di penetarle ancor di più.
Le zone più scure parevano elevarsi rispetto al resto, conferendo all’intera percezione dell’immagine una dimensione nuova.