«we have a problem»

pollanAlcune settimane fa è morto un ottantenne miliardario e obeso, di nome Herb Lotman, che è stato l’inventore dei chiken Mcnuggets, le famose pepite di pollo, un prodotto che ottenne un enorme successo e che tuttora è tra i più venduti nei fast food McDonald’s. Leggendo questo libro ho scoperto che le crocchette di pollo impanate, alla pari di altri cibi preparati industrialmente, “citano” solamente il piatto più o meno tradizionale a cui fanno riferimento ma sono in realtà una delle tante manifestazioni di Zea mais, cioè sostanzialmente granturco: non solo il mais ha nutrito il pollo ma si trova anche nell’amido modificato che serve da collante tra pollo e copertura, anch’essa realizzata con farina di mais, nei lieviti, nelle leticine, in mono- e di-gliceridi, nel colorante che gli dà un aspetto dorato, nell’acido citrico che mantiene fresco il piatto e, ovviamente, nell’olio in cui sono state fritte. E questo non vale solo per le crocchette di pollo: in media un supermercato americano ha in vendita quarantacinquemila prodotti e più di un quarto di questi contiene mais, inclusi gli articoli non alimentari. Questo vuol dire che quella che ci appare come un’incredibile varietà di scelta altro non è che una serie di astute permutazioni di poche molecole derivate da una sola pianta.

Ma non crediate che questo libro vi dica cosa dovete o non dovete mangiare o si schieri a favore o contro di una qualsiasi scelta salutista o etica rispetto al cibo. Al contrario, la sua caratteristica migliore è proprio il suo approccio naturalistico, la sua capacità di osservare e descrivere senza pre-giudizi le tre principali catene alimentari che nutrono oggi gli esseri umani: quella industriale, quella biologica e quella tradizionale che fa capo alla caccia e alla raccolta mostrando come ognuna di esse si connetta e intervenga sulla fertilità della terra che resta la base di tutto.

Io appartengo, come tutti noi, a una categoria di consumatori di certo studiata dagli esperti di marketing delle aziende. Sono abbastanza tipica come rappresentante del mio target: sono stata vegetariana e tutt’ora consumo poca carne, mangio frutta e verdura secondo le stagioni, cerco di scegliere biologico, odio la caccia e sono molto preoccupata per le sorti del pianeta, niente di originale insomma. Questo libro è perfetto per noi “compagni di target”, “consumatori di nicchia” gente che si informa e che legge e che vuole essere consapevole. Infatti io sono diventata consapevole che “abbiamo un problema” , un grosso problema, che non riguarda solo come produciamo il nostro cibo ma anche il fatto che, arrivati a questo punto, non possiamo tornare indietro, cosa insensata oltreché impossibile, non possiamo andare avanti così, dobbiamo sfamare sette miliardi di persone, non sappiamo da che parte cominciare per cambiare e siamo ignoranti, cioè proprio carenti di informazioni. Ecco, questo libro vi farà sentire meno ignoranti anche se non meno preoccupati.

Michael Pollan ha questa capacità, tutta “americana”, di riuscire a rendere semplice anche la spiegazione dei fatti più complessi senza banalizzarli (all’estremo opposto ci stanno i francesi che riescono a rendere oscura qualsiasi cosa di cui discettino) e crede nell’osservazione e nella sperimentazione. Per scrivere il capitolo sul mais va dove il mais si produce, racconta quello che vede, ascolta chi il mais lo coltiva. Prima di scrivere della produzione della carne va in un allevamento tradizionale e in uno di quelli in cui le mucche e le galline vivono felici, o almeno così pensiamo noi che non li abbiamo mai visti. Si fa ospitare, lavora con loro, non si tira indietro quando affronta il fatto che per nutrirci noi diamo la morte, impara a tirare il collo alle galline, si accompagna a un cacciatore, uccide un cinghiale e lo macella e fa i conti con la fascinazione e il disgusto di un gesto primordiale, comprende che nella morte dell’animale noi vediamo la nostra, la esorcizziamo, la neghiamo. Devo dire che nel capitolo che dedica alla caccia ho letto finalmente qualcosa di nuovo sull’argomento, qualcosa in più dopo tanti anni di dibattiti in cui ho ascoltato sempre le stesse cose.

Non pensate di aver a che fare con un ingenuo, Pollan è un uomo colto, documentato, competente e profondo, scrive in modo leggero ma preciso, il suo sguardo è libero ma non naif, davvero lo sguardo di un uomo di scienza. Sarà perché è pragmatico-anglosassone e non confessionale-latino? Sarà perché i bambini americani, come si vede nei telefilm, alla scuola elementare sezionano le rane? Non lo so, ma il suo mi è sembrato lo sguardo adatto per cogliere la complessità di questo argomento.

L’onnivoro del titolo ovviamente siamo noi. L’abbiamo studiata a scuola la suddivisione in carnivori, erbivori, frugivori e poi c’era l’uomo, onnivoro, capace di mangiare di tutto e quindi di colonizzare gli ambienti più diversi. Leggendo questo libro ho colto però qualcosa che a scuola non mi hanno insegnato: il nostro vantaggio evolutivo ci apriva le porte del mondo ma ci esponeva a grandi rischi, a scelte continue, l’onnivoro ha dovuto dotarsi di prodigiose capacità di riconoscimento, memoria e sperimentazione; alcuni antropologi sostengono che il nostro cervello grande e complesso si sia evoluto proprio per aiutarci a far fronte al dilemma, ai mille dilemmi, che l’onnivoro ha dovuto affrontare nel corso della sua evoluzione. Sono le caratteristiche dei nostri denti e del nostro apparato digerente che hanno plasmato il nostro cervello che si è strutturato per osservare, valutare, scegliere, sperimentare, essere curioso e flessibile. La trovo una cosa meravigliosa.

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Michael Pollan
“Il Dilemma dell’Onnivoro”
Adelphi