Decades #2 – The Seventies

Confesso che per gli anni Settanta la decisione è stata difficile. I papabili erano diversi, ma trovare quel qualcosa in più che facesse pendere l’ago della bilancia non era cosa da poco. Ho optato per una scelta più interiore e quasi intimista, rendendo merito a qualcuno in grado di segnarmi dentro ancor più di quanto io apprezzi il suo volto strettamente musicale, che per inciso non è affatto poca roba.

“Chi è stato il migliore e più significativo per la scena musicale, in egual misura, nel decennio 70?”
“LOU REED”

È impossibile che che questo nome metta tutti d’accordo. Se non lo siete, esponete le vostre perplessità, dandomi pure dell’incompetente e dello stronzo se necessario. “Se mi sbaglio mi corrigerete!”

Cover dischi bambiniIl nome di Lou Reed mi sembra di conoscerlo da sempre. Pezzi celeberrimi che compaiono ovunque, nei film e in tv, in radio e nei dj set, da Trainspotting alle chiusure dei circoli (ricordo ben due locali significativi che hanno chiuso la loro ultima serata di attività con Perfect Day, una sorta di agonia). Ricordo però il momento esatto in cui ha iniziato a scavarmi dentro, era tipo il 2009 e in uno dei cestoni delle offerte della Feltrinelli di Roma Termini (scomparsa peraltro da qualche anno) trovai a un prezzo ridicolo, euro 5.90 o 6.90, un album che mai avevo ascoltato, non era uno dei grandi classici ma sarebbe diventato il mio preferito -ne parlerò più avanti-, New York. Lo comprai, lo ascoltai e lo consumai, lo interiorizzai e mi accompagnò attraverso alcuni mesi sconvolgenti.

Quella domenica pomeriggio di qualche mese fa in cui si diffuse la voce della sua scomparsa, confermata qualche ora dopo, me ne restai a casa. Non avevo voglia di muovermi e di uscire, avevo per una bizzarra coincidenza il cd di Transformer nel lettore dello stereo dalla sera prima, e ad un certo punto non trattenni la commozione per la grossa perdita. I suoi brani mi hanno sempre parlato dentro, dove pochi arrivano, e lo hanno fatto fino all’ultimo, e nei mesi a seguire, pure.

Nella sterminata lista dei suoi album, ho operato una scelta spuria, non solo solista e non solo settanta, che rappresentasse al meglio la sua influenza trasversale.

Lou Reed iniziò ad essere Lou Reed in un gruppo chiamato The Velvet Underground, la cui storia si chiuse in maniera un po’ controversa proprio nel 1970, con un disco che abbandonava la vena psichedelica del periodo di mezzo, mentre Lou Reed abbandonava il disco prima che venisse interamente prodotto, e John Cale aveva da tempo abbandonato Lou Reed. Fu il loro disco più commerciale e ammiccante, per alcuni pure troppo, ma in certi brani il suo estro trovò piena espressione, segnando il sentiero per il nuovo percorso che avrebbe intrapreso di lì a poco. Sweet Jane venne ripresa e portata con sè negli anni a venire, Cool it down introduceva quel mondo borderline che ritroveremo anche più avanti, Who loves the sun ammicca forse al primo celeberrimo album, quello del dream team assieme a Nico e Andy Warhol e la banana, Oh! Sweet nuthin’ si rifà alla psichedelia di mezzo, Rock & Roll è invece un altra di quelle canzoni che suonano più da epifania del Lou Reed solista. Un disco rappresentativo più dello smembramento del gruppo che non del gruppo stesso, ma che porta l’impronta di Lou Reed come nessun altro.

Si parlava poc’anzi di disagio. Il secondo disco di Lou Reed in solitaria, uscito nel 1972, ne era pieno. Personaggi assolutamente fuori dagli schemi e dalla società, sentimenti rifiutati dal comune senso del pudore e della decenza, tutto questo infarcisce Transformer facendolo diventare il punto di maggior successo commerciale, forse più a posteriori che contemporaneo. Un lato A che non concede un istante di respiro, dalla partenza incisiva di Vicious alle storie sussurrate in Walk on the wild side, e la teatralità di Perfect day e la vena r&r della mia favorita, Hangin’ round. Girando il disco non è che ci sono gli scarti, perché Satellite of love è uno di quei pezzi che tutti quanti hanno sentito almeno dieci volte. Una bizzarra analogia che mi piace fare è quella tra i personaggi borderline di Transformer e quelli cantati dai Belle and Sebastian nei loro primi anni. Modi diversissimi di esprimere la stessa emarginazione, o forse emancipazione, dal mondo conforme.

Il disco immediatamente successivo, molto più brusco e cupo nei suoni, è un’altra delle pietre miliari della carriera di Lou Reed. Un concept album con ambientazione, intuibile con una certa facilità, attraverso i consueti temi spensierati, violenza, abbandono, droga. Berlin inizia con il giro di pianoforte della title-track, ripresa e riadattata peraltro da un disco precedente e dunque non inedita, distendendosi poi attraverso Caroline says I e Caroline says II, l’introspezione di Man of good fortune e la chiusura con una eloquente Sad song.

Breve ma intenso e vissuto, due anni (e tre dischi) dopo esce Coney Island baby, con i toni cupi che lasciano spazio a un’atmosfera più serena, perché per tutta la sua carriera Lou Reed ci ha dimostrato che l’amore e le droghe ti influenzano pesantemente spesso nel male, ma quando ci è concesso anche nel bene. Il tutto incorniciato in un luogo che mi ricorda Woody Allen, o per meglio dire Alvy Singer e la sua infanzia vissuta in una casa sotto le montagne russe di Coney Island in Annie Hall. Otto tracce in 35 minuti, non è il caso di fare alcuna segnalazione, se non l’ascolto di un fiato dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità tra un brano e l’altro che porta ad un finale decisamente malinconico nei toni.

Ci tengo a chiudere la cinquina con un fuoritema, rispetto agli anni Settanta ma non di certo per quanto riguarda Lou Reed. Ne ho parlato all’inizio, del disco che mi ha spalancato le porte della sua musica che prima solamente sbirciavo, e che in fondo ha aperto anche le mie. Uscito nel 1989, New York suona come un disco di quindici o vent’anni prima con le accortezze del periodo. Un Lou Reed in grande spolvero, che tira in mezzo i consueti soggetti “alternativi” con un tiro eccezionale. Anche in questo caso, la prima parte del disco è una parentesi intensa e soffocante, l’amore anticonformista a NY e per NY di Romeo had Juliette, la descrizione del vuoto di Halloween Parade (ironia della sorte, un vuoto che lui stesso ci ha lasciato pochi giorni prima di Halloween), il solito disagio di vivere di Dirty Blvd., il senso di soffocamento e l’urgenza di fare qualcosa di There is no time, una di quelle canzoni che invocano la resurrezione come la Maddalena al sepolcro, e poi verso la chiusura la rabbia ormai introiettata e sconsolata di Strawman. Il rapporto qualità/prezzo con quei sei euro del 2009 che assomiglia più a un asintoto. Un disco che ti strizza lo stomaco, te lo appallottola e poi ci gioca la gara del tiro da tre all’All Star Game.

L’immagine è stata rubata da una divertentissima galleria pubblicata pochi giorni fa su Il Post, che immortala una serie di copertine famose di dischi ridisegnate da bambini.