I giovani vincenti e i loro padri

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I giovani vincenti in questo paese sono il perpetuarsi di un malcostume che non hanno prodotto, ma che hanno di certo ereditato. Lo vedo in accademia, lo vedo in editoria, lo vedo nei pezzi di industria culturale che ho la possibilità di conoscere da vicino.

Abbiamo il filosofo Diego Fusaro, che pubblica filosofia con case editrici solitamente blindate ai talenti sconosciuti, è un baby-ricercatore nell’Università privata Vita-Salute, quella in cui don Verzè voleva creare una nuova facoltà per piazzarci Barbara Berlusconi come docente, dopo una laurea triennale conseguita a 26 anni. Vi ricordate? Fusaro è anche il neo-marxista che voleva andare a Casa Pound, e che discute pacatamente il berlusconismo e sostiene che non esista fascismo nella nostra società.

Abbiamo Beatrice Borromeo, di cui basta esaminare la biografia su Wikipedia per capire che arrivi in alto se parti in alto.

Abbiamo Giulia Ichino, editor Mondadori a 23 anni, e ora ditemi se un cicciostronzo qualunque, per quanto geniale e brillante, a 23 anni riceverebbe un lavoro del genere sulla fiducia nel suo talento.

Andando un po’ più indietro e definendo “giovani” anche i quarantenni, visto che ne conosco di in gambissima eppure precari per mancanza di cognome, abbiamo il direttore della Stampa, che si chiama Calabresi, e sua moglie si chiama Ginzburg, e nessuno in famiglia o nel giornale si chiama Pinelli, con o senza antologie di Spoon River.

(spingila la notte più in là, Mario, continua a spingerla, spingi, spingi, spingi finché ti reggono le gambe, e quando non senti più la mia voce fermati, ché sei abbastanza lontano)

Bene, non mi va di entrare nel merito di altre storie che non sono pubbliche, da dove è venuto il tale, chi scrive i libri che firma il tal altro, come fa il tal altro ancora a comparire su un certo quotidiano. Perché sarebbe sleale, antipatico, triste e non porterebbe a nulla. Io non ci so proprio fare i conti con queste cose, anzi, una volta l’anno scorso il mio nome è comparso sul Sole per una roba che ho fatto, e io non lo sapevo neanche perché sono così poco vistoso che pure l’ufficio stampa di quelli per cui avevo lavorato si è dimenticato di avvisarmi. Sono modi di fare, tipi di aspirazione. Modelli di vita, difetti miei.

Il particolare non è importante, finché non si realizza diventando generale. Ma quando diventa generale, diventa un trend, diventa un meccanismo, diventa un sistema. E il sistema di domani lo prepara il sistema di oggi, che definisce le vie e gli accessi alla gestione dell’uomo e della società.

Lo fa con caste mobili, molto diverse dalla casta di cui parlano i semplificatori populisti, ma pur sempre caste.

E quando si parla di riforme del lavoro, e Pietro Ichino, il babbo di Giulia, si dice entusiasta, io tremo.