Che ne sai tu di un campo di grano?

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Ai signori Pro e ai signori Contro, e a tutti quelli che si devono giustificare di avere una vita, quando vogliono buttare giù due righe qui.

Io non ho paura.

Non ho paura di essere una parola perché mi sembra già tanto rispetto a quello che quotidianamente credo di essere.

Non ho paura di questi schermi perché ogni cosa che leggo e che scrivo qui ve la direi anche con la faccia, e in faccia.

Non ho paura degli amori alternativi che nascono su Facebook. Che ne sai tu di un campo di grano? Che ne sai che non riuscire a guardare una persona negli occhi senza prima averle raccontato una storia è una caratteristica, non una malattia? Che ne sai che cos’è vergognarsi di una lentiggine o di una cicatrice finché non vedi qualcuno che lo fa?

Non ho paura di quelli che dicono quanto è bella e varia la realtà e monotono il web. Non è grillismo, è solo che queste argomentazioni mi annoiano.

Sto fuori gran parte del giorno, mangio nei luoghi più improbabili e le cucine più lassative del mondo. Divento amica di porci e cani perché sorrido bene, sempre e nella maggior parte dei casi, ipocritamente.

E mi annoio.

Guardo un sacco di gente in faccia, loro guardano me, e piacere piacere chi sei e che fai, e mi annoio.

Non è misantropia, proprio mi annoio.

Vi dico un segreto: i posti nuovi che vedi con gli occhi non sono tutti belli. Non tutto è bello perché è nuovo e solo perché l’hai respirato. Del viaggio di nozze in Thailandia, raccontatemi altro.

Poi leggo un bel pezzo, come potrei elencarvene decine da queste parti e dico “ah che meraviglia è che chi non sa dove raccontarsi ora ha un posto per farlo”. E non mi arrabbio perché ci raccontiamo qui, lo adoro.

Non capisco perché questa astiosa questione di principio sul “è meglio una birra fuori che passare tutto questo tempo al computer”. Che palle. Non lo è.

Ne ho di finestre sul mondo che non siano questa, e mi annoiano. Mi hanno anche colpito di tanto in tanto, ma non mi hanno soddisfatto mai.

E non perché “sti ragazzi di oggi hanno perso il senso della realtà” ma perché ognuno il senso della realtà lo recupera come cazzo vuole e si crea il tatto che vuole, nuovi sensi, nuove percezioni, visto che indietro (alla piazza del paese e al catechismo e al vedere gli amici al solito posto) non può tornare.

Visto che non puoi rimpiangere un passato in cui non c’eri.

Devo sentirmi una disadattata sociale perché non mi basta un Negroni per essere felice e “svoltarmi la serata”? Peggio, una “na-ti-va-di-gi-ta-le”?

Basta con la retorica del guardarsi in faccia, a me certe facce stagionali non dicono proprio un cazzo di niente. Certe idee invece non hanno faccia e sono quelle che mi ricordo delle persone che conosco.

Quelle mi scuotono e mi restituiscono fantasia.

Non lo so il perché di questo tono adolescenziale: vi chiederei scusa, ma mi sembra che abbiamo sopravvalutato la realtà e sottovalutato l’immaginazione per troppo, troppo tempo.

Il razzismo non si combatte quando si ascolta qualcuno prima di sapere che faccia ha?

*Cari di Ritroviamoci, il post doveva essere questo 😉