Decades #1 – The Sixties

Non amo troppo guardare al passato, o perlomeno solo a quello, parlando o scrivendo o semplicemente ascoltando musica. Sono più portato a guardare con un occhio il gatto e con l’altro il pesce, le produzioni del presente come innovazioni, e quelle del passato come ispirazione per ciò che è venuto a seguire, oltre che per l’innegabile valore assoluto.
È che per milleseicento motivi sono un po’ latitante sul nuovo, in questo primo terzo di 2014, e tendo a rifugiarmi nell’usato sicuro. Ascolto e ne parlo, e a questo punto ne scrivo, come farebbe un Luzzatto Fegiz qualsiasi (un pessimo paragone da ambo le parti, oserei dire).

Come Rob Fleming in “Alta fedeltà” di Nick Hornby, o se preferite Rob Gordon della versione in pellicola, tendo a classificare e categorizzare tutto ciò che metabolizzo, e una delle top 5 meglio riuscite nella mia testa è quella dei migliori act (senza far differenza tra artisti, band o cantanti o cantautori che siano) degli ultimi cinque decenni.
La domanda a cui sto per rispondere è “Chi è stato il migliore e più significativo per la scena musicale, in egual misura, nel decennio XX?”.

La prima risposta è per me semplice, per niente originale, anche se sta al centro di diatribe decennali che hanno diviso il mondo in due schieramenti paragonabili a NATO vs. Patto di Varsavia.

“Chi è stato il migliore e più significativo per la scena musicale, in egual misura, nel decennio 60?”
“THE BEATLES”

20140426Ho scoperto tardi i Beatles. E galeotta fu la mela. Avevo 23 anni e un compito: sviluppare il tema della mela come immagine, in un àmbito che mi fosse congeniale. Sapevo della Apple Records, partii dall’immagine di un disco in vinile che girava intorno ad una Granny Smith verde. Quel disco era The Beatles, noto come il White Album, perché quella era l’immagine che avevo trovato su Google. Non che non sapessi chi fossero, i pezzoni li conoscevo e li apprezzavo già allora, però mai avevo ascoltato un album loro per intero. Mi sembrava giusto approfondire, per una questione anche solo di semplice rispetto, e mi procurai il suddetto White Album.

Un non-disco, ho recentemente scritto da un’altra parte che appartiene ad una categoria a sè stante, quella dei doppi fuori dalla grazia di Dio, in cui metto pure Mellon Collie e non so che altro. Un ascolto non facile, per chi si approccia per la prima volta e magari ha in testa Twist and shout, ma che ti tira dentro subito e non ti lascia scampo. Segnalare qualche pezzo saliente è impossibile, ce ne sarebbero almeno quindici di livello eccellente, facciamo giusto una Top 5 con Helter Skelter e I will, e poi Back in the U.S.S.R. e le lennoniane I’m so tired e Revolution 1 (io pendo dalla parte di Macca, e già da qui lo si evince).
Menzione a parte per un brano considerato minore e discutibile, Ob-La-Di, Ob-La-Da, del quale amo ricordare una trashissima cover italiana de I Ribelli dallo stesso titolo, che racconta di Gianni che fa le pizze e i tosti al SuperBar e Lilli che canta al night del Ragno Blu.

Altri due dischi doppi, che veri e propri album non sono, 1962-1966 detto il Red Album e 1967-1970 detto il Blue Album, due raccolte esaustive e ben fatte e sensate, e lo dice uno che i greatest hits li odia e li evita accuratamente. Qui abbiamo una retrospettiva in quattro atti, per la quale ho quasi pianto di gioia quando riuscii a recuperare entrambi i vinili su un banchetto dell’usato. Raccomandatissimi come entry level.

Ciascuno degli altri dodici album ufficiali meriterebbe un trafiletto, ma anche qui cerco di contenermi e attenermi alla regola del cinque. Cinque tappe essenziali, non direi i miei favoriti quanto i più adatti a descrivere l’evoluzione e i diversi aspetti dei Beatles.

Il primo non può che essere il primo. Quando si irrompe in questa maniera sulla scena, ci si deve levare il cappello, anche se Please Please Me non è uno di quei dischi che venero incondizionatamente. Dopo quel 1963, il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Non solo per l’assassinio di JFK o la prima Coppa Campioni vinta dal Milan a Wembley. Si scrolla il bacino dalla prima traccia, I saw her standing there, all’ultima, Twist and shout (ovviamente), passando attraverso la title-track Please please me e il pezzone Love me do e i lento incedere di Do you want to know a secret. È un disco dal sapore acerbo e ammiccante, nulla a che vedere con le complessità che ci accompagneranno, ma le conseguenze di quel terremoto lo abbiamo ancora oggi sotto i nostri occhi.

Dopo una manciata di album su questo tono (e pure una sorta di mezzo flop, anche se il vecchio saggio insegna che è meglio un mezzo flop dei Beatles di un gran disco di Biagio Antonacci), a chiudere il primo atto della carriera e lasciar intravedere quel che succederà nella seconda parte troviamo Help!. Esatto, quel disco sulla cui copertina i quattro sembrano scrivere nell’alfabeto semaforico il titolo dell’album, quando in realtà quei segni non vogliono dire un cazzo.
Le canzoni più conosciute sono quelle che ci ricorda Gianni Morandi, Help! appunto e Yesterday e Ticket to ride, una strizzata d’occhio agli albori con You’re going to lose that girl, e una sorta di richiamo folk lennoniano con You’ve got to hide your love away.

Dall’altra parte del guado, c’è Rubber Soul. Pubblicato a soli quattro mesi di distanza, sono i quattro mesi più lunghi della loro intera carriera. Quali siano le loro intenzioni, ci viene chiarito già nell’attacco. L’accoppiata Drive my carNorwegian wood ti lascia basito, in piedi a fissare la puntina che scorre nel solco e chiederti che cazzo sta succedendo. Non lo penso solo io, lo dice pure Murakami. Ballatona mccartneiana di mezzo, Michelle ha uno spessore mai incontrato in canzoni analoghe, mentre nel lato B abbiamo l’apoteosi lennoniana con un’altra ballata, Girl, ed uno dei pezzi più toccanti e intimi che mai siano usciti dagli studi di Abbey Road, In my life. A dicembre del 1965 uscì quel disco, oggi a fine anno troviamo solo merdosissimi cofanetti e greatest hits natalizi. Facciamoci delle domande.

Era un Capodanno di diversi anni fa. Ero ad una festa in casa di un amico, e a una certa ora, tipo le 3, un ragazzo che poco prima si era scolato mezza bottiglia di Jack Daniels tirò fuori da un pila di dischi Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band, e lo mise sul giradischi. Già conoscevo e apprezzavo l’album, ma da allora divenne il mio preferito dei Beatles, e uno dei migliori in assoluto. Oltre che uno dei più corali, non completamente pervaso dal duopolio PaulJohn.
Se l’attacco di Rubber Soul è impetuoso, questo è devastante. L’orchestrale title-track introduce, a seguire Ringo (Ringo!) giustifica la sua esistenza con With a little help from my friends, e Lucy in the sky with diamonds sigilla la tripletta in modo sublime. Giriamo il disco e passiamo al secondo lato, aperto da George e Within you without you e chiuso da un’altra canzone che svuota lo stomaco e intasa il dotto lacrimale, A day in the life.

Banalmente, chiudiamo con l’ultimo album pubblicato, leggermente postumo, anche se si tratta del penultimo composto e registrato. Let it be, l’album della fine, in diversi modi e significati, anche strettamente personali. Tracce da ricordare, non potendo dire tutte, sono come quasi sempre la prima e l’ultima, Two of us e Get back, e poi la title-track al solito un po’ inflazionata ma comunque memorabile, e il completamento della terzina iniziale con Get back e Across the universe. Uno schema rodato e ben funzionante, diciamo.

Note di colore un po’ personali: faccio colazione ogni mattina con la tazza di Sgt.Pepper’s, per tre degli ultimi quattro anni appeso nel mio ufficio c’è un calendario dei Beatles (2014 incluso), ho cercato per qualche anno di raccogliere i vinili di tutti i dischi in studio, con alterne fortune (ho due Please Please Me, mono e stereo, ma non ho mai trovato il White Album), finché ho deciso di lanciarmi nell’investimento e acquistare il cofanetto, nonostante la ritrosia di ripiegare su versioni rimasterizzate.

Mi piacerebbe sentire voci dissidenti, cioè mi fa piacere se molti sono concordi, ma se qualcuno pensasse che il vero volto degli anni ’60 siano i Rolling Stones o Bob Dylan, gradirei essere sfidato all’arma bianca. Discutiamone.