passato l’Uragano

La cosa che più mi fa pensare, mentre mi appresto a scrivere questo post, è quanto banali e volatili siano la memoria ed il pianto collettivi. Già lo sapevamo.
Ma sfogliando i giornali nei giorni scorsi, guardando il mondo di internet lunedì, ne ho avuto una brutale conferma.

Domenica ci ha lasciati a 76 anni Rubin “Hurricane” Carter. Venti dei quali trascorsi in prigione, da innocente.

bbdance200Fra i migliori pugili degli anni ’60, Rubin “Hurricane” Carter è diventato tristemente noto al mondo per esser stato detenuto ingiustamente con l’accusa di un duplice omicidio commesso, in realtà da anni. La sua storia venne cantata da un (rinato) Bob Dylan nella mitica canzone intitolata, appunto “Hurricane“, ma anche raccontata nel magnifico film “Hurricane- Il grido dell’innocenza“, con un ottimo Denzel Washington.
– Notevole come queste due opere riescano a dare un ritratto tanto intenso, tanto vivo, tanto affettivo della persona di Hurricane e della sua storia-
Nato nel New Jersey alla fine degli anni ’30, cresciuto in un clima segnato dalle discriminazioni razziali, Rubin si arruolò nell’US Army dopo esser stato in riformatorio minorile per alcuni crimini minori. Anche nell’esercito, Carter commette alcuni crimini e viene congedato e incarcerato.

Cominciò la carriera da pugile nel 1961bobhurricane75, dopo il rilascio e si guadagnò ben presto il soprannome di “Hurricane” (uragano) per lo stile aggressivo.

Ma, purtroppo per Carter, la fama arrivò con l’accusa di duplice omicidio. Accusa che, naturalmente, ne ha troncato la carriera.
Com’è risaputo, il processo di Carter fu “una farsa”, motivata da pregiudizi razziali.

C’è una scena che colpisce in modo particolare nel film con Washington, una fra le molte: quando Rubin descrive il suo periodo in cella come “volevo diventare un guerriero-studente: mi allenavo, studiavo“. Non so voi, ma a me questa immagine è sempre piaciuta molto, come senso di un riscatto umano a tutto tondo.
E mi pare molto coerente con l’immagine di Hurricane che ogni anno telefona al giudice Sarokin (il giudiche federale che senteziò infine che la prima condanna era fondata su motivi razziali) per ringraziarlo.

Nel 1993, ricevette il titolo di campione del mondo dei pesi medi ad honorem.
Forse l’unico riconoscimento degno per carriera e dignità troncate dal razzismo.

Ma adesso l’uragano è passato. Andato oltre, la sua forza intatta.

Magari, se Hurricane fosse morto un giorno prima od un giorno dopo, i giornali ne avrebbero celebrato la scomparsa, i tweet si sarebbero rincorsi nel rimpiangerlo e le bacheche on-line su FB e mille altre reti ne avrebbero commemorato la grandezza.
Ma forse è meglio così, forse è meglio non scomodare l’ipocrisia spot e lasciar Rubin Carter riposare in pace. Non violentare, per una seconda volta, la dignità.