paura – redpoz ter: it scares me of losing you

Giuro che non l’ho fatto di proposito di far partire proprio “Valentine’s day” di Springsteen. Giuro.
Anzi, vi sono poche altre canzoni che vorrei evitare più di questa in questo momento.
Ma ho già fatto fast forward su quasi una dozzina di canzoni dell’ipod e sto ormai entrando in autostrada… qualcosa di buono da ascoltare devo trovarlo rapidamente.
Insomma, vada per Springsteen. Che poi il rischio è che, invece di questa, mi capiti “Jungleland“, che pure adoravo ma ora mi ricorda momenti terribili.

Is it the sound of the leaves left blown by the wayside
That’s got me out here on this spooky old highway tonight
Is it the cry of the river with the moonlight shining through
That ain’t what scares me baby, what scares me is losing you

Va cantando per quando sono ormai a 140 e mi allargo in corsia di sorpasso.
Non è questo a spaventarmi, neanche il deficiente davanti che mi taglia la strada.
Quello che mi spaventa è perderti.
In realtà, forse non è neanche questo, se proprio vogliamo essere pignoli. Più ci penso, più penso che la cosa sia diversa, che la mia paura sia esser perduto. O perdersi, reciprocamente.

Atazagorafobia” trovo scritto. Neanche farlo apposta, mentre penso queste idiozie, arriva come piovuta dal cielo quella che pare essere la loro definizione esatta: paura dell’oblio, ovvero “di essere dimenticati da qualcuno a cui si tiene“.

Is it the sound of the leaves left blown by the wayside
That’s got me out here on this spooky old highway tonight
Is it the cry of the river with the moonlight shining through
That ain’t what scares me baby, what scares me is losing you

Sì, ormai l’ho fatta ripartire. Perché quando una canzone ti prende in autostrada, la vuoi ascoltare tutta comediocomanda.
Ma la paura è sempre lì.

Credevo, mentre pensavo queste cose, di fare un ragionamento molto singolare. Riferito ad una persona specifica, individuata ed unica. Ed è così, certo.
Ma non è tutto qui.

Certo, una parte di me balla sul filo tra il desiderio di non perderti, di non esser perduto, di non perdersi e quella di rischiare il tutto per tutto.
Una parte di me ha paura che il tempo scivoli via, lento ma inesorabile, e cancelli tutto (tutto cosa?). Una parte di me ha paura di scoprire che siamo meno forti di quel che crediamo; paura di scoprire che nonostante tutto (tutto cosa?) non riusciamo a resistere a quel che ci separa e all’oblio che crea. Che in fondo basta poco: non occorre andare in Africa per perdersi. Ho paura di scoprirmi fragile e, in quello stesso istante, di crollare; di scomparire come il “Cavaliere inesistente” di Calvino.
E’ già successo altre volte, succede sempre, a tutti. E mi fa paura, perché vorrei fermare il tempo o almeno contrarre lo spazio per riportarmi da te.
E un pò mi sento Anakin Skywalker che non riesce ad accettare questo semplice fatto. Il fatto che sempre nella vita si perde, qualcosa, qualcuno. Sempre.
E c’era quel bel pensiero del Subcomandante Marcos che cercavo di imparare: “È meglio dirsi addio quando si arriva. Così sarà meno doloroso quando ci si dovrà lasciare“. Sì, Sup, hai ragione. Ma prova tu…
Questo vale soprattutto per quella persona che rincorro mentre inseguo l’asfalto che scorre sotto le ruote e ascolto Springsteen.

Ma vale un pò per tutti.
Non mi ricordo se l’ho pensata io o se l’ho letta da qualche parte, ma recitava più o meno così: restiamo vivi finché almeno qualcuno ci ricorda. Sì, credo fosse proprio mia…
Inizialmente, avevo pensato quel “vivi” esattamente in senso biologico. Ora lo interpreto più in senso metaforico, proprio come memoria di quel che siamo, di quel che siamo stati. Anche questo sono convito sia il senso dell’arte.
Vale per i singoli, ma vale anche in senso collettivo. E lì sta il difficile.
Ma questa credo sia, in fondo, la paura più intima di ciascuno ed ognuno di noi: esser dimenticati. Perdersi, perdersi nel vento. Nel film/documentario su Berlinguer, Marcello Mastroianni cita un pensiero indiano navajo: “Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento“.

Noi tutti, credo, abbiamo nel profondo questa paura di scomparire, di perderci come se non ci fossimo mai stati. Per qualcuno in particolare o in generale.
Questa paura è molto ben rappresentata dal protagonista de “Le invasioni barbariche” (gran film di Denys Arcad).
Credo questa paura sia la molla che muove praticamente tutto in noi: è la molla che si spinge a cercare qualcuno da amare, qualcuno che ci pensi e ci ricordi oltre noi stessi; è la molla che ci spinge a volere un figlio, qualcuno che serberà sempre incarnato in sé stesso la nostra memoria; è la molla che ci porta a fissare i nostri pensieri sulla carta; la molla che ci porta a dipingere; è la molla che ci spinge a costruire ponti, a invadere paesi o a fondare città.
Ma forse in fondo non è altro che paura della morte. Un pò sgrezzata, però.

got me out here on this spooky old highway tonight
Is it the cry of the river
With the moonlight shining through
That ain’t what scares me baby
What scares me is losing you
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Is it the sound of the leaves
Left blown by the wayside
That’s got me out here on this spooky old highway tonight
Is it the cry of the river
With the moonlight shining through
That ain’t what scares me baby
What scares me is losing you
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