[Post Delirante] Di Maestri, Rivoluzioni e Pioggia

eva dc

(post svogliato, delirante e malfatto, senza tre quarti dei link che servirebbero, ma anche sticazzi, capitemi, è Pasqua e sto traducendo un libro di economia)

Non può piovere per sempre. Lo dicono un po’ tutti. Una di quelle frasi che sembrano poetiche anche a chi proprio non ha nessuna voglia di porsi il problema.

(Poesia: mia definizione, aiutata da antistaminici, brandy e sigarette. Per me è un testo che crea qualcosa. Considero poetico qualsiasi messaggio nuovo. Quindi no, per me il nome sulla condensa non è necessariamente poesia, a meno che non annunci, a chi lo legge, almeno a uno dei suoi lettori, anche solo a chi lo scrive qualcosa di nuovo. Allora sì, lo è. Allora lo è anche una singola iniziale. Una lineetta su un cartoncino. La poesia, come creazione, nella sua etimologia, non si conclude al momento della scrittura, ma al momento della lettura sì. Non è creazione del poeta, è creazione del testo. Ecco. Questa parentesi era inutile, ma me ne fotto)

Torniamo a noi. Non può piovere per sempre, dicono. I Guns dicono: nothing lasts forever, even cold november rain. Già meglio. Un testo strano, un testo che parla di un amore finito che potrebbe ricominciare, ma che poi forse dovrà finire di nuovo. Nulla dura per sempre. Quella pausa, quella mancanza, finiranno. Ma quello che verrà dopo forse è pure destinato a finire. Un amore terribile, quello della canzone dei Guns. Uno di quegli amori che non so pensare, perché a me serve un amore che mi prometta di svegliarsi con me anche la mattina dopo. Posso attraversare ponti militari a Mejaddin mostrando i documenti alle guardie coi mitra. Posso raccontare ridendo che mi ha calpestato un cavallo. Posso curarmi una meningite con antibiotici prescritti da un veterinario in una stanza di albego ad Aleppo. Posso comprare sigarette al mercato nero di Damasco. Posso ridere di un testa coda a ottanta all’ora. Ma non posso attraversare settimane o mesi di una vita con un amore a scadenza. A ognuno i suoi coraggi e le sue paure, immagino.

Uhm. Questo post sta diventando troppo jazz (come mi diceva Masticone quando voleva dirmi gentilmente che di una roba che avevo scritto non si capiva un beato cazzo). Ho capito che lo leggerete in tre. Se va bene. Fa nulla, lo scrivo per me.

(Ah, già, buona Pasqua a quelli che hanno voglia di inventarsi che risorgeranno)

Di nuovo. A noi. Che non possa piovere per sempre, alcuni lo dicono parlando di crisi economica e di politica.

Politica: piove da circa un secolo. Prima ha piovuto interventismo e leziosa imbecillità di esteti autospompinanti e di socialisti col fucile. Poi ha piovuto fascismo. Poi ha piovuto DC – con intermezzi di quasigolpe che poi si ride tutti come si fosse scherzato, con ricami di Gladio, santificazioni di Aldi Mori del cazzo e brigatismi assortiti -, poi ha piovuto connivenza di falsi progressismi e oligopoli di capitani d’industria sorridenti e disonesti. Poi ha piovuto Forza Italia, in tutte le sue forme. Ora piove America, lontana e sfocata, e tanta, tanta retorica di innovazioni senza contenuto.

Economia: piove almeno dal 1992. Quella è stata la prima grande crisi economica dopo la fine della Guerra Fredda (Fine? Mmmmh). Piove a dirotto dal 2008. Piove sempre la stessa pioggia.

Allora. D’accordo, non può piovere per sempre, ma io direi che piove da tanto. Il tacchino induttivista si sarebbe già cucito un impermeabile alle piume, ben certo che ormai pioverà per sempre. Nella Guerra dei Cent’anni (non quelli di solitudine, quelli dell’Europa medievale) sono nate e morte generazioni che non hanno mai conosciuto la pace. Nella storia d’Italia sono nate e morte generazioni che non hanno mai conosciuto il sole.

Preoccupante.

Diciamo che vogliamo dire basta. Sì! Il momento è arrivato! Basta! Bisogna cambiare.

(ovazione di grillini… ecco un modo di eliminarli. Tu gridi uno slogan come questo, quelli fanno la ola tu li tiri giù a schioppettate)

Che possiamo fare? Io che faccio? Io scrivo e firmo petizioni. Scrivo su un blog che ha qualche centinaio di follower. Firmo robe su change.org. Poi? Facciamo Occupy? Occupiamo Piazza Affari? Seriamente, gente, che si può fare per far smettere di piovere? Facciamo un sindacato dei disoccupati? Aspettiamo Paddy Garcia (<— è un link, cazzo, o non si vedono i link o sono io che sono daltonico)? Boicottiamo? Io per boicottare boicotto. Mi viene naturale. Sono un consumatore così renitente che boicotto per natura, ma a che serve? Posso boicottare il gas? Mi scaldo con le coperte della mia bisnonna? Forse dovrei. Forse dovrei, ma come si fa, come ci si organizza? Veramente, io la rivoluzione la faccio anche, ma come faccio? Vado sotto la questura a Milano a ricordare l’anarchico Pinelli? Vado a disturbare i broker? Piscio sulla sede della Regione?

Ci vuole qualcuno che ci insegni, come si fa a fare la rivoluzione?

(No, redpoz, non la fa il PD, non l’avrebbe fatta neanche Civati. Lascia stare, non dirlo neanche per favore)

E qui sento già i sessantottini, che poi sono quelli della generazione che ci ha consegnato il mondo così com’è, che gridano piccati che un maestro non serve, che la cosa deve nascere dal popolo e dall’individuo. Peccato che loro i maestri li avessero. Oggi chi? L’asse del bene, l’asse del male, l’asse del cesso? A me sapete cos’hanno insegnato?

Che uno su due della mia generazione sarebbe stato senza lavoro. E tu guardi il compagno di banco e ringhi.

Che dobbiamo andare via, qui è tutto bruciato. Ma di rimanere qual tanto che basta a pagare un botto di tasse per la nostra formazione.

Che ai tempi di mamma e papà c’era da farsi il culo. Vero. Anche adesso. La differenza è che serviva. La differenza è che con i contratti per cui ti facevi il culo ad allora ti davano il mutuo, con quelli di adesso ti danno un volantino che dice che #seisenza.

(Cristo, Bleachedgirl, i link con questi colori non si vedono per un cazzo, facciamo qualcosa!!!)

E scrivo un post sul mio blog – non linko, non è necessario – per sfogare un po’ della non-libertà in cui mi trovo a vivere, e dopo aver spiegato per cinquanta righe che la retorica di alzare il culo e fare non funzia, mi trovo pappagalli nei commenti che ripetono il mantra del bamboccione e dell’individuo. Io ne ho pieno il cazzo di persone che lavorano 9-17 con malattia ferie e contributi perché hanno cominciato nell’85 a usare calcolatrici e ora sudano per capire Excel che spiegano a gente che lavora 16 ore al giorno alla ricerca sul cancro con un contratto di sei mesi da 1000 euro al mese (netti quando va bene) quanto fosse eroica la generazione precedente. Ma pieno tanto, sapete, pieno tanto.

E ne ho pieno il cazzo anche dei miei coetanei che dicono che ora siamo tutti connessi, tutti pieni di informazioni, nodi di reti, lanciati nel futuro. Perché sapete che c’è? Avremo anche tutte le connessioni del mondo, ma non organizziamo un cazzo. Nulla.

Quindi boh. Non si fa nessuna rivoluzione, non ci sono maestri, non ci sono allievi, non c’è coraggio e non ci sono contenuti.

Probabilmente perché nessuna delle generazioni che sono vive e attive nella società è capace di combinare qualcosa.

Non può piovere per sempre. Ok, ok. Guardiamo al futuro. Ehi, c’è Twitter, ci sono i social. Mi licenziano? Farò il social media manager per mio zio panettiere in cambio di vitto e alloggio. O magari ho culo, ho uno zio cardinale e almeno io mi piazzo da qualche parte.

Non può piovere per sempre.

Vabbeh, và.

Buona Pasqua a tutti. Chi viene con me a saltare nelle pozzanghere?