[scrive per noi] – paura – edp – amarcord

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Tu pensi di sentirla ma è un prurito alle mani, un fastidio allo stomaco.
Ci credi che sia quella di bambino, quella che ti han raccontato quando stai per cadere dalla bici, quando attendi un referto e invece no. Quando è troppa non la senti, non la vedi. E tu atterri, guardi le pale degli elicotteri da guerra come fossi al museo, quasi lo tocchi il ferro delle canne dei kalashnikov e quello che senti è prima una curiosità e poi un disprezzo per le guerre in generale, ma di paura neanche l’ombra. E ridi dei soldati con gli occhi a mandorla che pensavi meglio i caschi blu, li pensavi almeno biondi perdio, non piccoli cinesi dal muso incagnato. E lungo la strada che scoprirai molto dopo essere la strada della morte, accanto ai sacchi di sabbia, tra gli asini a strisce ti accorgi che la paura non c’è, che non esiste. Tu pensavi, invece niente. E bevi tutto ciò che vedi, scansioni il mondo in una forma di controllo che piano piano diventa il tuo modo. E se un uomo si avvicina senti qualcosa nel corpo, come se andassi in altalena, ma non è paura, non si può dire paura. E’ prurito. E’ prima del pensiero, qualcosa che si espande dentro di te, come una macchia calda, come se ti fossi pisciato addosso. E bestemmi, che io prima dell’Africa mica bestemmiavo, ma la paura fa anche questo, perché a volte niente libera più velocemente di una bestemmia, e dio chi lo sa dove sta, che magari almeno così si sveglia. E ridi. Ridi di ciò che sta succedendo, e dici al tuo compagno che siamo macchine da guerra noi, che niente ci ferma più. Perché l’onnipotenza è una faccia di questa paura e l’onnipotenza sì che la senti. Adrenalina che non passa per la coscienza, una scossa che non sai ma non è paura, non può esserlo, altrimenti moriresti, altrimenti non riusciresti a scappare. E il tuo cervello ti protegge perché devi correr forte se serve, correre non importa dove ma non devi sprecare neanche una goccia della tua energia, e sentir paura costa troppo. È sopravvivenza e tu sei un animale, il burattino di te stesso, qualcuno che ti porta avanti che sei tu ma non lo sai.
Anestesia.
Prurito e anestesia, diventi solo carne, diventi bestia e non lo sai più dove sei, ti muovi come pilotato da un te stesso che ti guarda da fuori, sei un tu inanimato il tuo angelo custode e siamo messi bene ma non lo pensi, ci vorrebbe troppo tempo. E rimani dove sei, non te ne vai e quando arrivi al limite ti metti in pericolo, ed è così che poi ti prendono, perché non lo sai più dove stai, e fai, fai fai fino a non sentire più nulla. E quella diventa la tua normalità. E le chiavi al collo, la valigia sempre pronta, e il piano di evacuazione che lo impari a memoria senza chiederti che cosa sarebbe di te una volta uscito dalla tua tana. Moriresti certo, ma ciò che conta è memorizzare i passi da fare, renderli automatici. Esco, accendo la macchina e mi reco nel punto di raccolta. Poco importa se arrivare al punto di raccolta è morte certa, ma loro –quelli che si dicono buoni, gli stessi che fanno le guerre poi fanno anche i salvatori, sono sempre loro, siamo noi i ricchi, i maledetti– loro ti aspettano lì, e si raccomandano di portare i cinquecento dollari a testa e una cassa d’acqua, ah e se te lo ricordi, anche qualche tanica di gasolio, che definitivamente segna la tua morte, ché se per caso prima eri salvo, se mentre sei per strada ti trovano il gasolio, allora sei morto per davvero. E tu li senti gli spari, ogni giorno e ogni notte, prima li senti forte e poi non li senti più, perché questa oramai è la tua vita, questa è la tua casa e il tuo cervello si sintonizza su questa che diventa la soglia. E non ti spaventi più, quindi ti metti in pericolo sempre di più, ed è lì che sei finito, ma il tuo cervello non può pensare, non può pensarci. Sei animale, sei carne, sopravvivi e il prurito ormai fa parte di te. E i soli momenti di respiro sono quando bevi o quando fumi, e ti accorgi che per dormire devi prendere le benzodiazepine. E nessuno si è mai chiesto il motivo per cui chi torna dalla guerra diventa un reietto alcolizzato? Si chiama tranquillità chimica, si chiama la pace che non riesco ad avere, me la creo perché ne ho diritto. 

Infatti la paura quella vera cominci a sentirla dopo, perché ci vuole uno spazio mentale per la paura. La senti quando il vicino pianta un chiodo e tu salti alto un metro da terra, quando sei tra le mura di casa e non ne avresti motivo, eppure, e allora piangi perché non va via. Te lo dici che è finita, te lo dici che non serve più sussultare, ma lei non va via. E non è più prurito ma diventano immagini: tutte le immagini che hai registrate sbiadite tornano adesso con un colore vivissimo, un colore così vivo che acceca. E tu ti vedi morire mentre parli con un amico al bar e non puoi dire perché nessuno vuole sentire. La gente non vuol sentire di morte e tu sei solo con la tua paura, con le tue immagini che nessuno capisce. E fanno parte di te ormai, non riescono ad andare via. Paura è svegliarsi urlando quando la notte gli spazzini puliscono la strada sotto casa, è cercare le armi di chi è davanti a te in fila al supermercato, è un’angoscia che toglie il fiato quando accosta una macchina per chiederti come si arriva in stazione, è non poter più camminare raso muro e girare larghe le curve per esser certo che nessuno si nasconda e ti aggredisca. E tu lo ripeti che non serve più, che sei al sicuro, ma la gola è chiusa e tu non sei più quello di prima. E non vuole andare via.
Non mangi, non dormi, il battito cardiaco decide lui e ti guardi allo specchio come fossi un estraneo, la faccia più vecchia di dieci anni e la sensazione di esser stato troppo debole, che se non fossi stato troppo debole non saresti ridotto a fine corsa in quel modo. Nessuno capisce, perché adesso che sei qui solo tu sai che cosa sia toccare la morte così da vicino, e chi era con te non lo vuoi più vedere, non lo vuoi più sentire. Solo tu capisci, non gli amici che da qui ti scrivevano, non chi ti vuol bene che non poteva pensarti così a rischio. La paura la senti quando rapiscono Luca e tu non dormi più anche se ora sei in quella spiaggia calda di agosto al sicuro di casa, e i messaggi degli amici ti chiedono se lo conoscevi. Ero io Luca, e piangendo ripercorro a mente quella strada, quante volte contavo i soldati, gli asini e le armi, quante volte sarebbe potuta toccare a me. Luca non era più sprovveduto di me, Luca è stato solo più sfortunato, è toccata a lui e non a me; quante volte da sola, quante volte come Luca.
Follia pura mandarci lì, ma lo capisci solo dopo perché quando torni ció che senti è che sei tu che non andavi. E la paura la senti ancora dal tuo letto, dal caldo di quella spiaggia e ogni giorno aspetti la notizia della sua morte. Aspetti perché lo sai che -come te- non sarà mai più lui, che sarà peggio per lui che per te, che meglio morto che con un macigno così grande tutta la vita. E pensi che ti è andata bene, che quel dio in cui non credi forse c’è per davvero. Perché tu sei stata incosciente quanto lui, forse di più; tu che sei donna, in un paese di uomini, donna all’ufficio della dogana, visibile per la tua maglia rossa che anche un bambino ti prendeva con la fionda e ti ammazzava se voleva. Tu per mano di quell’uomo di cinquant’anni che ti ha protetta come fossi una figlia e ti chiedi ancora il motivo -certamente non per soldi. Lui che rideva e diceva «I AM rich, I don’t need your money». E non lo hai più sentito e non lo sentirai mai più ma se sei qui forse è anche grazie a lui. E poi rimane il suo viso, che significa vita, che significa un altro padre oltre al tuo. Ti prendeva per mano, come per dire a tutti che per colpire te avrebbero dovuto colpire anche lui, che significava l’inizio di una guerra tra tribù e non conviene mai in quelle zone, il suo starti accanto significava che colpire te non sarebbe passata sotto silenzio. La sola donna, bianchissima, con un uomo che mi teneva vicina, lo stesso uomo che mi diceva di mangiare, che una donna troppo magra non va bene, un uomo -il solo che mai avrebbe osato toccarmi- che si avvicinava a me quando trasportavo quantità di denaro buone a mantenere una tribù per un mese, e lui stretta la sua mano nella mia, il caldo del suo braccio sul mio, come fanno i musulmani solo tra uomini, come si fa con un bambino. «Se colpite lei, colpirete anche me», così diceva a testa alta, e io correvo rapida in macchina e una volta al sicuro ridevamo. Non credo di averlo mai ringraziato, e quando sono partita si è girato sbrigativo, non un abbraccio, come un uomo tutto d’un pezzo.
E poi tutto passa, dopo qualche anno passa. Ma non passa da sola, questa paura. E ci vogliono anni. E non torni comunque mai quello che eri prima, perché la paura squarcia il mondo. Ma tutto ritorna ad andare avanti, anche se forse una parte di te non dimentica.