Obiezione, vostro disonore

Mi chiamo Ingenuo Valerio G.

Ingenuo, sì. Perché volevano che fossi ingenuo, forse addirittura avrebbero preferito stupido.

È che a qualcuno doveva pur capitare di avere qualche problema: me o la mamma, la mamma o me. La scienza è così, si vanta di darti le risposte a metà. Ma tanto non c’era alcun papà a volerle intere.

Se sopravvivo io, lei non c’è.

Se sopravvive lei, non ci sono io.

La mia mamma era come la morte per Epicuro.

E io non dovevo saperlo, dovevo essere Ingenuo.

Poi per fortuna è andata bene, io sono nato, lei sembrava un cadavere ma era viva e tutti erano felici. Lei, però, è molto cambiata. Io sono nato e tutti mi facevano regali, ma lei no perché lavorava troppo e quando usciva da lavoro i negozi erano sempre chiusi.

Quando lei mi guarda, si ferma a me. Quando guarda fuori dalla finestra, invece, il suo sguardo non si ferma mai. Potrei anche essere geloso, ma non mi va.

Un giorno la sentivo parlare con una vicina di casa. Diceva che l’istinto materno non è di tutte, ma poche hanno la lucidità di ammetterlo quando il cronometro degli anni in una donna comincia ad affrettarti la vita. Ha detto proprio così, “lucidità”. Io non ci ho capito molto, ma mi sono sentito offeso. Non so ancora perché, ma avevo 14 anni e da quel momento io e mia madre abbiamo cominciato a camminare su lati diversi della strada. Ho iniziato a contraddirla, ho iniziato a non essere d’accordo con lei.

Forse nemmeno con la vicina, ma di sicuro non con lei. Eppure i discorsi mi avevano colpito più dei suoi abbracci. Più che se avessi avuto un padre. I giudizi di mia madre mi sono sempre sembrati eccessivi, lei troppo rigida. A lezione di ginecologia all’università mi sono chiesto come ho fatto a uscire da un corpo così piccolo e stretto, come sia stato possibile per me che mi muovo tanto, che mi agito, restare lì dentro per nove mesi e starci anche bene.

Dentro, fuori no. Non sono mai stato bene con lei. Non che mi mancasse niente, in realtà, ma era come se potessi non esserci, e sarebbe stato quasi la stessa cosa. Mamma non immagina, non ha fantasia, non crede in niente, e io non ho mai frequentato la parrocchia come tutti i miei amici e non ho potuto nemmeno giocare a calcetto con loro.

Non mi stupisce in generale, mi stupisce in lei. Affettuosa, emissiva, ma decisamente non in grado di tenere dentro un uomo. Non un uomo come me.

Quando mi specializzai in ginecologia, avevo smesso di pensarci da tempo, ma l’altro giorno ero reperibile in notturna e sonnecchiavo con i gomiti sulla scrivania dell’ambulatorio. Mi hanno svegliato, mettendomi davanti una cartellina.

Sono riuscito soltanto a leggere IVG.

Forse stavo sognando. Ho ripensato a mia madre, ai due lati della strada, alle chiacchiere sulla donna senza maternità, a quelle della vicina sulla donna che senza figli è come senza utero.

IVG. Nel dormiveglia ho pensato fossero le iniziali del mio nome. Che strana coincidenza. Mancava “dott.”

L’infermiera mi ha scosso una spalla con una certa forza e quando ho realizzato che cosa dovessi fare, dopo essermi stropicciato gli occhi, come ogni volta che mi capita, ho firmato il rifiuto.

Con le mie iniziali.

Questa volta era notte, non c’era nessuno, è stato più facile delle altre.

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