La pubblicità è l’anima.

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Sono giorni, per la verità settimane, che mi soffermo a pensare a uno spot, quello dell’Enel, che viene mandato in onda frequentissimamente dall’inizio del 2014. A parte l’ormai nota mia passione per la pubblicità, come sistema di espressione a volte in grado di superare Proust e come sistema di pensiero che in confronto Marx è Paperinik, questo ha sul serio provocato il mio unico neurone:

“La dolce vita, il neorealismo, la grande cucina italiana, la notte del Bernabeu e il cielo è azzurro sopra Berlino. I giganti della moda, i capitani dell’industria, i maestri dell’artigianato. L’impero romano, il Colosseo, il Rinascimento. Poi Leonardo, Michelangelo, Pinocchio e la Divina Commedia. Il nostro è stato un grande passato, ma adesso è ora di guardare avanti, di costruire qualcosa di cui essere di nuovo fieri. Per questo non serve la nostalgia, serve l’energia”.

Eh sì, ok. Classico, paratattico, incisivo, dritto alla meta, che tutto sommato è banale. In realtà bifronte, per come la vedo io. Infatti, per le prime 15 volte che mi sono soffermata a guardarlo ho pensato: “questi capitalisti si sono bevuti il cervello”. A parte mettere il calcio accanto alle opere d’arte, è un messaggio fottutamente sbagliato.

La nostalgia non serve? Ma siamo matti?

Io ho fatto del ricordo, della storia e della sua conservazione l’intero scopo della mia vita, e ora qui “non servono” capitelli morti piegati allo scopo di un’azienda miliardaria? La storia non insegna più niente perché siamo in crisi? Irruenta come sono mi sono arrabbiata, inviperita, ho messo in mezzo moralismi, ignoranze, degrado culturale e un antiitalianismo tutto mio e poco coerente.

Da brava figlia del mondo occidentale ho sempre pensato che fossimo fatti di nostalgia, che fosse questo il motore che ci fa piegare le gambe una di fronte all’altra. Il dolore, d’altra parte. Per capire devi soffrire, per voltare pagina devi soffrire, per tornare devi lasciare e per lasciare molto spesso devi tornare indietro. Insomma, devi soffrire.

Non i muscoli, non il sangue, ci muovono. Ma il dolore del ritorno (o della partenza, che poi è lo stesso).

 

E invece no.

 

E invece grazie, tizio di Enel che hai scritto questa meraviglia e ci hai messo sotto un jingle ansiogeno. Perché hai messo insieme le due gambe della persona, i due sistemi della vita umana. E mi hai raccontato che non basta la nostalgia del passato, non basta far risuscitare le cose morte com’erano per tenerle uguali a sempre come statue (e nemmeno le statue sono sempre uguali). Che già il restauro è qualcosa di nuovo e che niente è sempre uguale a niente.

Sia che siamo figli di Itaca, o di Troia, sia che siamo nati da partenze, o da ritorni, non basta la nostalgia. Serve l’energia.

Ps: per chi si stesse chiedendo se percepisco una percentuale, no. Sono cliente Acea 🙂

 

 

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Musica: http://www.youtube.com/watch?v=TPKQSQSVVos (che non c’entra un cazzo ma la stavo ascoltando mentre elaboravo tali profondità)