Ruanda, vent’anni dopo

Anche a distanza di vent’anni non è facile parlare di cosa è accaduto in Ruanda durante quei cento giorni fra aprile e giugno 1994.
Non è facile perché è terribile. Non è facile perché tuttora alcuni fatti non sono affatto chiari.

Le verità ancora nascoste sono molte: dalla domanda su chi abbatte l’aereo del presidente Habyarimana la notte del 6 aprile a come poté accadere tutto questo à la machete; da dov’erano gli occhi del mondo alle varie responsabilità locali; dai falsi miti etnici ed economici alla storia della colonizzazione; dai risultati del Tribunale alla “riappacificazione” tuttora in corso; dalle responsabilità internazionali alle implicazioni geopolitiche nella regione…

Negli anni scorsi, una commissione tecnica francese incaricata dal Parlamento ha cercato di rispondere alla prima domanda. Arrivando persino a compromettere i rapporti diplomatici con Kigali.
Ad oggi, il mondo si divide fra quelli che accusano gli uomini più vicini al presidente di averlo ucciso per scatenare la campagna d’odio genocidiario e quelli che accusano Kagame (capo del Fronte Patriotico Ruandese ed attuale presidente) di aver scatenato il genocidio per vincere rapidamente la guerra civile e prendere il potere….
Come vedete, è una sporchissima storia. Una storia dalla quale difficilmente qualcuno esce con le mani pulite.

Soprattutto, esce con le mani sporche l’occidente intero e l’ONU, troppo distratto dai mondiali di calcio americani o troppo preoccupato di impegnarsi in modo pericoloso e -diciamocelo- vano in un altro banale “massacro africano“.
ONU ed occidente distratti, svogliati: la storia dei diplomatici americani obbligati a non parlare di “genocidio” è fin troppo nota e aggiunge poco ai fatti.

Ma i fatti si sapevano, si potevano vedere da lontano. Per chi avesse voluto: Romeo Dallaire, il generale canadese capo della missione di peaceenforcing che avrebbe dovuto supervisionare l’accordo fra governo e FPR scoprì depositi di armi. Non lo ascoltarono.
Il mio padrone di casa ad Arusha ci raccontava di container e container di machetes cinesi che arrivavano a Dar es Salaam destinati al Ruanda e nessuno se ne sapeva spiegare la ragione: “ci sarà stato un boom dell’agricoltura“, dicevano.
Oppure si sapeva delle milizie interahamwe e dai media come RTML e Kagura che incitavano l’odio etnico da mesi.

800.000 vittime in circa 100 giorni. Circa 8.000 persone al giorno: come se ogni giorno scomparisse un comune italiano di medie dimensioni.
Questo il bilancio.
Bilancio diviso in 800.000 storie diverse. Tutte ugualmente terribili. Come quelle dei preti che incitavano a bruciare le chiese dov’erano rifugiati i tutsi o le storie di resistenza disperata…
Tutte storie difficilissime da ricomporre, da comprendere, incastrare nel puzzle e narrare: storie le cui difficoltà di prova giudiziaria hanno messo duramente in difficoltà l’ICTR creato dall’ONU; storie nelle quali non di rado la narrazione è più importante della pena (vedere le corti gaçaça).

Ma dove si pone il confine fra “un altro massacro africano” ed un genocidio che merita l’attenzione del mondo?
Forse con “soli” 8.000 morti avremmo potuto girare lo sguardo dall’altra parte in tutta tranquillità? Con “appena” 10.000 anime sulla coscienza si può continuare a dormire tranquilli?
Non mi piace la retorica dell’eccezionalismo, per la quale ogni massacro merita sempre una qualifica più eccezionale degli altri ed in cui il termine “genocidio” sembra essere un “premio” che la storiografia o la geopolitica assegna ai più “meritevoli”, per avere sempre l’attenzione mediatica necessaria.
L’attenzione dovremmo tirarla fuori sempre.
O mai.
Ma qui, diciamocelo francamente, entriamo nel grande gioco della geopolitica e degli interessi nazionali. E’ inevitabile e, anche chi crede nella giustizia di transizione e nel diritto penale internazionale, deve riconoscerne i limiti.

Una strage che viene da lontano: viene dalla colonizzazione tedesca prima, belga poi. Da quando gli europei cominciarono a fissare in categorie etnicamente rigide dei gruppi che erano sempre stati fluidi come hutu e tutsi. Privilegiando gli uni e svantaggiando gli altri.
Oppure, da dopo l’indipendenza, quando la maggioranza hutu fino ad allora svantaggiata ha cominciato a prendere il potere e discriminare la minoranza tutsi, culminando periodicamente in qualche massacro (gli hutu massacravano i tutsi in Ruanda e pochi anni dopo, puntualmente, i tutsi massacravano gli hutu in Burundi).
Oppure dalla guerra civile, da un governo sempre più in difficoltà e sempre più estremista; da una classe dirigente hutu (Hutu Power, vedasi Kabuga) che sente il suo potere (anche economico) minacciato e cerca un’estrema soluzione.

Una strage i cui effetti si fanno sentire lontano: in Congo i massacri vanno avanti da 18 anni almeno. Almeno. E si faranno sentire ancora a lungo.
E la nostra attenzione proprio non vi arriva. Salvo sporadici momenti (ripenso a Goma nel 2012…).
E questa ennesima guerra nell’est del Congo non è che l’ennesima conseguenza di quella strage in Ruanda. Kagame, preoccupato che i profughi hutu potessero organizzare una guerriglia come aveva fatto FPR in passato, decise di approfittare della debolezza dello Stato congolese per cercare una soluzione preventiva…
Strage che si è cercato di ricucire: con l’ICTR, con le corti gaçaça, con una politica in apparenza estremamente liberale (oltre la metà dei deputati al Parlameno nazionale son donne)…
Strage che è ancora argomento quasi tabù in Ruanda, dove il potere di Kagame si salda con un’univoca narrazione dei fatti che non ammette repliche e sanziona penalmente il reato di “negazione del genocidio”.
Sempre il mio padrone di casa ad Arusha diceva “sono tornati al punto di partenza“: pronti di nuovo a scoppiare.

Ruanda, il paese delle mille colline

Ruanda, il paese delle mille colline

NOTA: questo post, ovviamente, non può -né vuole- dare un resoconto completo su quelli che furono i fatti del genocidio ruandese nel 1994, i suoi antefatti e le sue conseguenze.
Al massimo, vuole stimolare la ricerca e riflessione personale dei lettori.