Gente come uno, gente come tutti.

Non umani, argentini!

Si apre così lo spettacolo di Alma Rosé “Gente come uno“. È uno spettacolo apparentemente datato, nato diversi anni fa: c’è chi di noi lo vide per la prima volta cinque anni fa.
C’era un paese ricco, ora non c’è più“, ecco. Questa la sintesi più semplice, immediata di quanto accaduto in Argentina nel 2001. Sintesi resa con grande bravura dalla compagnia Alma Rosé nel suo spettacolo.
Il solo, bravissimo, Manuel Ferreira sul palco a raccontare dalla prospettiva di tanti personaggi di versi quella crisi che ha tragicamente colpito “il miglior allievo del Fondo Monetario Internazionale“; a riportare le tante diverse reazioni degli esponenti della “classe media” messi di fronte alla tragedia: dirigenti d’azienda senza prospettive che per la prima volta si immedesimano negli operai che fino a ieri hanno licenziato; madri di famiglia che affrontano con disperazione le ristrettezze economiche imposte, ma senza perdere la dignità; i cartoneros che affollano le vie della città; i disoccupati che protestano; le madri di Plaza de Mayo tornate nelle strade e nelle piazze: le uniche preparate ad affrontare la polizia. E gli emigranti rientrati…
Duemilauno. Eppure ne parliamo oggi, ve lo consigliamo e ci sentiamo tutt’altro che anacronistici: non solo perché è tuttora itinerante nei teatri e nelle piazze italiane, ma perché il 2001 dell’Argentina non è così distante dal 2014. Ve ne parliamo oggi con il cambio del peso argentino sul dollaro di 8 a 1 (in confronto al 5 a 1 di tredici anni fa), ve ne parliamo oggi nei giorni in cui l’economia Argentina è stata declassata a “spazzatura“, ve ne parliamo oggi mentre i nostri amici argentini ci comunicano la sensazione: “sta per succedere nuovamente”.

Ora, non sappiamo se davvero si verificherà una nuova crisi, non possiamo saperlo e non è facile guardare al di là di più o meno attendibili previsioni. C’è però una sensazione, trasversale, che lo spettacolo comunica e rimane: il senso di smarrimento di una “classe media” spaesata e impreparata ad affrontare le “questioni politiche” poste dal vivere insieme; dimentica della partecipazione; troppo abituata a voltare la faccia dall’altra parte.
La reazione di questa classe media fa riflettere: per la prima volta, molti di loro si trovano a doversi esporre, ad impegnarsi in prima persona per i propri diritti dopo aver voltato lo sguardo troppo a lungo. Emblematiche, in questo senso, la storia della madre che “perde il controllo” in banca di fronte all’impossibilità di prelevare il contante ma si rifiuta in ogni caso di scambiare al “mercato comunitario” i propri beni, ritenendoli troppo preziosi o troppo umiliante accettare questo modello. Oppure il dirigente, cui il figlio propone di mollare tutto e fare i cartoneros, straordinaria rappresentazione della perdita di prospettive di una generazione. Soprattutto, ad oltre dieci anni di distanza ed in una situazione quasi altrettanto critica, sorprende come il monito di “non voltare più lo sguardo” sia passato senza lasciare traccia.

Non a caso, lo spettacolo si chiude con un messaggio fondamentale: “ho imparato che che un paese non è niente, una nazione non è niente, una patria non è niente. Tranne la gente, tranne le persone“.

L’impressione è quella di enormi similitudini con la presente situazione italiana.
Non dal punto di vista della crisi economica, quello sarebbe troppo facile. Bensì da quello della partecipazione politica: quante volte, in questi anni abbiamo voltato la faccia di fronte al monito “ghe pensi mi“?
Ora, quasi improvvisamente (“quando l’acqua arriva al culo”), riscopriamo una partecipazione nervosa, arrabbiata (quasi rabbiosa) come quella di movimenti pentastellati. Una partecipazione che, se da un lato dà un senso di vitalità e di positiva riscoperta del “bene comune”, dall’altro dimentica troppo facilmente le responsabilità diffuse di chi fino a ieri non voleva prendersi responsabilità (perché, come cantava Gaber, “la politica è una cosa sporca“). E pare, anzi, che la rabbia di oggi sia tanto maggiore quanto maggiore era il disinteresse di ieri.
Ma quanto durerà questa ritrovata partecipazione? Non tornermo tutti domani, quando le acque si saranno un pò calmate e gli stipendi torneranno a crescere almeno un pò, a curarci solo dei fatti nostri?