la collina del disonore

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E venne l’anno in cui uscì La collina.

Il racconto del libro si inserisce in un filone che definirei “classico”, quello in cui si raccontano le sevizie e i soprusi perpetrati ai danni di persone rinchiuse in luoghi deputati alla cura dai quali non è possibile andarsene e dove la sopravvivenza è subordinata all’accettazione incondizionata della logica del posto – in genere rappresentata da un capo indiscusso e carismatico.

Il nostro immaginario letterario e cinematografico è pieno di storie simili: che so, da “Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo” a “Magdalene Sisters”, dai campi di rieducazione maoisti agli ospedali psichiatrici di vecchia memoria. In genere queste storie hanno una grande presa sul pubblico perché attivano una delle nostre paure primordiali: essere rinchiusi e non poter chiedere aiuto, cercare di comunicare il pericolo in cui ci troviamo e non essere creduti, sentirci traditi dalle persone che amiamo che ci consegnano inermi nelle mani del nostro persecutore convinti di fare il nostro bene.

Questo libro dunque ha tutti gli ingredienti per diventare un best seller.
Vi si racconta di una specie di villaggio recintato, posto in cima ad una collina, che promette alle persone che vi entrano salvezza e redenzione. Entrare non è facile, bisogna aspettare a volte giorni e giorni all’addiaccio, senza allontanarsi, perché in qualsiasi momento il cancello potrebbe aprirsi e “Lui” uscire e indicare i fortunati che vengono ammessi. Una volta dentro consegni i tuoi documenti di identità che riavrai solo il giorno in cui, sempre “Lui”, deciderà che sei pronto per uscire – e ci vorranno anni.
Poi ti fanno vedere la camerata, la mensa, i bagni, il tuo armadietto, ti dicono come ti devi vestire, ti spiegano che «non si ascolta musica», «non si leggono libri», alla TV «si guarda solo quanto deciso dai responsabili», «si mangia tutto quello che c’è nel piatto», ti dicono anche per chi votare. Si, perché, in tempo di elezioni, nel villaggio si apre un seggio e il tuo voto, prima di entrare nell’urna, viene controllato. Ti spiegano le regole, che poi sono una sola: obbedire senza discutere perché ogni critica, opposizione o reclamo indicheranno solo che non sei guarito e dunque il tempo del tuo rilascio è ancora lontano.
Esiste una lunghissima bibliografia che ha spiegato ampiamente come, quando il potere assoluto utilizza come strumento la cancellazione dell’identità individuale, l’unica via di sopravvivenza sia adeguarsi, rinunciare a sé, delegare ad altri le proprie facoltà critiche. L’alternativa è impazzire, non farcela, e infatti in cima alla collina ogni tanto qualcuno non ce la fa e si uccide. Addirittura un giorno in cui al villaggio era festa grande e c’erano la Televisione e i giornalisti e le Autorità e i Politici e il Capo stringeva mani e sorrideva, due prigionieri si sono suicidati buttandosi dalla finestra a poche ore di distanza uno dall’altro.
Dentro si lavora, duramente, dalla mattina alla sera e questa è sostanzialmente la “cura”, sulla collina sono rinchiuse centinaia e centinaia di persone, il loro lavoro rende e, certo, serve a mantenere il posto e a dar da mangiare a tutti ma arricchisce anche enormemente il Capo – che infatti esporta illegalmente i suoi soldi all’estero; non personalmente, è ovvio: come lo schema “classico” insegna c’è sempre una squadra speciale di fedelissimi, scelti tra i prigionieri che hanno precedenti penali e già esperienza di illegalità, pestaggi, uso delle armi eccetera. Loro sono anche quelli incaricati di recuperare chi cerca di scappare .
Già. Perché ogni tanto qualcuno tenta la fuga.
Non arrivano lontano in genere, sono senza soldi e senza documenti, spesso li raggiungono ancora sulla strada principale, mentre cercano di fuggire in autostop, a volte sono gli abitanti dei paesi che sorgono intorno alla collina, persone a cui i fuggiaschi si rivolgono chiedendo un bicchier d’acqua, o di poter fare una telefonata, che li denunciano. E i gorilla del Capo li vengono a prendere. Quelli che sono riusciti ad arrivare a casa li vanno a riprendere fino lì, avvertiti magari dai famigliari stessi. Le punizioni sono esemplari, il terrore serve a scoraggiare tutti gli altri.

Sulla collina ci sono posti dove si rinchiude chi sgarra. Le persone vengono pestate a sangue, incatenate per giorni interi, tenute al freddo, affamate, aggredite sessualmente. È il Capo che dice quando la punizione è sufficiente, ti guarda con l’aria del padre addolorato dalla tua incapacità di comprendere quanto ti ama e ci tenga a te, quando ti liberano gli sei persino grato. Qualcuno durante la punizione si suicida, una volta almeno ci scappa il morto, ucciso di botte.

La notizia è che questo libro racconta una storia vera. La storia di San Patrignano, sedicente Comunità di Recupero per tossicodipendenti, un’esperienza che sarebbe stata impossibile in qualsiasi paese europeo e che invece è stata possibile in Italia, nel cuore della Romagna civile e rossa. Un esperimento di Pedagogia autoritaria su larga scala che si basava su una concezione della tossicodipendenza a metà strada tra una possessione diabolica e un vizio morale. Da questa concezione derivavano metodi di cura a metà tra l’esorcismo e la penitenza e una visione antiscientifica e oscurantista condivisa e sostenuta da tutto lo schieramento della Destra del nostro Paese, Alleanza Nazionale in testa. Finanziatori e sostenitori di San Patrignano sono stati Letizia Moratti e il marito, sono loro che ci hanno messo i soldi, e tanti, alla faccia di Muccioli, il fondatore e “guru”, che sosteneva di non aver bisogno dei soldi dello Stato perché la sua Comunità si autofinanziava. Il “Post”, in un articolo del 14 Febbraio in cui recensisce il libro, afferma ancora oggi che ci sono «tante verità diverse nella storia di San Patrignano».
Ecco, non è vero.
Di verità su San Patrignano ce n’è una sola, ed è questa, e andava detta allora.

In verità qualcuno ci aveva anche provato. Al 15° Congresso Mondiale di Psichiatria Sociale che si è svolto a Roma nel 1995 una relazione dei professori Sergio De Risio e Mario Cagossi, dell’ Istituto di Psichiatria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, aveva criticato i presupposti di San Patrignano, negli stessi giorni in cui Carlo Taormina, difensore di Vincenzo Muccioli, attaccava i giudici che volevano processarlo inaugurando una modalità che avrebbe goduto di molta fortuna. Eppure, nonostante i processi e le condanne, San Patrignano ha sempre goduto di appoggi nella stampa, tra personaggi dello spettacolo e in un’opinione pubblica spaventata e disinformata che voleva soluzioni rapide, infallibili e a qualsiasi prezzo a quella che allora era considerata la piaga sociale per eccellenza. Certo, poi hanno cominciato ad arrivare i barconi carichi di stranieri e i capri espiatori sono cambiati.

La verità andava detta allora e forse, chissà, ci avrebbe aiutato a combattere la nostra di dipendenza patologica da modelli populisti e autoritari. Invece, Rimini ha intitolato a Muccioli una strada e la Moratti è diventata Ministro della Pubblica Istruzione.
Evidentemente, per meriti acquisiti sul campo.

Andrea Delogu e Andrea Cerola
“La collina”
Fandango libri