Dove sei Buffalo Bill?

Ed ora ti voglio dire
C’e’ chi uccide per rubare
E c’e’ chi uccide per amore
Il cacciatore uccide sempre per giocare
Io uccidevo per essere il migliore

– Ovvero: l’ordine delle priorità-

Anni fa, mentre tornavo dal lavoro, incrociai in treno una ragazza del mio paese che un tempo conoscevo. Non ho mai avuto troppa simpatia per lei e anche negli anni in cui ci frequentavamo, non legammo molto.
Scoprii in quel periodo per qualche via strana che anche lei studiava giurisprudenza, non a caso l’ho rivista lo scorso anno per l’esame di Stato.
Una cosa mi colpì del suo sguardo in quel vagone del treno: la sufficienza. Il senso di apparire ai suoi occhi insignificante.
Potete non credermi, visto che ne parlo a distanza di anni, se vi dico che la cosa mi lasciava indifferente. In un certo senso sì: mi era indifferente. Mi era indifferente nello specifico riferimento a quella persona. Non mi era indifferente in senso generale.

Tutti, in qualche modo, vogliamo “essere qualcuno“, nel senso di voler essere significativi.
Ed io, che come cantava Jacques Brel “qui était le plus fier“, io volevo essere il migliore. Esattamente quel De Gregori fa dire a “Buffalo Bill“.
Ecco perché quello sguardo di insignificanza mi colpì.

Ma mi risollevai immediatamente. Perché capii immediatamente che quello sguardo non mi sfiorava. Non mi sfiorava perché qualsiasi giudizio lei avesse su di me, non poteva cogliere nel segno: non poteva colpire la mia identità, la mia auto-rappresentazione di me stesso. Perché, per quanto negativo potesse essere, i critieri di giudizio erano diversi.
Le apparivo mal vestito, non alla moda? La moda non m’è mai interessata. Le apparivo come un pessimo giurista? In quale campo? Di certo in molti ambiti del diritto, quelli che più mi interessano, avevo conoscenze assai maggiori alle sue. Le apparivo “sfigato”? Non scambierei uno solo dei miei amici oltreoceano per essere amico dell’intera gioventù del mio paese.
E così via.
Ammesso sia possibile, il confronto potrebbe funzionare solo a patto di concordare sui criteri di giudizio: il miglior cacciatore. Ecco, allora sì: allora potremmo dire se Buffalo Bill è il migliore, se Caio è bravino e se Tizio è insignificante.
Generalizzare è inutile.
In più, come detto, erano diversi i destinatari del giudizio: per chi vogliamo essere “qualcuno”? Io, certo non per lei. Potrei volerlo essere per i miei genitori. Per il mio cane. Per un altro pugno di persone. Per Asja certamente sì, ma di “Asja” o persone cui prestare attenzione nelle nostre vite ce ne sono poche. Forse le contiamo sulle dita di una mano.
Gli altri, le altre, saranno comunque più o meno insignificanti.
-Questo, sempre detto per inciso come provocazione che lascio a voi sviluppare, che carattere sia quello di una persona che vuole essere ben visto e ben considerato da tutti-

Personalmente, credo tutti vogliamo essere “qualcuno”, “qualcosa” di significativo. Forse persino “il migliore”. Ma chi può definirlo?
Per alcuni di noi, può essere importante essere il miglior poeta; per altri il miglior giudice; per altri ancora il miglior dirigente d’azienda; il miglior ladro; il migliore a far l’amore; il migliore papà…
Una volta compreso il nostro interesse, tutti gli altri perdono rapidamente d’importanza. Diventano cose piccole.
E, aggiungo, come se non bastasse, l’ordine delle priorità cambia continuamente: ieri volevamo essere il miglior calciatore della nazionale? Oggi ci basta essere i migliori agli occhi di Asja. Domani, domani chissà…

Questo (a mio giudizio) si riflette anche nelle cose che facciamo, nelle cose che reputiamo importanti: attraversare a piedi il deserto per gli uni può essere meno importante che mangiare una parmigiana da sei persone. Per qualcuno, guardare un fo****o tramonto può essere maledettamente importante. Cosa ne sappiamo noi?
Cosa sappiamo delle sue ragioni, del suo vissuto, delle sue speranze?
Winnie, un’amica vietnamita mi raccontò del suo arrivo negli USA dal Vietnam alcuni anni fa: non aveva mai visto prima la neve. Naturalmente, anche se quest’anno la neve non s’è vista, per me la cosa non è così speciale. Ma solo mettendo in fila i tasselli posso capire perché per Winnie sia stata un’esperienza così importante e significativa.
Ora, qualcuno potrebbe obiettarmi che i tramonti si vedono ovunque. Potrei rispondervi di no (quanta gente in un carcere del Ruanda, a Guantanamo o in Israele non vede il sole?); potrei dirvi che le condizioni cambiano e che un tramonto in cima al Mt. Meru non è la stessa cosa che sulla spiaggia di Kep; potrei dirvi che il tramonto con Winnie non è il tramonto con G.,non è il tramonto con il mio cane, né quello con Asja.

Qualcuno potrebbe anche obiettare che un tramonto non è comunque mai (né con Winnie, con G., con il cane o con Asja) paragonabile a scalare il Mt. Meru o attraversare a piedi un deserto o fare la traversata in solitaria dell’Oceano Atlantico. Queste sono cose comunque straordinarie.
Davvero? Ripeto: cosa ne sappiamo? Magari per Soldini (che è eccezionale e vorrei avercela io la libertà, il coraggio e la capacità di fare un milliardesimo di quel che ha fatto lui) la millesima traversata conta meno di una passeggiata coi figli. O magari Soldini  sogna di scalare una montagna africana o magari non gli frega nulla di salire in cima al Mt. Meru.

Probabilmente andremmo troppo lontano. Quel che mi basta, dunque, è farvi riflettere come i giudizi cambino per ciascuno di noi.