la prima guerra del viagra (e altre guerre da ricchi)

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La prima guerra del Viagra è quella che, da meno di un anno a questa parte, si combatte nelle farmacie; ovvero da quando, il 22 giugno 2013, è scaduto il brevetto che copriva il Sildenafil, principio attivo del farmaco che forse meno di tutti necessita di presentazioni. Anzi, mi correggo, una minima presentazione credo sia doverosa, a render giustizia alla sua storia: il Viagra non nacque per curare le disfunzioni erettili, come si potrebbe facilmente credere, ma come possibile cura per l’angina pectoris. I test clinici, poi, mostrarono scarsa efficacia per la cura della patologia cardiaca, a favore invece di manifestazioni priapiche (più o meno) incontrollate. In seguito, certo, il Viagra ha raggiunto una notorietà virale, qualcuno (un po’ azzardato, indubbiamente non in linea con il nostro tema settimanale) ha definito il farmaco un’icona planetaria; di fatto, in ogni caso, pare sia la molecola più contraffatta al mondo e si ipotizza sia stato usato da almeno venticinque milioni di uomini solo negli States (25! su un centinaio che sono, vuol dire circa un quarto! scusate se è poco…) e da almeno sessanta in tutto il pianeta.

Insomma, per entrare nell’argomento del post: il coup de théâtre della vicenda Viagra avvenne due giorni dopo la scadenza del brevetto, quando un’azienda milanese (nata dalla fusione delle già note Chiesi e Zambon con la canadese Apotex) piazzò sul mercato un prodotto scontato di più del cinquanta per cento (anzi, quasi sessanta a essere precisi: 22 euro rispetto agli allora quasi 54 del farmaco “griffato”), ampiamente inferiore rispetto agli ipotizzati ribassi del venticinque per cento di ben altre rinomate (e prezzolate, a volte…) Big Pharma concorrenti (Teva, Sandoz, Mylan, Pfizer). Ah, ogni battuta sul fatto che Milano ha sbaragliato la concorrenza sarà censurata, sappiatelo.
Ad ogni buon conto, vennero subito chiaramente alla luce tre tipi di vantaggi: il primo nell’ambito edonistico – e vorrei sottolineare anche il meno trascurabile; il secondo, in virtù della deterrenza alla vendita di prodotti contraffatti – prevalentemente on-line – con meno rischi per la salute e con minori proventi da parte dei circuiti dell’illegalità; il terzo, probabilmente quello che meno interessava se non i diretti coinvolti, in relazione alla possibilità di estendere la rimborsabilità da parte del servizio sanitario nazionale ad altre patologie (diabete o neuropatie relate).

Ora – è notizia fresca di ieri – da un rapporto della suddetta azienda milanese Docgenerici, relativo alla commercializzazione dei farmaci generici nel 2013, si tirano le prime somme: le vendite dei farmaci generici di fascia C (quelli che necessitano di prescrizione su ricetta) faticano a decollare; o meglio, le vendite di tutti i generici tranne uno, il Sildenafil per l’appunto, il cui boom di vendite è pari a quello dei farmaci di fascia A (“da banco”, per capirci). È ovvio che con una notizia simile tutti sono corsi a giustificare i motivi che portano il Viagra, anzi il Sildenafil, sul carro del vincitore. Tra le spiegazioni più (o meno) creative che ho letto: «questo è uno dei farmaci che, generico o di marca, l’utente vede subito se funziona».
Eh certo.
Perché a noi, in Italia, fa difetto cercare di capire invece come mai tutti gli altri farmaci generici su ricetta non abbiano lo stesso successo di vendita del Sildenafil, senza che in questo ci sia l’inevitabilmente coinvolgimento delle responsabilità e delle cattive abitudini – nonché delle inadeguate informazioni fornite ai pazienti – di medici di base e farmacie. E questo è il nocciolo della questione.

A chiosa di tutto questo, concedetemi una battuta – e chi vuole coglier l’ambiguità, la colga: ciò di cui sono certo è che non sarà mai possibile mettere d’accordo tutti sul mercato della disfunzione erettile in Italia. Come si suol dire, coinvolgerebbe troppe teste.

P.S. e questa volta, mi perdoni Kapuściński per il divertissement del titolo.