Femminismo – Francesco Vitellini – Evoluzione o parossismo?

Una donna dei nostri giorni vive ancora in una società in massima parte costruita a “misura d’uomo”, e il percorso dalla fanciulleza all’età adulta la porta a contatto con svariati livelli di questa società “maschile”. É un percorso spesso difficile e pieno di ostacoli e non sono molte le donne che riescono ad arrivare a livelli di successo pari a quelli di uomini con le stesse capacità, e senza ricorrere all’esposizione del proprio corpo (Nota Per gli Ignoranti: parlo di usare la propria femminilità come immagine, come nella televisione o nella moda, e non di prestazioni sessuali).
L’impegno per raggiungere la parità dei diritti e delle opportunità da parte delle donne ha una storia lunga e molto articolata, e non è questo il luogo adatto per rievocarla per intero.
Credo anch’io che donne e uomini abbiano gli stessi diritti, e che nessuno dei due sessi abbia il diritto di prevalere sull’altro, in nessuna circostanza.
Credo che siano sempre esistite donne che hanno lottato per affermare i proprio diritti nei confronti degli uomini, così come credo che siano sempre esistite delle donne che non hanno esitato a sottomettere altre donne, in barba all’ideale di parità. Basti pensare alle prime femministe che lottavano per l’uguaglianza civile di uomini e donne, ma riferendosi solo a donne della classe media. Infatti, chi avrebbe lavorato in casa se le “serve” fossero state uguali alle “padrone”?

Quello che, però, trovo assurdo è il modo di imbrattare di femminismo qualsiasi cosa che sia anche solo vagamente accostabile ad una discriminazione.
Faccio un esempio molto semplice usando la pratica di salvare prima donne e bambini durante un naufragio.
La prima registrazione della pratica risale all’affondamento del trasporto truppe HMSBirkenhead, avvenuto il 26 Febbraio 1852. Il comandante ordinò infatti alle mogli e ai bambini a bordo (20 in tutto) di salire sull’unica piccola scialuppa di salvataggio disponibile, salvandoli, mentre gli uomini rimasero sul ponte di coperta fino al completo affondamento della nave.
Oltre che essere un comportamento cavalleresco e, in un certo senso, galante del comandante, io sarei portato a leggervi una inconscia intenzione di preservare la vita a chi ancora non ha inziato a viverla davvero (i bambini) e a chi può ancora dare la vita (le donne).
In ogni caso, da studi effettuati risulta che la reale applicazione di questa regola sia piuttosto scarsa.
Ciononostante, Sharon M. Meagher (membro fondatore e Direttrice della Facoltà di Study Femminili all’Università di Scranton, Pennsylvania) e Patrice DiQuinzio (già Direttrice della Facoltà di Studi Femminili al Muhlenberg College di Allentown, Pennsylvania), hanno (nella mia opinione) strumentalizzato questa pratica nel loro “Women and Children First: Feminism, Rhetoric, and Public Policy” – State of New York University Press, 2005.
Le autrici affermano che dietro la pratica ci sia una logica che comporti un trattamento paternalistico nei confronti di donne e bambini, che ha come scopo quello di proteggerli, ma, allo stesso tempo, quello di disarmarli e di mantenerli in condizione di inferiorità e dipendenza.
Confesso di non aver letto il saggio per intero, ma già l’idea mi sembra talmente campata in aria da non meritare attenzione. E si noti che parliamo del 2005, non di cento anni fa.

Altre assurdità, per me, sono gli studi di Sandra Harding e Nancy Hartsock, tesi a dimostrare che la scienza sia “androcentrica”, e, pertanto solo parzialmente obiettiva.
Alla base di questo ragionamento c’è il fatto che le donne sono state tenute lontane dall’istruzione fino a tempi piuttosto recenti e che ciò che dà alle femministe un “privilegio
epistemologico”, […], è il loro costituirsi come gruppo che nasce da una
trasformazione autocosciente dei singoli in un soggetto collettivo che sia oppositivo e critico.

Devo ammettere che non avrei mai pensato che la forza di gravità potesse essere studiata in modo diverso da una donna, anzi, da una femminista visto che L’empiricismo femminista afferma che le donne, o meglio le femministe, come gruppo sono in grado di produrre una conoscenza più libera dal pregiudizio e con risultati più obiettivi.

Alcuni autori distinguono diverse “onde” di femminismo.
Secondo questa categorizzazione la rivendicazione femminile di diritti politici ed economici pari a quelli dei maschi costituisce la cosiddetta “prima onda del femminismo”; la “seconda onda” è, invece, l’affermazione della specificità femminile e dell’alternativa femminista alla cultura maschilista.
E c’è anche chi parla di una “terza onda”, una delle cui manifestazioni è il cosiddetto “Ecofemminismo” che sostiene l’esistenza di un parallelo tra la subordinazione delle donne e il degrado della natura. Insomma, è colpa dell’uomo se le arance non hanno più lo stesso sapore di una volta. Tra l’altro pare anche che le donne siano più vicine alla natura…

Per quel che mi riguarda mi ritrovo pienamente d’accordo con Giovanni Paolo II quando, con la lettera apostolica Mulieris Dignitatem, invoca un nuovo femminismo, teso a valorizzare le differenze esistenti tra uomini e donne, in quanto esistenze complementari, piuttosto che assecondare un femminismo il cui ideale sia l’imitazione di una presunta “dominazione maschile”, oppressiva e quasi violenta, sostituendo, nei fatti, solo l’aggettivo di genere.

Molti penseranno che questo sia il solito discorso “maschilista”. Beh… così non è.
Voglio semplicemente sottolineare quanto questa evoluzione del femminismo si concentri su temi e problematiche del tutto privi di significato, se non inseriti in un contesto di polemica a tutto campo e a tutti i costi.

La stessa parola “maschilismo”, del resto, è continuamente abusata in contrapposizione a “femminismo”.
La definizione più frequente di maschilismo è “Termine usato per indicare polemicamente l’adesione a quei comportamenti e atteggiamenti (personali, sociali, culturali) con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità nei confronti delle donne […]”
La mia definizione è diversa. Per me il maschilismo è il “nemico necessario” creato da quel femminismo plateale che ha nello scontro diretto la sua unica raison d’etre, e che non ha modo di esprimersi, se non potendosi concentrare su un bersaglio ben definito.
Per questo motivo penso che parlare di maschilismo come se fosse una scuola di pensiero sia uno stratagemma creato ad hoc per legittimare quelle battaglie portate all’estremo da un certo tipo di femministe.
Un conto è lottare per affermare una parità, il che è perfettamente legittimo e necessario, un’altra cosa è individuare e demonizzare un avversario ed è questo il motivo per cui credo il termine maschilismo sia coniato sull’esempio del termine “femminismo”, e nasce, secondo me, da una semplice necessità di polemica. Insomma, una contrapposizione consustanziale.
In questo modo, la legittima e giusta battaglia delle donne per i loro diritti, viene trasformata in un puro antagonismo nei confronti del genere maschile in toto, antagonismo che trova le sue radici in una tradizionale antropocentricità della società.
Infatti, quello che le femministe di pura polemica tentano di fare, è di prendere tutto il passato, in blocco, e di gettarlo via, perché palesemente inadeguato alle loro aspettative di società “equa e giusta”.

Ma il passato è la fonte da cui attingere per vedere meglio il futuro, e gettarlo via per sostituirlo col nulla non porta da nessuna parte.

Infine anche il ridicolo. Alcune femministe hanno proposto “womon” e “womyn” al posto di “woman” e “women”, perché “-man” e “-men” definirebbero la donna in funzione dell’uomo.
Mi chiedo quando le nostre femministe incazzate sosterranno che il modo di dire “partorire un’idea” sia discriminatorio, perché il parto, prettamente femminile, viene ridotto a un mero modo di dire, nonostante costi sofferenze e dolori alle donne.