come ho cominciato ad amare la polonia

Per molti anni, ogni volta che pensavo alla Polonia, la prima immagine che mi veniva alla mente era la faccia gelida del generale Jaruzelsky che non si toglieva mai gli occhiali scuri. Io guardavo la sua faccia senza sguardo nei telegiornali dei primi anni ottanta e mi chiedevo che segreto inquietante nascondesse dietro quelle lenti. Militare di carriera, incaricato di fronteggiare gli scioperi nei cantieri navali di Danzica, autore di un colpo di Stato, il fatto che non mostrasse mai gli occhi mi faceva venire i brividi.
“Polonia” per me erano le immagini degli operai di Solidarnosc, i primi operai cattolici e anticomunisti che avessi mai conosciuto, che sfilavano ad Agosto con le camicie di flanella abbottonate fino al mento mentre in Italia si andava al mare per sfuggire all’afa – e poi la figura di Papa Wojtyla: la dimostrazione lampante che viaggiare per il mondo, in sé, non apre affatto la mente.
Poi, i tempi sono cambiati e adesso, se penso alla Polonia, mi viene alla mente l’autobus diretto a Varsavia che parte direttamente dalla piazza del paese dove vivono i miei genitori e riporta le badanti a casa per le vacanze; penso ancora agli operai polacchi ma a quelli che lavorano nelle industrie italiane “delocalizzate”, ricattati e senza diritti.

Associazioni mentali, pezzi di storia, dati socio-politici non mi hanno davvero avvicinato a questo Paese, nella mia vita è sempre stata la letteratura a permettermi un’esperienza emotiva di ciò che non conosco ancora, l’unica che mi apre la porta ad un “contatto”, ad una possibilità di “comprensione”. Ed è quando ho incontrato la sua letteratura che la Polonia mi ha colpito al cuore e mi ha fatto venire il desiderio di conoscerla.
La prima autrice polacca che ho conosciuto è stata Wislawa Szymborska, la poetessa che vorrei essere (s’io fossi poeta), premio Nobel nel 1996. La sua capacità di legare tematiche profonde a parole quotidiane, la sua ironia priva di acredine, la forte prossimità con la natura mi hanno fatto intravedere un paese affascinante e complesso. E’ grazie al mio amore per lei che ho comprato il libro di cui vi parlo, proprio perché la biografia in quarta di copertina definiva la sua autrice: “la scrittrice polacca più nota in Patria”. Il suo nome è Olga Tokarczuck e il titolo del libro è “Guida il tuo Carro sulle Ossa dei Morti”, un titolo severo e solenne che è anche il verso di una poesia di William Blake.

La lettura di questo straordinario romanzo mi ha spalancato le porte di un paese.
Ho scoperto che anche in Polonia il progresso ha rotto il patto tra l’uomo e la natura e che, come da noi, la Natura non è governata da leggi democratiche: se la uccidi ti uccide. Ho scoperto che, in barba a tutto il valore che noi diamo al controllo delle emozioni, “A volte, quando l’Uomo sperimenta l’Ira, tutto sembra semplice e ovvio. L’Ira riporta l’ordine, mostra il mondo in una sintesi adamantina”.
L’ambientazione del romanzo è un altopiano al confine con la Cechia, irrigidito dal gelo per tutto l’inverno. Un territorio popolato di animali e quindi di cacciatori che ne fanno strage, in nome delle gloriose tradizioni venatorie polacche e con la benedizione della Chiesa. Ma, nel corso del libro, Giustizia sarà fatta e la Giustizia, sull’altopiano, non conosce pietà. Isolati in un luogo poco abitato ma anche protetti da un mondo in cui faticano a trovare un posto, i personaggi del romanzo sono tutti un po’ speciali; la protagonista poi, Janina Duszejko, è una figura indimenticabile. Ingegnere, astrologa, innamorata degli animali , infaticabile compilatrice di denunce inascoltate e cestinate con fastidio, Janina, grazie al suo volume di Effemeridi, conosce il giorno della sua morte. Figura solitaria, come tutti i veri pensatori, Janina formula teorie raffinate e involontariamente ironiche sugli esseri umani e ridefinisce tutti i pochi abitanti dell’altopiano inventando per loro soprannomi che ne colgono l’anima. “Guida il tuo Carro sulle Ossa dei Morti” è un romanzo drammatico e crudele che però non perde mai, neanche per un momento, dolcezza e levità; l’incanto di questa sintesi è straordinario e forse, chissà, rivela qualcosa del cuore della Polonia.

Di altre cose ho oggi un’impressione diversa. Per esempio, non molto tempo fa, spulciando in rete dopo la lettura di questo libro, ho trovato una fotografia di Jaruzelsky senza occhiali: ho scoperto che quando aveva sedici anni lui e la sua famiglia furono deportati dai russi e costretti ai lavori forzati nelle miniere di carbone dove, giovanissimo, riportò danni permanenti agli occhi. Non nascondeva una crudeltà particolare, né il potere di incenerire con lo sguardo: era solo un burocrate dall’aria triste e anche lui, come si dice, aveva passato passato le sue.

Su di una cosa però non mi ero sbagliata: in Polonia fa davvero un freddo cane.

Olga-Tokarczuk