Per non dimenticare (a ciascuno la sua memoria)

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Non mi sono mai fidata delle ideologie, nemmeno della retorica, anche se vi cado spesso. Per evitare questi pericoli, ripeto l’ideologia e la retorica, mi presterò a elencare sfilze di dati, innocui dati, in modo che nessuno, come ogni anno, possa accusarmi di “sconvenienza”.

Alcuni dati sono volutamente vecchi di qualche anno, perché ciò che mi preme (e che galvanizza anche tutti voi oggi) è il senso della MEMORIA, e non vogliono essere esaustivi, perché volendo, troppo ci sarebbe da ricordare.

Eventuali opinioni personali sono in rosso, come quella che segue, cioè che se questa storia inizia con un paese che può fare 21.000 morti in Sei giorni, pensate cosa può aver fatto in quasi 50 anni di guerra.

Dal Rapporto Amnesty 2005:

– Negli ultimi anni più di 3800 palestinesi (tra cui oltre 600 bambini) sono stati uccisi dai soldati israeliani nel corso di operazioni militari e come “danni collaterali” di esecuzioni mirate. Oltre 100 israeliani (tra cui più di 100 bambini) sono stati uccisi dai gruppi armati palestinesi, nel corso di sanguinosi attacchi suicidi e altri attentati.

– Sin dalla seconda intifada (2001) il conflitto si è completamente militarizzato e questa militarizzazione ha determinato un drammatico deterioramento della situazione dei diritti umani in Cisgiordania e a Gaza, dove il ritiro degli israeliani nel 2005 lascia un’eredità di distruzione che ipoteca fortemente il futuro della regione.

– Le distruzioni su larga scala di case, terreni e proprietà palestinesi, da parte dell’esercito israeliano hanno lasciato decine di migliaia di persone indigenti e senza casa. L’imposizione dei coprifuoco e dei blocchi stradali impedisce il movimento di tre milioni e mezzo di palestinesi e restringe il loro accesso al lavoro, all’educazione, all’assistenza sanitaria e ad altri servizi di cruciale importanza. La continua espansione degli insediamenti israeliani e delle infrastrutture ad essi collegate in Cisgiordania priva la popolazione di risorse chiave quali la terra e l’acqua.

– Le limitazioni di movimento, il rifiuto o il divieto di passaggio ai posti di blocco e i coprifuoco causano complicazioni a catena alle donne che hanno bisogno di cure mediche, con esiti in diversi casi mortali. Decine di donne sono state costrette a partorire ai posti di blocco o in strada, perdendo in diversi casi i loro neonati a causa del divieto di passaggio imposto dai militari israeliani.

– La liberà di movimento è stata impedita con diverse misure fin dal 1967, anno dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e Gaza, ma negli ultimi anni le misure si sono ristrette e tre milioni e mezzo di persone vengono private dei diritti fondamentali.

– Israele nega sistematicamente di avere l’obbligo di applicare in Cisgiordania i trattati delle Nazioni Unite in materia di diritti umani e ha ripetutamente smentito l’applicabilità della Quarta Convenzione di Ginevra, relativa ai conflitti armati non internazionali.

– Le città e i villaggi della Cisgiordania sono intrappolati in un “cordone” fatto di posti di blocco e divieti d’accesso; per superarli, la popolazione palestinese ha bisogno di permessi speciali che devono essere concessi dall’esercito israeliano e che molto spesso vengono arbitrariamente negati.

– Per far rispettare le chiusure e i coprifuoco, spesso i militari israeliani sparano colpi a casaccio, lanciano gas lacrimogeni oppure granate stordenti, picchiano e trattengono persone, sequestrano veicoli o documenti di identità.

– La costruzione di un muro (barriera di sicurezza nella definizione israeliana) di oltre 600 km avviata nel 2002, penetrando profondamente in Cisgiordania, ha pregiudicato ulteriormente la possibilità di movimento della popolazione palestinese. Sebbene le autorità israeliane affermino che la finalità della barriera di sicurezza è di impedire a potenziali attentatori palestinesi di entrare in Israele dalla Cisgiordania, l’80% del muro è costruita all’interno dei territori palestinesi, e non tra questi e Israele isolando famiglie e comunità le une dalle altre, i contadini dalle proprie terre e i cittadini dai posti di lavoro. Israele ha proseguito la costruzione del muro in spregio a un’opinione consultiva espressa dalla corte internazionale di giustizia del luglio 2004. 150 persone già l’anno successivo sono state sfrattate dalle loro case demolite per la costruzione del muro. 

– Per questo motivo, come decretato dalla Banca Mondiale, più di metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e può fare affidamento solo agli aiuti umanitari.

– A centinaia di migliaia di palestinesi dei Territori Occupati è impedito il diritto al lavoro, per l’impossibilità di raggiungere il luogo, nonostante Israele abbia l’obbligo, sulla base degli articoli 6,7 e 8 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, di garantire il diritto al lavoro in condizioni eque.

– Dal 2000 al 2005 l’esercito israeliano ha distrutto oltre 4000 case, centinaia di edifici pubblici e proprietà private a uso commerciale, nonché vaste aree di terreno coltivabile all’interno dei Territori Occupati. Decine di migliaia di persone sono rimaste senza casa, ridotte in stato di indigenza. Molte delle case distrutte erano proprietà dei rifugiati espulsi da Israele dopo la creazione dello stato ebraico nel 1948. Le demolizioni sono condotte solitamente senza preavviso, spesso di notte. Le autorità militari israeliane giustificano queste operazioni adducendo “necessità militari” o “di sicurezza” o col pretesto dell’assenza di una licenza edilizia; in altri casi si tratta di punizioni collettive nei confronti di famiglie di palestinesi coinvolti, o che si ritiene siano stati coinvolti, in attacchi contro Israele.
Non è raro che le distruzioni provochino danni, anche mortali agli abitanti

il 6 aprile 2002 a Nablus, Nabila al Shu’bi, al settimo mese di gravidanza, i suoi tre figli, suo marito, il padre e due sorelle di quest’ultimo sono morti sotto le macerie della propria casa.

Il 3 marzo 2003, in un campo profughi della Striscia di Gaza, Noha Maqadmeh, madre di dieci figli è rimasta schiacciata nel crollo della propria abitazione mentre l’esercito israeliano faceva saltare in aria quella vicina.

La legge sulla cittadinanza del 31 luglio 2003 proibisce l’unione familiare degli uomini israeliani sposati con donne palestinesi di età inferiore a 26 anni e delle donne israeliane sposate con uomini palestinesi di età inferiore a 36 anni. Anche nei casi in cui i limiti di età siano rispettati, l’unione familiare può essere rifiutata se le autorità israeliane ravvedono in uno o entrambi i congiunti un “rischio per la sicurezza”. Ne hanno fatto e ne faranno le spese migliaia di coppie, cui verrà negato il diritto a una normale vita familiare. Le donne palestinesi che risiedono con i propri mariti in territorio israeliano o a Gerusalemme e che non avranno il diritto all’unione della famiglia si troveranno così a vivere barricate in casa, nel timore di essere arrestate ed espulse quindi separate dai propri congiunti e dai figli.

LA LEGGE, IN PRATICA, ISTITUZIONALIZZA UNA FORMA DI DISCRIMINAZIONE RAZZIALE BASATA SULL’ETNIA. (cosa vi ricorda, a proposito di memoria?)

Legge discriminatoria e di natura demografica:

Sharon ha dichiarato il 4 aprile 2005: “non c’è bisogno di nascondersi dietro gli argomenti della sicurezza. Ne abbiamo bisogno per l’esistenza di uno stato ebraico”.

Netanyahu ha commentato: “invece di rendere le cose più facili per i palestinesi che vogliono prendere la cittadinanza israeliana, dobbiamo rendere la procedura molto più difficile, per garantire la sicurezza di Israele e una maggioranza ebraica nel paese”.

– La legge sulla responsabilità civile dello stato prevede che i 3.500.000 palestinesi dei Territori Occupati siano considerati “residenti di una zona di conflitto” e che non abbiano diritto a chiedere risarcimento per decesso, ferita o danno alla proprietà causati dalle forze israeliane.

– Sono frequenti le ordinanze di detenzione amministrativa, nei confronti di chiunque sia ritenuto costituire, sulla base di prove che non vengono rese note, una “minaccia per la sicurezza”  e vengono rinnovate di sei mesi in sei mesi fino a raggiungere, in alcuni casi, la durata di tre anni.

– Negli ultimi anni si son verificate decine di casi in cui i soldati israeliani avevano usato palestinesi, anche bambini come “scudi umani”. I civili palestinesi venivano obbligati a camminare davanti ai militari che a volte, riparandosi dietro gli scudi umani, sparavano contro chi avevano di fronte. Gli scudi umani erano costretti ad entrare per primi nelle case da sottoporre a perquisizione, in cui soldati israeliani ritenevano si nascondessero uomini armati o vi fossero esplosivi; nonostante l’Alta Corte di Israele abbia proibito questa pratica barbara, fino al 2005 questa ha continuato ad esistere e ad essere giustificata affermando che i palestinesi venivano impiegati solo in compiti da essi stessi accettati o ritenuti sicuri. Con una certa fantasia la pratica è stata chiamata “procedura di vicinato” e in seguito “procedura pre-allarme”. Le organizzazioni per i diritti umani avevano replicato che sarebbe stato difficile per un palestinese poter dare il proprio consenso informato a un impiego del genere anche perché un eventuale rifiuto avrebbe potuto dar luogo a punizioni e rappresaglie.

– Il 22 agosto 2005 Israele ha ufficialmente completato il ritiro da Gaza. Mentre 8000 coloni israeliani hanno avuto l’uso esclusivo di un terzo di Gaza, un milione e mezzo di palestinesi è stato confinato in una delle zone più densamente popolate del pianeta, un isolamento che è terminato solo il 25 novembre 2005 con l’apertura della frontiera con l’Egitto.

– Dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, l’operazione “Piombo fuso” condotta da Israele contro Hamas per rivendicare il lancio dei razzi Qassam del 2001, anzi (cito da Wikipedia) “colpire duramente l’amministrazione di Hamas al fine di generare una situazione di migliore sicurezza intorno alla Striscia di Gaza nel tempo, attraverso un rafforzamento della calma e una diminuzione dei lanci dei razzi, nella misura del possibile”, ha provocato un totale di 1500 morti, molti dei quali bambini e circa 5000 feriti. L’attacco, condotto fino al cessate il fuoco dell’Onu, iniziato con bombardamenti aerei, era proseguito via terra fino a colpire una scuola una scuola ONU adibita a rifugio.
L’esercito israeliano ha aperto una pagina sul sito internet di condivisione di video Youtube rendendo di pubblico dominio alcune fasi del suo intervento nella Striscia di Gaza. I bombardamenti israeliani sono preceduti da lancio di volantini o da chiamate in arabo sulla linea telefonica, ufficialmente per garantire alla popolazione civile un margine di tempo per mettersi in salvo. Secondo alcune fonti in risposta i palestinesi spesso affollerebbero i tetti degli edifici bersagliati, nella speranza di non farli bombardare.L’ONU ha rilevato che in alcuni casi l’attacco avviene tuttavia solo dopo alcuni minuti dall’avvisoData l’alta densità abitativa della Striscia di Gaza il lancio di volantini rendeva spesso impossibile determinare quale fosse il bersaglio. Sia Amnesty sia le Nazioni Unite hanno sostenuto che nelle aree densamente popolate della Striscia di Gaza di fatto non esistono “aree sicure” in cui i civili possano rifugiarsi dopo aver ricevuto l’avvertimento.

L’operazione è rimasta nota anche per lo spietato utilizzo del fosforo bianco di cui tutti (SOLO ORA CHE VIENE UTILIZZATO DA ASSAD) conosciamo la pericolosità.

Dal Rapporto Amnesty 2013:

– Israele ha mantenuto il blocco militare su Gaza, in vigore dal 2007, controllandone il territorio, le acque territoriali e gli spazi aerei. Il blocco ha continuato ad avere gravi ripercussioni sulla vita della popolazione civile di Gaza, compresi bambini, persone anziane e malati; rispetto agli anni precedenti, tuttavia, un numero crescente di persone ha potuto attraversare il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto. Circa 20 palestinesi sono rimasti uccisi mentre percorrevano i tunnel utilizzati per far passare le merci tra l’Egitto e Gaza. In Cisgiordania, Israele ha mantenuto le ampie restrizioni imposte al movimento dei palestinesi e ha proseguito lo sviluppo e l’estensione degli insediamenti israeliani, costruiti su terreni palestinesi in violazione del diritto internazionale.

– Durante l’intero anno e negli otto giorni della campagna militare di novembre, le forze israeliane hanno lanciato periodici attacchi aerei e d’artiglieria sulla Striscia di Gaza, uccidendo molti civili e distruggendo abitazioni e altre proprietà di civili. I gruppi armati palestinesi hanno periodicamente sparato razzi in maniera indiscriminata da Gaza contro Israele, lanciandone più di 1500 durante il conflitto di novembre

– La commissione indipendente per i diritti umani, un organismo di monitoraggio istituito dalla Pa, ha affermato che durante l’anno le denunce di arresti arbitrari erano state più di 685 in Cisgiordania e oltre 470 a Gaza. I detenuti sono stati torturati o altrimenti maltrattati nell’impunità, in particolare dal dipartimento di polizia per le indagini penali e dalla sicurezza preventiva, in Cisgiordania, e dalla polizia e dalla sicurezza interna, a Gaza. L’Ichr ha riferito di aver ricevuto 142 denunce di tortura o altri maltrattamenti in Cisgiordania e 129 a Gaza. I metodi impiegati comprendevano percosse, sospensione per i polsi o per le caviglie ed essere costretti a rimanere in piedi o seduti in posizioni dolorose per periodi prolungati. Sia la Pa che Hamas hanno mantenuto rigide restrizioni imposte alle libertà d’espressione, associazione e riunione, sottoponendo a vessazioni e procedimenti penali giornalisti, blogger e altre voci critiche. Sia in Cisgiordania che a Gaza, le forze di sicurezza hanno fatto uso eccessivo della forza contro i manifestanti, decine dei quali sono stati arbitrariamente arrestati e detenuti.