[scrive per noi] unarosaverde – 2040 – non abbiate paura

allnetHo compiuto 78 anni quasi due anni fa. Il giorno del mio compleanno ho avuto il permesso di andare in pensione. Era un proforma, ma ero agitato lo stesso. “Beato te!”, mi hanno detto i colleghi che mi hanno festeggiato. Ho immaginato che tutti avessero preso una dose doppia di Duralgan, quella mattina, perché mi sembravano particolarmente vivaci. Mi sono commosso. Non è facile, dopo i 65 anni, affrontare una giornata di dieci ore in ufficio o in reparto senza pillola. Le passa il Centro, però, venti al mese prima dei settant’anni, trenta dopo. Ognuno si regola: non tutti i giorni si sta allo stesso modo.  “Bravo, tante grazie e questo è per te”, mi hanno detto quelli delle Risorse Umane.  Mi hanno messo in mano un oggetto di forma rettangolare, leggero come un foglio di carta, quella che si usava fino a quindici anni fa, per capirci, e che adesso si trova nei negozi di antiquariato, tutta gialla e ammuffita. L’oggetto era poco più largo del palmo della mia mano, pieghevole. Sapevo che era un allnet anche se non ne avevo mai visto uno così sottile da vicino. Appena sono rimasto da solo, nel bilocale del Centro Assistito in cui mi hanno trasferito per il mio sessantesimo compleanno, l’ho sfiorato con il palmo per accenderlo. Avremmo passato molto tempo insieme: ero curioso di conoscerlo. La voce roca e gentile di un uomo più giovane di me, ma non così tanto da sembrare sfacciatamente giovane, se capite cosa intendo, ha iniziato a parlarmi da un video. Aveva un bel viso, regolare, con i tratti somatici di un sudamericano. Dovevano aver controllato sulle schede i miei gusti. Mi ha raccontato tutto: cosa avremmo fatto insieme, come si sarebbe preso cura di me, dove saremmo andati. Avrebbe soddisfatto i miei desideri, come da mia richiesta. La mia nuova vita è iniziata il giorno successivo. Sono venuti due uomini a traslocare le mie cose in un monolocale, a pianterreno. Lo spazio è sempre poco e bisogna usarlo al meglio. Avrei condiviso la casa con un altro inquilino, anche lui da poco in pensione, anche lui desideroso di visitare il mondo: non ci siamo ancora incontrati. Quando è in viaggio uno, nell’alloggio vive l’altro. Ogni giorno l’uomo dell’allnet – Sam, l’ho chiamato Sam – mi ha aiutato a controllare come sto. Glicemia, pressione, saturazione…all’allnet si agganciano piccoli sensori, oggetti che stanno in una scatolina di poco ingombro e che porto sempre con me. Sam mi dosa le medicine, invia i referti al sintetizzatore di farmaci. Nelle prime settimane siamo andati a passeggiare in centro, per abituarmi alla mia nuova vita. Sam mi ha accompagnato nei musei, mi ha spiegato per filo e per segno cosa stavo vedendo. I quadri, soprattutto. A me e a Sam piacciono i quadri. Facevamo un pranzo leggero, in qualche chioschetto di cibo biofilizzato. A volte, non troppo spesso, mi lasciava ordinare cibo vero in una trattoria tradizionale. Poi siamo partiti: le inservienti del piano terreno mi hanno aiutato a preparare una sacca leggera, con qualche cambio, adatto a climi caldi e freddi. I tessuti moderni occupano poco posto, si lavano in un attimo, non hanno bisogno di essere stirati. Ho preso il vecchio cappello di mio padre, però: non giro senza. Me lo aveva promesso, quando ero piccolo, che, insieme, avremmo visto il mondo. Non lo abbiamo mai potuto fare però: dovevo lavorare. Almeno il suo cappello è venuto con me. Ce l’ho tra le dita anche in questo momento, tutto sfilacciato. Non lo abbandono. Sam mi ha portato in giro per molti mesi: prima in questa Confederazione, poi dall’altra parte dell’Oceano. Nell’allnet c’era tutto: i biglietti, le istruzioni di viaggio, i miei libri, la mia musica, gli itinerari, gli orari. Nell’allnet c’era Sam con la sua voce e i suoi modi garbati a tenermi compagnia. Nella sacca c’erano i miei vestiti: cosa avrei potuto volere di più? E’ stato bello vedere il mondo: partivo in comitiva, oppure da solo, quando Sam mi diceva che stavo bene abbastanza. Ho visitato le grandi città, le pianure, le basi delle montagne, i fiumi, le piramidi, i monumenti antichi. A volte si camminava qualche ora, non troppo velocemente. Altre non scendevo mai dal lungo bus che ci portava a spasso. Ognuno aveva un proprio spazio: un sedile largo che si trasformava in letto, un bagno ogni dieci sedili, un tavolino ogni cinque in cui potevamo giocare a carte e parlare un po’. E le persone che si prendevano cura di noi erano molto gentili e provvedevano a tutte le nostre necessità. Quando viaggiavo da solo, se avevo bisogno di un po’ di sesso, Sam risolveva anche questa necessità e mi trovava il posto giusto controllando sulle mappe dell’allnet. Non eravamo mai molto lontani da un Centro Assistito in cui avrei trovato ogni genere di conforto. Sono stati mesi bellissimi. Non capisco come altri possano avere, dopo la pensione, altri desideri. Perché riposare? Il tempo scorre così velocemente, in pensione, per noi che ci arriviamo, che dovremmo approfittarne il più possibile. Io penso di aver usato bene il mio tempo. Certo, per chi ha ancora qualche persona cara viva, magari le cose stanno in altri termini. Ma per chi è solo, come me, e siamo tanti, cosa altro si potrebbe desiderare di meglio che conoscere il nostro pianeta per quanto possibile? Se il mio Mark fosse ancora vivo, saremmo andati in giro insieme. Sono vent’anni che è morto. A Sam ho raccontato tutto di Mark. E’ stato comprensivo, ha capito quanto lo amavo. Mi ha fatto buona compagnia. A volte, mi sembrava assomigliasse a Mark. Forse è per questo che siamo andati d’accordo. In viaggio ho letto molto, ho ascoltato concerti, ho visto rappresentazioni teatrali, ho mangiato tanti cibi che da tempo volevo assaggiare e anche qualcuno in più. Non sempre sono stato bene, ma, nel complesso, non mi posso lamentare. Quando ero stanco salivo su un autobus dei Centri e recuperavo le energie. Ho visto molto, ho imparato molte cose, ho soddisfatto antichi desideri. Ho lavorato cinquanta anni, dopo l’università. Nei primi tempi tutto funzionava in modo diverso da adesso: eravamo  confusi, non riuscivamo a capire cosa stava succedendo. Poi finalmente le cose si sono chiarite, anche se non tutti erano d’accordo, all’inizio. Adesso il meccanismo funziona  alla perfezione: ci siamo abituati. Ci hanno dimostrato come questa sia la soluzione migliore per tutti. I nostri soldi, dopo i sessant’anni, vanno ai Centri; anche i contributi accumulati negli anni precedenti  e la liquidazione sono andati ai Centri: sono serviti tanti soldi per costruirli. Tutti però adesso abbiamo un tetto sulla testa, l’assistenza medica, cinque pasti al giorno e qualcuno che si preoccupa che stiamo bene. I Centri ci ospitano per 20 anni, diventano la nostra casa. In ogni Confederazione ogni paese ha almeno un Centro; nelle città ce ne sono molti. Non conosco nessuno che non viva in un Centro, dopo i sessant’anni. E’ impossibile per i giovani provvedere a tutti noi: siamo tantissimi, non è giusto che si sacrifichino per noi. Già devono lavorare per mantenerci: nel poco tempo libero che hanno, è meglio che si occupino dei bambini. Devono nascere tanti bambini, perché i Centri possano avere un futuro.  Per 18 anni noi che stiamo al Centro lavoriamo ancora: ci portano e ci vengono a prendere, ogni giorno. In cambio le aziende danno al Centro il nostro stipendio, tranne il quindici per cento. Quello ce lo lasciano. E’ con quello che facciamo avverare i nostri desideri, dopo la pensione, per due anni. Sono orgoglioso di me stesso: ho usato bene la mia vita. Non mi sono ammalato, sono autosufficiente. Sono un po’ stanco, adesso che vi ho raccontato tutto questo. Mi hanno chiesto di raccontarvelo, mi hanno chiesto di raccontare se sono soddisfatto, della mia vita, e cosa mi è successo qui, al Centro. Se mi state leggendo, probabilmente avete meno di cinquanta anni e vi state chiedendo, come ce lo chiedevamo noi, che fine farete, cosa vi succederà, se la vostra vita ha un senso, se mai arriverete alla pensione. State tranquilli: andrà tutto bene. Qui non sarete più soli. Ho bisogno di dormire un po’, adesso. Non mi resta molto tempo, ma sono stato bravo: ho esaudito i desideri che potevo permettermi, con l’aiuto del Centro.

Tra qualche settimana compirò ottanta anni. Verranno a prendermi qualche giorno prima, in questo monolocale al pianterreno. Mi porteranno al Giardino, parleranno con me, mi prepareranno. So come funziona: ce lo hanno spiegato tante volte. Non ho paura. La sera del mio ottantesimo compleanno andrò a dormire. Morirò nella notte, ma non me ne accorgerò. Dicono sia completamente indolore. Sognerò Mark, sognerò mio padre, sognerò mia madre. Ho chiesto che i loro visi mi accompagnino nel mio ultimo sogno. I Centri sono pochi, noi siamo tanti.  Ottanta anni sono una bella età. E’ giusto così. Spero di poter portare Sam con me, quando andrò via da qui. Sarebbe bello parlare ancora un po’ con lui, mentre aspetterò il tramonto.