in generale (l’ordine del discorso)

Questo pensiero mi ronza in testa già da un bel pò, praticamente sin da quando abbiamo iniziato questo progetto con I Discutibili, ma ultimamente ho ricevuto ulteriori conferme di quel che già pensavo.

Pensare in generale, parlare in generale, agire in generale è quasi sempre sbagliato. Generalizzare è sbagliato.

Non dico che il pensiero generale, o generico, sia di per sé sbagliato. Va benissimo quando vuole essere un pezzo di una costruzione teorica. Ma è per lo più erroneo quando vuole avere risvolti o implicazioni pratiche.

Cercherò di spiegare questa mia idea. Magari un esempio concreto potrà essere d’aiuto.
Ultimamente ho discusso molto riguardo il genere di attività politica che si dovrebbe fare, ovvero quale attività sia più utile a stimolare una reazione e partecipazione dei cittadini: quali temi, quali mezzi, quali modi…
La discussione è partita dai temi: io ne avevo indicati alcuni, ma mi è stato ribattuto che oggi alla gente interessano solo poche cose, ben specifiche (ed è assolutamente comprensibile): lavoro, tasse, sprechi dello Stato. Benissimo. Ora si tratta di trasferire questi temi in un discorso, in un’azione che possa produrre un riscontro.
Qui, a mio modo di vedere, casca il celebre asino. Esistono, infatti, due distinti modelli di discorso che potremmo intraprendere: uno è quello “generico”-generalizzante, quello che comunemente “fa di tutta l’erba un fascio”. Nel caso menzionato, questo discorso direbbe “Lo Stato spreca, lo Stato ruba, i dipendenti pubblici sono fannulloni, i dirigenti pubblici sono troppo pagati“. Badate: tutte categorie lontane, vaghe, indistinte, espressione di una moltitudine.
Il secondo modello di discorso è un pò diverso: questo, credo, dovrebbe portare esempi specifici, ben identificati e dire “Nel Comune X l’impiegato Y non lavora” oppure “Nella ASL A il dirigente B spende milioni per i suoi viaggi, fa vincere appalti solo a suo parente C…“.
Comprendete bene la radicale differenza nell’approccio.

Soprattutto su un punto essi si distinguono: per produrre un qualche effetto, mentre il primo modello può rivolgersi ad una platea, ad un auditorio indistinto e vasto; il secondo deve essere necessariamente diretto e focalizzato a destanatari ben individuati (il cittadino di X, il paziente di A etc. etc). Solo così, il secondo modello di discorso può ottere un qualche impatto.
Altrimenti, parlando ad un cittadino di Z dei guai del comune Y, susciterò indifferenza. A contrario, un discorso generico “nei comuni rubano” ha effetto tanto sui cittadini di Y, quanto su quelli di Z.
Logicamente, il discorso specifico richiede uno sforzo di informazione ben maggiore, perché più dettagliato. A contrario, quello generale vale sempre: dice delle ovvietà, perché si troverà sempre un comune nel quale qualcuno non si comporta correttamente. Ma è un discorso vuoto.

Ma che impatto hanno i due diversi tipi di discorso?
Un discorso generale, direi, suscita indignazione, ribrezzo, rabbia. Sentimenti, emozioni: non a caso è il discorso politico tipicamente populista. Anche voglia di cambiare, certo. Ma tutti questi sentimenti e aspirazioni rimangono astratti, lontani. E volatili. Magari mi riprometterò di non votare più il ladro A o B o C… ma se questo mio proposito cade a mesi o anni dalle elezioni? Quante probabilità vi sono che io poi lo mantenga al momento debito? Che si voti di pancia è indubbio, ma la pancia “non ha memoria”.
Diversamente, un discorso specifico potrà più facilmente spingere ad una reazione ben focalizzata, pratica, immediata, diretta: se A ruba, andrò da A a dirgli che è un ladro o lo denuncerò. Probabilmente, vi andrò anche molto presto. O me ne ricorderò quando sarà ora. Perché A è lì, lo vedo in giro, lo incontro, so cosa fa, posso valutarne i risultati.
Un discorso simile lo si faceva con le imposte, col “pago, vedo, voto.

Inoltre, il primo discorso fa appello ad una parte emozionale, irrazionale direi. E, soprattutto, tende a produrre una precisa identificazione fra l’oratore e l’ascoltatore: “noi –dice implicitamente, con intesa accomodante- siamo gente onesta“. E una distinzione verso gli altri: “Noi onesti, non come loro che son ladri“. Un loro che diventa in questo modo, una sorta di capro espiatorio sul quale convogliare tutti i mali.
Questo, se posso permettermi, è il tipico approccio dei Forconi e di Grillo: “La colpa è loro: dei sindacati, dei politici...” di altri, che comunque non siamo noi.

Mi pare proprio nel libro di Zoja che già vi menzionai ho letto che “Dio è nei dettagli“. Niente di più vero.
Non a caso, la responsabilità è personale, mai collettiva (vedasi Hans Jonas).
Perché, e questo vale soprattutto per il diritto, se anche si possono tracciare delle categorie generali (del pensiero o della pratica), occorre dopo essere in grado di sussumere i casi concreti all’interno di queste categorie, ovvero di valutarli individualmente e di discernerli gli uni dagli altri.