brianza velenosa

ggennaGli amministratori leghisti di Como e di Monza hanno attaccato il regista Paolo Virzì per la descrizione che fa della Brianza nel suo ultimo film “Il Capitale Umano”, Brianza descritta come un territorio degradato dal punto di vista territoriale ed umano e abitato da arricchiti privi di cultura che vivono in case pacchiane e pretenziose. I giornali hanno riportato i commenti offesi di imprenditori, Sindaci, Assessori, semplici cittadini che si sono levati in difesa dei valori del “popolo brianzolo”, dell’etica del lavoro e del “rimboccarsi le maniche”, del contributo dato al PIL nazionale con il regolare pagamento delle tasse, dell’impegno dei suoi amministratori nei confronti della cultura. Se si sono tanto accaniti con Virzì, è evidente che né il Presidente della Provincia Monza e Brianza Dario Allevi, di Alleanza Nazionale, né l’Assessore al Turismo e Sport, Andrea Monti (che sul social network si definisce «padano, leghista, rallysta»), per non parlare dell’Assessore alla Cultura del Comune di Como Luigi Cavadini hanno letto “Fine Impero” di Giuseppe Genna – e la cosa, aggiungo, non mi stupisce.

Nell’ultimo romanzo di Genna le poche pagine dedicate alla Brianza valgono i soldi del libro e forse anche di più, perché Genna non descrive la Brianza: la “interpreta”. Non c’è la satira spocchiosa dell’intellettuale nei confronti degli arricchiti né la superiorità del cittadino nei confronti della provincia pretenziosa e priva di gusto. La Brianza di Genna non è provincia: al contrario, nella geografia del mondo globalizzato e multicentrico è un avamposto del futuro, del futuro «del mercantilismo cinese, del mondo arabo in espansione, di tutto l’Occidente sviluppato tranne che la Brianza stessa». Dice Genna: «A Washington D.C. non sanno che la loro fine si sta consumando nei dintorni di Lissone in Brianza”. Sono poche pagine, non hanno il tono della satira bensì di un requiem espresso nella scrittura potente e immaginifica di questo autore che amo tanto.

Eppure… eppure io questo libro non l’ho amato. Troppo mortifero. Non è il pessimismo della visione del nostro tempo che mi ha turbato: la sua analisi è spietata ma vera nel racconta ciò che conosciamo benissimo, dalla devastazione antropologica generata dalla televisione alla mercificazione dei corpi o nel raccontare di potere e denaro come uniche mete. Ciò che non mi ha convinto è piuttosto l’atmosfera da “day after” che pervade tutto il libro, i personaggi ridotti a una popolazione di mutanti incapaci di relazioni, svuotati di passioni. Nella poesia “A coloro che verranno” Bertolt Brecht scrive: «Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso. Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce» . Ecco, è quello che è successo a Genna, il suo viso è stravolto e la sua voce si è fatta roca, e nel leggere il suo libro anziché aderire ho preso le distanze. La sensazione di fine della corsa, la perdita totale di senso e di speranza è qualcosa che istintivamente mi respinge. Lui è di certo più lucido e più coraggioso di me e riesce a guardare l’abisso senza caderci dentro ma io non posso, io vengo dalla Romagna e mi porto dentro un vitalismo qualunquista che, quando la visione dei mali del mondo non lascia scampo, semplicemente volge lo sguardo.

Giuseppe Genna è uno degli scrittori più interessanti che ho letto ultimamente e mi dispiace parlarne per la prima volta senza rendere completamente giustizia alle sue capacità ma l’occasione di “stare sul pezzo” di una polemica in corso mi ha traviato. Rimedierò a breve.