Un anno di Livore

A conti fatti, il termine più rappresentativo del 2013 è sicuramente Spotify. Analizzandone il traffico, è possibile fare un bilancio di quanto ci ha lasciato in termini musicali l’anno appena archiviato.
Una bellissima infografica, per gli appassionati di statistica, ci fornisce un colpo d’occhio efficace. E la prima reazione è da mani nei capelli.
(Un riassunto esaustivo lo si trova su Il Post, da cui ho preso in prestito le immagini di seguito)

Mi rendo però conto di conoscere in realtà una sola delle cinque canzoni più ascoltate in Italia.

Tracks Italia

E uno solo dei primi cinque album (anche se sul best of Jovanotti un’idea penso di averla).

Albums Italia

E uno dei cinque artisti più ascoltati (cioè anche P!nk la conosco, ma davvero ha pubblicato un disco lo scorso anno?).

Artists Italia

E dato che di quegli uni ho già parlato male praticamente ovunque, mi faccio coraggio e per completezza e cultura personale mi ascolto la playlist dei singoli.

Al numero uno “Get lucky” dei Daft Punk. Non spenderò una parola in più per descrivere questa operazione di riesumazione di musica-cadavere. Preferisco mille volte The Strokes che imitano i Daft Punk.

Confesso di aver frequentato anche per locali con musica pessima. Ma questa “Can’t hold us” di Macklemore & Ryan Lewis mica ricordo di averla mai sentita io. Sonorità da eurodance fine anni 90, come dire che Prezioso stava quindici anni avanti, e uno che ci fa sopra dello pseudorap che ci fa rimpiangere Shaggy. Le canzoni più brutte di Shaggy, per la precisione.

Sempre questi due, manco fossero Antonio e Marcello, con un’altro brano che speravo non fosse mai pervenuto ai miei padiglioni auricolari, “Thrift shop”. Ed invece l’originalità mi aveva colpito, forse quando al mare sono finito in una discoteca sulla spiaggia piena di ragazzini. Qui rimpiango 50 Cent, che di robaccia non ne ha di certo lesinata. O che questi hanno un sacco di parenti stile famiglia di Settimo Cielo, oppure ci devono essere un mare di idioti in giro.

Avicii di nome l’ho sentito, mi ricorda Haiducii (mai avrei pensato di rimpiangere Haiducii). “Wake me up” è il titolo del brano. E anche questo non mi è nuovo, suona così accattivante nei suoi richiami all’indie folk inframmezzatti da melodie “sulemani” che ti viene voglia di fischiettare. Fischiettare bestemmie, per la precisione. Vestendo per un istante i panni della persona obiettiva, la canzone ha tutti i connotati per risultare uno schifosissimo brano di successo. Potrei azzardarmi ad affermare che “ci sta”.

Le uniche speranze le ho riposte in P!nk. “Just give me a reason”, chissà quanti amori si sono disintegrati sulle note di questa canzone. Ballata piano-pop che più pop non si può. Essendo un soggetto comprovatamente insensibile, non ho avuto modo di incappare in questa perla dei primi anni ’90. Ah, non è una cover? È davvero iniziata l’infelice decrescita culturale?

Dei primi cento brani ne salvo cinque. A Gianni Morandi era andata peggio, dai. Certo che se questi sono i singoli, non oso immaginare il livello di schifezza dei dischi interi. No, non voglio terminare le mie vacanze al pronto soccorso in coda per una lavanda gastrica, esprimo la mia opinione infarcita di preconcetti. Ma se qualche malaugurato lettore volesse spezzare una lancia a favore delle pregevoli opere sopraelencate, non esiterò a mettermi in discussione.