pirateria – ovvero: la proprietà intellettuale è un furto – ammennicolidipensiero

In questo preciso istante, attorno a te, nel tuo quartiere, nella tua città e in ogni angolo del pianeta, milioni di fuorilegge cospirano nell’ombra per unirsi alla più grande banda di pirati della storia dell’umanità: sono i pirati di musica, video e software, che condividono in rete miliardi di file, in ogni secondo di ogni giorno di ogni mese dell’anno, e trasformano internet nel più grande strumento di condivisione della conoscenza che l’uomo abbia mai avuto a disposizione. Questo grande laboratorio culturale non dorme mai, e quando i pirati di New York chiudono gli occhi davanti allo schermo a notte fonda, quelli di Tokyo sono gia pronti a sostituirli davanti al sole del nuovo giorno.” (dalla prefazione al testo: “Elogio della pirateria“, di Carlo Gubitosa).

Io non so da che parte voi lettori stiate: personalmente, la mia posizione è leggermente più oltranzista di quella, relativamente neutra, del mio discutibile compagno intesomale, che in questo post ha preziosamente – e, per altro, condivisibilmente – delineato un quadro di inevitabilità della divulgazione clandestina di contenuti, specchio della mole di produzione che caratterizza il nostro tempo: non solo la pirateria è inevitabile, ma dal mio punto di vista è preziosa, dovrebbe essere auspicabile e possibilmente incentivata.
Se il fatto che la proprietà sia un furto può essere opinabile (e probabilmente non ha superato le prove della storia), senza mezzi termini la mia posizione è: “la proprietà intellettuale è un furto” e, aggiungo, un danno per la crescita della specie. Non approfondisco il discorso per quanto riguarda la divulgazione di contenuti artistici (musica, video, letteratura), già affrontato ampiamente e con grande incisività da Carlo Gubitosa nel libro di cui ho riportato in apice a questo post parte della prefazione e a cui rimando (potete scaricarlo da qui), mi concentro brevemente su ciò che conosco meglio: l’ambito scientifico.
Ogni anno, di questi tempi, vengono pubblicati più di un milione di articoli di letteratura biomedica indicizzati sulla più grande biblioteca digitale pubblica, PubMed (afferente alla National Library of Medicine, del National Institutes of Health, NIH, statunitense). Ad oggi, PubMed vanta l’indicizzazione di circa 23 milioni di articoli. Nel 2011 e nel 2012, per fare un esempio, meno del 25% degli articoli è stato pubblicato a contenuto libero, accessibile da chiunque e quindi disponibile gratuitamente. La gran parte di questo 25% scarso è rappresentato da riviste considerate “minori” o da circuiti, tipo quello della Public Library of Science (PLoS) o di BioMed Central, che hanno fatto dell’open access una scelta editoriale. Porto come esempio la scelta di PLoS o di BioMed Central per un motivo ben preciso: gli editori attuano una politica compensatoria sui costi di pubblicazione, che trasferisce l’onere in minima parte sugli autori e in parte sui fondi dell’NIH anziché sui fruitori dei contenuti: le riviste, in sostanza, rilasciano le pubblicazioni sotto licenza Creative Commons e non ne detengono i diritti editoriali. La prima e più ovvia conseguenza è l’accesso immediato ai contenuti delle ricerche senza barriere di ordine economico, un’incomparabile facilità di controllo collettivo sui contenuti, una minor dipendenza dai finanziamenti da parte delle multinazionali del farmaco (inutile dire che l’argomento sia strettamente correlato a quello della peer review, di cui si parlava qui). Ora, personalmente credo che la ricerca debba più a quei tre folli ideatori di questo modello, al secolo Harold Varmus, Patrick Brown e Michael Eisen, che a tante singole scoperte – apparentemente rivoluzionarie ma legate a una sovrastruttura economica che premia chi ha possibilità economiche e penalizza chi non, i primi saldamente ancorati ad un modello che privilegia la tutela del diritto proprietario. Questo vale per i brevetti (di cui parlai ampiamente in questo ed in questo post) così come per quelle (almeno) sette-ottocentomila pubblicazioni annue non accessibili pubblicamente: della serie, la cultura scientifica è per ricchi. Senza cadere in eccessivi moralismi, vi potete immaginare quanto beneficio ricadrebbe sulla ricerca biomedica se l’accesso a quei contenuti fosse libero?
L’obiezione più frequente a questo tipo di logica è: come farebbero a sopravvivere le riviste? La risposta più semplice, altrettanto ovvia, è: come PLoS, ridisegnando la logica dei finanziamenti pubblici. Di una semplicità disarmante.

Ricercatori d’ogni dove, sappiate pertanto che questo mio post è ufficialmente un invito all’acquisizione e divulgazione senza barriere protezionistiche di qualsiasi contenuto scientifico passi per le vostre mani. Credo sia una generalizzazione sufficiente a espormi a innumerevoli critiche d’ogni ordine e grado; per cui, per circoscrivere la questione e in debito con il pragmatismo che trasforma mere teorie in concretezza, aggiungo un piccolo suggerimento semplice e concreto: iscriversi a circuiti quali ad esempio ResearchGate (per dirla in parole povere: un misto tra Linkedin e Facebook del mondo della ricerca, ottimo per la condivisone di discussioni e contenuti, attualmente molto in crescita) e caricare all’interno del profilo le proprie pubblicazioni, rendendole pubblicamente disponibili. Certo, questo tipo di scelta apre una riflessione imprescindibile, un aspetto di cui si deve essere assolutamente consapevoli: la relazione che lega pirateria e (la scelta di non) anonimato. Lancio una provocazione, ovvero che i cambiamenti più grandi arrivino dalle azioni compiute palesemente, ancorché su una base – teorica – di illegalità (stante l’ordinamento giuridico vigente), e sulla scorta di questa provocazione azzardo un paragone: l’obiezione di coscienza al servizio militare perse lo status di reato anche  grazie alle azioni pubbliche di chi scelse, anziché di fuggire clandestinamente, di rendere collettiva la propria opposizione al sistema operante. Nell’ottica di un possibile cambiamento, nella prospettiva di svincolarsi dalla logica del diritto proprietario, azzardo l’ipotesi che pirateria non significhi, necessariamente, anonimato.

Piccola riflessione conclusiva. I Radiohead, nel 2007, registrarono quel capolavoro di In Rainbows, disponibile per il download gratuito digitale per diverso tempo. La loro fama è cresciuta e non hanno certo patito mancanza di introiti: semplicemente, hanno scelto di investire in un plus-valore culturale, nei concerti o mediante la vendita di album impreziositi in estetica per i cultori del supporto vinilico o affine. Il discutibile compagno Max ha raccontato in questo post una storia analoga. Guardare al futuro significa, forse, concepire un nuovo modo di divulgazione della cultura.

inrainbous