Maestri

Ai miei maestri. Di mio padre non scrivo, ne ho già scritto molto, e poi mi sento l’alito di Recalcati sul collo, e puzza di discorsi già sentiti.

Scrivo prima di tutto di Anna. Non mi ha insegnato molto, ma mi ha sfidato a scrivere un tema in endecasillabi, e poi lo ha fatto a pezzi. Avevo quattordici anni. Ho scoperto che per imparare a correre bisogna correre.

Poi scrivo di Mara. Mara con la sua famiglia deragliata, gli occhi azzurri. Sedici anni, ultima fila di prima liceo classico. Lei: “Finitela di far salotto là dietro.” Io: “cos’è ‘Farsalotto’, un epillio?” Lei ride e mi butta fuori dalla classe. Mi insegna che la ribellione, quella creativa ma anche quella stupida, è un valore, ma bisogna accettare i muri di gomma che ti arrivano in faccia, stare al gioco. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. E contraddittoria. Cara Mara, mi dispiace per tutto quello che ti è capitato, e mi dispiace che negli ultimi dieci anni ci siamo visti due volte. Grazie di avermi insegnato a leggere i lirici in metrica, grazie di avermi spiegato che tutto è sempre molto, molto complicato.

Scrivo di Piero. Bello e furbo, pigro e capace, col suo pancione affascinante di italianista, di schivate che nemmeno Neo di Matrix. Non so bene cosa mi abbia insegnato, forse quasi tutto dell’arte di evitare i colpi quando sai che non puoi pararli. E anche a saper riconoscere il momento in cui mettersi gli occhiali, accendere una piccola luce notturna e incominciare a fare sul serio, mentre nessuno guarda.

Scrivo di E., piccola bionda severa e larga di voti. Libera, credo, da una famiglia ingombrante, sola con la sua bicicletta, il suo uomo con cui non era sposata, il suo modo di essere distante eppure capace di affondi profondissimi nella vita degli altri. Vedeva l’anoressia delle ragazze prima che incominciassero a dimagrire. Mi ha insegnato cos’è il senso di colpa nelle nostre vite occidentali, e il suo legame col dubbio critico, quel giorno in cui ci disse: “Ragazzi, io sono nata nel 1947, ma se uno viene a dirmi che l’Olocausto è stato colpa mia, beh, a me servono quantomeno due minuti per pensarci, prima di stabilire che non è vero”.

Scrivo di Mariarosa, che non mi sopportava, mi dava del coglione in classe, e tutto sommato quando è andata giù di nervi e ha chiesto il trasferimento mi ha fatto capire che c’è un luogo per ogni cosa, ma anche che ci sono cose che capitano in ogni luogo, e stigrancazzi.

Scrivo di Graziano, che mi ha insegnato che se fumi corri di meno, e anche che se vuoi bene a qualcuno a volte devi prenderlo a calci nel culo. E anche di Gianluca, che mi ha fatto capire che se le cose ti vengono male e ti piacciono, puoi farle lo stesso. Se ti vengono male e basta, sei libero di lasciar stare.

Scrivo di Dino, e ancora non riesco a credere che il treno da Salerno gli abbia infilato un infarto in bocca cinque anni fa. Dino mi ha insegnato a rigirare le cose e guardarci sotto, e poi a pensare che sotto e sopra è solo questione di come trovi quel che trovi, e niente di più. Mi ha insegnato che i grandi nomi sono l’esito della selezione casuale di suoni che rimbalzano, che non bisogna mai fidarsi del talento, e che allo stesso tempo occorre criticare ogni cosa, ma non smettere di fare del proprio meglio. Mi ha insegnato anche che uno può confondere per tutta la vita gli alfabeti rossi e quelli azzurri ed essere comunque un grande grecista. E allo stesso tempo non esserlo affatto. A Dino ho dedicato un libro, e credo che ne sarebbe felice, non perché il libro sia un granché, ma perché alla fine gli avrebbe fatto piacere usarlo come sottobicchiere. E sarebbe un onore, se lo facesse, se fosse ancora qui a parlare nell’altoparlante in manifestazione, insieme agli studenti, col suo soprabito nero col colletto alzato come lo alzo anch’io, per assomigliargli.

Scrivo di Unfr, visto che dice che il suo è il nome più antico del mondo lo chiamo così e non con la versione che ha sulla patente, che ancora rinnova a 83 anni. Mi ha insegnato il casino che partorisce idee, l’incoerenza, la distrazione, mi ha insegnato a imparare le lingue assurde su cui finora ho lavorato prendendo quel che serve del rigore dei tedeschi e restituendo tutto il resto senza rabbia, o fastidio, ma con la serenità del chissenefrega. Mi ha insegnato che ehi, se hai scritto una cazzata, pace, l’importante è che ogni dieci tu ci metta dentro qualcosa di geniale. Non credo di esserne all’altezza, ma, provare per provare, uno ci prova nel modo più bello tra quelli che ha avuto la fortuna e l’onore di conoscere. È stato mio professore al dottorato anche se era in pensione, e pensare di essere stato l’ultimo dei suoi allievi mi riempie di un orgoglio poco in linea con il cinismo di cui sono abituato a fare mostra.

Scrivo della maestra che ho adesso, e se ci mettessi il nome potrei pure firmare questo post con il mio, tanto sarebbero evidenti il mio pedigree e la mia storia di formazione a chi non è del tutto estraneo al mio ambiente. Lei è stata la prima maestra che ho avuto per davvero in età adulta, e quindi non un’insegnante di fronte a un ragazzo, ma una persona di fronte a una persona più giovane. Mi ha insegnato i trucchi del mestiere. Tutti. Mi ha insegnato a spedire un mio lavoro a una rivista, a preparare le slide, e tante cose simili. Ma anche a incazzarmi coi sistemi di cui in un modo o nell’altro, e per il tempo che sarà, ho fatto e faccio parte. E a esagerare col caffè. E la storia delle scritture italiche, la storia della definizione grammaticale di una piccola lingua germanica molto fredda, la struttura del mutamento linguistico, la teoria dell’interferenza, l’origine di un certo sistema verbale su cui si litiga da qualche decennio. Oh, e anche a fare le cose quando ti sembra di non averne la forza, quando sei stanco, quando sei scoglionato su una dozzina di fronti.

Mi chiedo se mi piacerebbe fare una domanda a uno di loro, ora, e che domanda sarebbe. A Mara chiederei che sapore ha sapere che quel che si rimpiange lo si rimpiange del rimpianto dei giusti, a E. chiederei se era felice in quegli anni, dietro alla sua faccia sempre rigirata al mondo. A Piero chiederei come si combatte la noia delle identità pesanti e sempre uguali. A Unfr chiederei se ha paura della sua vecchiaia. A Dino chiederei se e fino a che età valga la pena mettersi addosso la fedeltà a se stessi, e mangiare l’aria fuori dal finestrino.