di cosa ha bisogno una rivoluzione

Ogni giorno succedono tante cose che catturano la nostra attenzione, ci commuovono, ci indignano, a volte “rubano” tempo e soprattutto distraggono. Insomma, solo con molto ritardo ho saputo che il 17 di novembre, all’età di novantaquattro anni, è morta Doris Lessing.
Nel 2007 aveva vinto il Nobel per la letteratura. La motivazione del premio la definiva una «cantrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa». Era considerata una scrittrice “femminista”, nonostante lei stessa abbia negato di riconoscersi in questa definizione e nonostante dal femminismo abbia più volte preso le distanze. Tutti i giornali in questi giorni hanno sottolineato le sue critiche al Movimento delle Donne; eppure, questo non cambia la sostanza di quello che Doris Lessing ha rappresentato per noi, che di quel Movimento abbiamo fatto parte.

Il movimento femminista in Italia, quello esploso a metà degli anni settanta, voleva fare la rivoluzione e, come tutte le rivoluzioni, reclamava anche una nuova cultura, uomini nuovi e nuove donne. Quello che aveva di diverso, la nostra rivoluzione, è che non si combatteva solo nelle strade ma anche dentro le nostre case, nel cuore dei nostri rapporti più significativi e perfino, e forse soprattutto, all’interno di noi stesse. Avevamo bisogno di fondare un sapere nostro su di noi, ci sembrava che tutta la cultura fino a quel momento avesse solo sancito la nostra esclusione e la nostra inferiorità. Come tutte le rivoluzioni volevamo fare piazza pulita, volevamo un tempo zero; non è forse per questo che gli insorti della Comune di Parigi, come primo gesto simbolico, spararono sugli orologi mandandoli in pezzi?
E se ogni Rivoluzione ha avuto bisogno di un “grande timoniere”, un leader maximo, un padre, noi avevamo un disperato bisogno di madri, quelle che ci avevano partorito di certo non ci bastavano, avevamo bisogno di madri nelle quali riconoscerci. Avevamo bisogno di una nostra poesia, avevamo bisogno di una letteratura, avevamo bisogno di libri che parlassero di noi, di personaggi in cui poterci identificare, che raccontassero le nostre storie e ci aiutassero a rifondare il nostro immaginario.

Siamo andate a cercare le nostre madri e le abbiamo, noi, adottate.
Doris Lessing è stata una delle nostre madri: le protagoniste dei suoi libri erano come noi, capivano il nostro bisogno di cambiamento, condividevano le nostre fatiche, ai tempi non c’era casa del “Movimento” in cui non fosse presente una copia de “ Il Taccuino d’Oro” (io la mia ce l’ho ancora) e lei ha saputo raccontarci fino all’ultimo: in cinquant’anni di scrittura le donne dei suoi libri sono cresciute, invecchiate, hanno fatto figli, incontrato la perdita, vinto delle battaglie, rafforzato la coscienza di sé. Che importa che non ci abbia riconosciuto? Lo sappiamo che spesso tra madri e figlie i riconoscimenti sono difficili, siamo noi che l’abbiamo scelta e ci è servita tantissimo, forse che la raffinata ed esangue Virginia Woolf, altra adozione letteraria del Movimento, si sarebbe riconosciuta nei nostri eccessi? Nelle nostre scompostezze?

Doris Lessing era nata in Iran e cresciuta in Rhodesia Meridionale, l’attuale Zimbawe, amava l’Africa, nel 1937 aveva preso la tessera del Partito Comunista, ha avuto due mariti e tre figli, ha pubblicato il primo libro nel 1950 e l’ultimo nel 2008. Era dotata di una scrittura limpida, precisa e profonda. Da “Il Taccuino d’Oro” al bellissimo “Diario di Jane Somers”, da “La Brava Terrorista” fino al raggelante “Il Quinto Figlio”: cinquant’anni della nostra storia, quella di tutti, non solo delle donne, sta nei suoi libri.

Il giorno in cui vinse il Nobel Doris Lessing, già ultraottantenne, era andata a fare la spesa e tornava a casa carica di borse di plastica. Quando i giornalisti che la stavano aspettando le spiegarono cosa fosse successo, la prima cosa che disse fu: “Oh Cristo”, e si sedette sui gradini della porta. In rete c’è la foto che la ritrae in quel momento e lì, seduta sui gradini in una posa per niente “aggraziata”, le borse della spesa di fianco, il sorriso aperto, era ancora e sempre una di noi.
L’abbiamo riconosciuta un’altra volta.

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