Pulp! – Wish + due mani – L’allegro chirurgo

Questo racconto è scritto a quattro mani. Una blogger, che vuole rimanere anonima, mi ha mandato la prima stesura. L’idea è secondo me molto bella, e così ho fatto un primo passaggio di editing. Poi ci siamo ritornati, con ulteriori revisioni, lavorando proprio a quattro mani. Ho molto discusso con la blogger, lei voleva addirittura che io non dicessi nulla e mi “appropriassi” dell’idea. Ma io credo che si debba dire chi fa cosa. E io, come ho detto, ho fatto l’editor. Ci ho anche lavorato molto. Ho aggiunto, tolto, smussato, levigato, irruvidito, allisciato, formattato. Ho lavorato sul ritmo, sui vocaboli, sulla forma. Ma il nocciolo, il nucleo, non è mio.

Sala-Operatoria

Bussano alla porta. Sono gli infermieri: un po’ di Lexotan e sono già sulla lettiga; mi coprono col lenzuolo, mi portano in sala operatoria e mi poggiano sul tavolo. L’anestesista si avvicina, intuisco un sorriso dietro la mascherina; prepara le sue pozioni magiche ed intanto mi chiede di contare con lui: dieci, nove, otto. E’ bello addormentarsi così, sembra un gioco. Buio.

Percepisco la luce del lampadone centrale dietro le palpebre: sollevarle è una fatica immane. Sento voci, vedo movimento alla mia sinistra; ombre sempre più nette, volti coperti dalle mascherine. All’improvviso realizzo che sono ancora sotto i ferri. Sveglia. La consapevolezza mi colpisce come una frustata. Voglio gridare. Provo a prendere fiato, e non ci riesco. Voglio ingollare aria. Voglio fare un respiro profondo. Voglio inspirare. Non ci riesco. Ma non sto soffocando. Sento una cadenza esterna al mio corpo, ho un affare di metallo in gola che la dilata. Fa tutto lui, mi spinge dentro aria secondo il suo ritmo. Tutto questo è follia. Follia pura. Non è così che deve funzionare. Sono io che devo comandare i polmoni. Aria! Voglio aria! Ne voglio di più!
Stupida macchina, ora ti faccio vedere io.
Adesso respiro.
Ora respiro.
Ora prendo fiato e spezzo questa catena.
Ecco.
Ora.
Niente. Sento nettamente che potrei morire soffocata e resto in bilico tra l’asfissia e la ventilazione forzata. Basta, ora mi alzo e me ne vado. No, prima voglio vedere chi c’è qui, chi ha combinato questo guaio, adesso alzo la testa.
Adesso la giro.
Ora.
Ora la giro.
Ecco.
Ora.
Niente. Ok, basta adesso; adesso mi tiro su.
Adesso piego le braccia e mi tiro su.
Niente, dannazione.
Niente.
Non succede niente.
No, qualcosa succede. Un bruciore intenso che come una scossa elettrica risale la gamba e arriva subito al cervello. E’ un animale affamato con lame roventi al posto dei denti: mi morde l’osso. Voglio scalciare per allontanarlo, provo a muovere la gamba: la gamba non risponde. Sono paralizzata, sto soffocando, soffro come una bestia, il bruciore si propaga, la gamba è diventata un grumo di dolore. Continuo a fissare disperata il chirurgo: guardami! Guardami e smettila di torturarmi! GUARDAMI, SONO SVEGLIA! Niente. Il panico mi serra le viscere in una morsa tanto dolorosa quanto quella dell’osso straziato. GUARDAMI! GUARDAMI, DANNAZIONE!
La telepatia è una grande balla, penso: se non riesco ad attivarla neanche con la disperazione, allora non esiste davvero. Il chirurgo ride, rivolto a chi gli sta di fronte. La paralisi mi impedisce di girare la testa per cercare altri sguardi. Passano i secondi, forse sono minuti; so solo che a me sembrano ore. Non ho neanche lacrime. Non posso neanche piangere. Girati maledetto, girati e guardami, girati e guardami, girati e guardami. Nella mia testa sto piangendo, mi sto lacerando, sto urlando disperata. E l’aria. Dio mio l’aria. Sto boccheggiando. Datemi aria, per favore datemi aria. Per favore. Fatemi respirare, per pietà. In realtà non un suono, non una lacrima, non un movimento, non un respiro mio. Niente, niente, niente. E questo idiota non si gira e non mi guarda.
No, ecco. Eccoti. Finalmente, finalmente eccoti, infame. Eccoti, dannazione. Spalanchi gli occhi, ti accorgi in un istante, per un attimo fai la faccia da pesce lesso. Non potevi guardarmi prima, quando urlavo? Urli tu, adesso, maledetto. Ti sento abbaiare un ordine: “E’ sveglia, è sveglia, addormentala!!!”. Niente conto alla rovescia. Mi sento spinta giù brutalmente, ricacciata nel buio.

Ancora la luce dietro le palpebre. Apro gli occhi di scatto, guardo intorno a me, muovo solo le pupille. Dio fa che non sia di nuovo l’incubo, dio ti prego. Non vedo la lampada, non vedo cappellini verdi, ma ho ancora paura, una paura folle che mi provoca un tremito incontrollato. Urlo a squarciagola, voglio muovermi ma non posso. Non è la paralisi. E’ una donna forte come un camallo che mi blocca mentre grido e tremo convulsamente. Grido disperata, chiamo mamma, urlo con quanto fiato ho in corpo, tento di picchiare la donna, la copro di insulti, sono una furia scatenata. Improvvisamente cedo di schianto e piango. Finalmente posso piangere: mi abbandono tra le braccia della virago e piango, felice: è davvero finita, stavolta.

Chissà se il chirurgo ride ancora.