Lo strano caso del Dr. de Boeuf e del signor Wool – di Francesco Vitellini e swann matassa

La spirale del tempo

Europa, 20 Dicembre 1908

Carissimo lettore,
se stai leggendo questa lettera vuol dire che i provvedimenti che ho preso per conservarla si sono rivelati efficaci, e di questo sono felice.
Ti chiederai chi abbia avuto la sfrontatezza di presumere che le sue parole potessero viaggiare nel tempo. Il mio nome non ti dirà molto, visto che non ho fatto nulla per meritare una fama tale da rendermi degno di essere ricordato nei libri di storia. Mi chiamo Franz de Boeuf.
Sappi solo che sono un figlio del mio tempo, un tempo talmente pieno di fermento e progresso che difficilmente potrà ripetersi, un tempo in cui le fatiche dell’uomo stanno contribuendo a rendere la vita più facile, un tempo in cui l’ingegno dell’uomo si invola verso vette mai sospirate.
In America costruiscono palazzi sempre più alti. Non sono ancora passati dieci anni da quando è stato inaugurato il primo Grattacielo. Pensa, un palazzo alto 42 metri! E c’è già chi pensa a costruirne di ancora più alti. Ma questo è ancora poco rispetto a quello che ha realizzato un ingegnere di Parigi, un certo Eiffel. Nove anni fa, in occasione di un’esposizione, ha inaugurato una torre fatta interamente di metallo alta più di trecento metri! Dicono non ci sia nulla di più alto al mondo. L’ho vista questa torre. Seguire con gli occhi il suo innalzarsi rastremato è come cantare un inno all’ingegno umano. Un inno di metallo. Quanta poesia in una struttura pur costruita col freddo ferro. Questi Francesi!
E mentre alcuni conquistano i cieli un altro, un tedesco, ha costruito una carrozza semovente destinata a conquistare il suolo. Sarà possibile, per ognuno, percorrere distanze infinitamente superiori che non andando a piedi o a cavallo, e in meno tempo. In verità è molto rumorosa e anche fastidiosa, ma non c’è progresso che non richieda sacrificio, giusto?
Ma ci sono anche invenzioni meno appariscenti che, però, sono altrettante attestazioni del genio dell’uomo. Da qualche anno posseggo un grammofono, uno strumento di meraviglie che permette di riprodurre le arie più sublimi semplicemente girando una manovella. La magnifica arte del canto sarà presto a disposizione di chiunque, e non sarà più necessario potersi permettere l’ingresso al teatro. La bellezza sarà a disposizione anche del volgo, e sono certo che questo ne trarrà giovamento, innalzando il suo animo dalle bassezze in cui è, per natura, relegato.
Un italiano, tale Marconi, ha inventato un dispositivo per trasmettere i suoni a distanza, senza un contatto fisico tra chi li emette e chi li riceve. Credo che in futuro saremo tutti più vicini grazie a queste scoperte grandiose.
Il suono, ma anche le immagini saranno di tutti, perché si deve sempre al genio di due francesi l’invenzione di una macchina meravigliosa capace di mostrare delle immagini in movimento. Ebbi notizia di questo portento da un amico parigino che mi invitò a trascorrere il Natale del 1895 a casa sua. Dopo due giorni di bagordi mi propose di andare al Salon Indien che avrebbe ospitato, cito le sue parole, “une chose jamais vue”: la première del cinematografo dei fratelli Lumière. Sentivo dentro il mio cuore che stavo assistendo a qualcosa di epocale.
Immagino che presto chiunque avrà la possibilità di accedere a questa magia moderna.
Quante volte ho sognato di vedere New York, senza avere i mezzi per andare? Ecco, grazie a questa tecnologia in futuro, forse, avrò la possibilità di vedere delle immagini, quantunque il termine sia impreciso, di quella grandiosa città.
Ma c’è un italiano che guarda oltre, molto oltre. L’astronomo Schiaparelli ha scoperto che esistono dei canali su Marte, canali così regolari da essere opera di una qualche intelligenza. C’è vita su Marte, anche se immagino che non sia più una notizia eccitante per te, caro lettore. Sono certo che la Comunità Interplanetaria sia una realtà nella tua epoca. Cosa non darei per esserci anch’io!
La cosa che, però, ritengo più promettente tra tutte per il futuro della razza umana è la serie di prove ed esperimenti che stanno conducendo due miei amici di oltreoceano e che sono culminati, pochi anni orsono, nel primo volo dell’uomo!
L’ultima frontiera è stata oltrepassata, l’ultimo limite infranto.
L’aria, fino ad ora dominio degli uccelli, è entrata a far parte dei domini dell’uomo.
Ammetto che ho pensato a questa lettera sull’onde dell’entusiasmo causatomi da questa notizia.
Quante meraviglie in questo cambio di secolo.
Il vecchio secolo si chiude con scoperte incredibili, mentre il nuovo si apre con invenzioni ancora più straordinarie.
Gli uomini possono parlarsi da lontano, dicono da una parte all’altra del mondo addirittura, grazie a un italiano; possono vedere quello che accade in altre parti del mondo senza muovere un passo da casa, grazie a due francesi; possono viaggiare per lunghissime distanze grazie ad un tedesco e costruire strutture sempre più alte grazie ad un francese.
Possono volare grazie a due americani e, in un futuro che prevedo prossimo, ormai, potranno incontrare abitanti di altri mondi, di strani, nuovi mondi, partendo dalla civiltà marziana supposta da un italiano.

Gentile lettore, spero che tu abbia potuto provare un po’ della meraviglia che provo io. Vivo un’epoca straordinaria e spero che la mia testimonianza possa riuscire a farti capire su quali fondamenta si basa la tua società, in cui certamente ci sarà armonia tra gli uomini di tutte le nazioni, tese ad espandere le loro conoscenze e le loro civiltà oltre livelli per me immaginabili.

Pur essendo quasi certo di non poter ricevere una risposta a questa mia, mi permetto di mantenere un barlume di speranza nel genio umano, osando immaginare che il tempo stesso sia dominio dell’uomo nella tua epoca.

Ho lasciato disposizioni che consentiranno l’apertura di questo cilindro soltanto nell’anno 2030, con la speranza che l’umanità sia fiorita al punto da costituirsi in un’unità di armonia e perfezione.

Ti porgo il mio saluto finale, carissimo lettore.
Che la tua epoca sia radiosa come lo è la mia.

F.d B.

***

Cina mitteleuropea, 17 Novembre 2037

Caro Franz “fesso” de Boeuf,

sarai lieto di sapere che la tua preziosa lettera del 1903 è stata ritrovata intatta… da me, nel mio cesso! Eh sì, perché io appartengo alla seppur numerosa schiera degli sfigati e non mi posso permettere una lavatrice ad ultrasuoni, perciò ancora allago il bagno con quella tradizionale, per la quale non si vendono più i pezzi di ricambio e non c’è uno stramaledetto che sappia o voglia rimettermela in piedi. Non so neanche che ne parlo a fare con te, che nemmeno sai cos’è una lavatrice, e la chiameresti “mirabile invenzione di un genio italiano (o chessò io) consistente in una scatola nella quale puoi introdurre i tuoi indumenti lerci e olezzanti ed estrarli mondi e profumati dopo pochi minuti”. Insomma, per farla breve, ho dovuto fare un buco nel muro per ispezionare le tubature, e invece c’ho trovato il tuo tubo! Non so a chi l’avessi affidato e che posto fosse questo 150 anni fa, ma l’amico tuo ha fatto un lavoro da schifo, perché non siamo neanche nel 2030, ma nel 2037, e la tua importante missiva era bell’e dimenticata.

Ora, se stai leggendo questa mia, vuol dire che quei ladri dei servizi inTEMPOstali, per una volta, non hanno incasinato la spedizione metatemporale, con quello che si intascano ad ogni invio. Pensa te, il loro motto è IL TEMPO È DENARO, che il cielo li fulmini! Ma togliti subito dalla testa quell’idea che vi sta spuntando come un fungo velenoso: non puoi far niente per cambiare gli eventi. Qualunque cosa tu faccia che diverga dal percorso della storia, creerebbe un paradosso temporale. Per intenderci, se tu decidessi di recuperare il tuo cilindro con la lettera, per non farla giungere a me, io non la riceverei, e se io non la ricevessi tu non leggeresti la mia risposta, e se così fosse non avresti motivo di ritirare la tua. Alcuni sapientoni dicono che i paradossi temporali sono pericolosi, che possono far collassare l’universo, ma sono solo dei catastrofisti: i paradossi temporali sono aria fritta, in realtà non esistono, lo sanno tutti, proprio perché sono eventi impossibili, come ti ho mostrato col mio esempio. Qui potrebbe dirtelo anche un bambino e lo sapresti anche tu, se avessi studiato un po’ di fisica quantistica. Lascia che ti dia un consiglio: non provare a fare nulla, non si sa mai quale via di fuga sia prevista nell’ordine universale per mantenere l’equilibrio spazio-tempo. Se decidessi, ad esempio, di rendere pubblica questa tua esperienza scrivendone, il tuo scritto potrebbe banalmente andare perso, ma altrettanto banalmente – ma più infelicemente per te – potrebbe piuttosto venirti un infarto fulminante appena impugnata la penna e tireresti le cuoia. O come dite voi, laggiù nel tempo? Ti verrebbe una sincope, un colpo, insomma ci resteresti secco, renderesti l’anima al diavolo, ci lasceresti le penne – ho reso l’idea, no? In assenza di soluzioni più eleganti, la “terminazione” resta sempre la modalità più pulita ed efficace di risolvere i conflitti, anche per quel buontempone farabutto del destino.

Detto ciò, ho deciso di farti un po’ d’invidia, giusto come parziale risarcimento danni per il mio bagno sfondato. Come dici? Avete un palazzo di 42 metri? Che mirabilia! E quel vecchio rottame della torre Eiffel? L’hanno rifatta in enhanced kevlar dopo che è stata ridotta in briciole dall’attentato americano del 2028 (ma ci hanno versato lacrime solo i francesi). Naturalmente, tu non sai cos’è il kevlar. Ti dirò solo che l’unica cosa mirabile di quella roba, come la fanno oggi, è il modo in cui riflette la luce. Adesso la tua amata torre Eiffel si vede dallo spazio.
Sulla tua carrozza semovente e sulle macchine volanti non mi esprimo, è già patetica la descrizione che ne fai. Sappi solo che a Novel York, che sorge dove un tempo sorgeva New York – saccheggiata e praticamente rasa al suolo durante la crisi del 2019 – ci potrei andare in 4 ore, partendo dalla base della suddetta torre, a Parigi. Certo, potrei, perché per farlo dovrei investirci i guadagni di tre o quattro mesi, quindi nel mio caso è solo un’ipotesi. Noi non andiamo più facilmente in giro per il mondo: non ci serve ed è troppo pericoloso. Del resto, i dispositivi che abbiamo impiantati nelle aree del cervello deputate alla vista, all’udito e all’olfatto ci permettono di ricevere immagini, suoni ed odori di ogni angolo del mondo senza muovere un passo. Ma mi gioco quello che vuoi che la metà di quello che ci mostrano non esiste nemmeno, almeno non più. Altrimenti non mi spiego come mai a Roma l’aria sia così pestilenziale, mentre le trasmissioni di Londra e Città del Capo profumano sempre di mandorli in fiore.

Sai cos’è che spacca veramente, invece? Lo stimolatore cerebrale. Te lo metti in testa e quello ti trasmette la sensazione richiesta. Tu uccideresti, per una cosa così. In effetti, il mio vicino di casa è morto proprio così, l’altro ieri. Con non so quali soldi, era riuscito a procurarsi uno stimolatore cerebrale dell’orgasmo – non te lo dico nemmeno. Ha avuto la brillante idea di vantarsene in famiglia, e il cugino l’ha ammazzato per sottrarglielo, cercando maldestramente di farla passare per un’overdose (troppe stimolazioni ti friggono il cervello, sai). Che poi la parte divertente sta nel fatto che non ha potuto godersi il corpo del reato neanche per un attimo, ché il cugino – il mio vicino di casa, cioè – era in ritardo di 27 minuti col pagamento della seconda rata dello stimolatore, quindi sono arrivati a sequestraglielo e hanno colto sul fatto l’altro a friggergli il cervello, proprio qui, nell’appartamento di fianco al mio, a non più di cinque metri dalla tua preziosa lettera del secolo scorso! Ho saputo che ha patteggiato: ha commutato la pena in cinque mesi di lavoro come cavia umana per la VeraPharma. Se è fortunato, quando finisce riesce ancora a pronunciare il suo nome.

Avevo pensato di scriverti tutto questo per darti un consiglio: goditi la tua epoca, Franz, visto che ne vai tanto orgoglioso, non pensare al futuro, dimenticatene, fai come se esistesse solo l’oggi (il tuo oggi). Poi mi sono reso conto che se avessi davvero voluto darti un consiglio così, non ti avrei proprio spedito questo sproloquio, che tra l’altro mi costerà un occhio della testa.
Invece no, io voglio proprio che tu sappia, vacca boia, che tu sia consapevole: come hai detto tu, sei un figlio del tuo tempo, quindi sei esattamente uno dei responsabili dello scempio che vivo oggi. Tu sei responsabile, con il tuo entusiasmo del cazzo. Tu mi hai condannato a respirare quest’aria putrida, a bere quest’acqua malamente purificata, a mangiare questi cibi sintetici, a guardarmi le spalle dai miei stessi parenti, a non sapere cosa è vero e cosa è falso.
Ah, una cosa vera la so, Franz. Siamo soli, è dimostrato. L’universo è un deserto, è il trionfo del nulla, e il nulla sta cercando di riprendersi quello che è suo anche qui sulla Terra.
Ricordalo. Siamo soli e siamo infelici. E tu ne sei responsabile.

Con affetto,

Tuo,

Danile S. Wool

***

Europa, 28 Dicembre 1908

Carissimo Danile,
ammetto che quando mi è stata recapitata la tua missiva non avevo idea di cosa tenevo in mano.
Immagino che ricevere posta dal futuro implichi una qual certa dose di segretezza. Ovviamente non ci può essere scritto “dal futuro” fuori dalla busta.
Ti confesso che, non conoscendo nessun Danile S. Wool, l’ho accantonata per una settimana.
L’ho ripresa in mano quasi per caso.
Quando ho letto la data il mio cuore ha perso un battito e ho dovuto riprendermi prima di proseguire nella lettura.
Aveva funzionato!
Mi sono messo a leggere con ansia quasi febbrile, ma più proseguivo e più un velo di cupa amarezza si posava sul mio animo. “Non può essere vero”, pensai sul momento.
Eppure, che motivo avresti avuto per scrivermi il falso?
Ho riletto la tua lettera talmente tante volte che ricordo ogni parola a memoria, ed ognuna delle tue parole incide un solco sulla mia vita.
Ho sempre vissuto nella speranza che gli uomini lavorassero assieme per un futuro radioso e migliore, ma avere la conferma che nulla di tutto questo sarà mai è un colpo duro, molto duro.
Prendi tutti i tuoi sogni, raccoglili in un solo grande sogno e poi dagli fuoco. Ecco, forse questo può dare un’idea di come mi sento. Svuotato e senza prospettive, senza voglia e privo di qualsiasi entusiasmo.
Ho accusato una per una le tue ultime parole, ciascuna più incisiva della precedente, e non posso più stimare l’umanità degna del mio amore e del mio entusiasmo.
Hai vinto, in ogni modo possibile e immaginabile, hai vinto.

Non so perché sto registrando sulla carta questi pensieri. Di certo non creerò un’altra capsula del tempo.
Non ne ho voglia e, in un ultimo moto d’orgoglio, non voglio darti la soddisfazione di sapere che hai vinto.

Spero soltanto che

***

Reggio Calabria, 4 Gennaio 1909

Una settimana fa, alle ore 5,20 antimeridiane, la più grande delle sciagure ha raso al suolo, letteralmente, le città prospicienti di Messina e Reggio Calabria. Un terremoto dell’undicesimo grado della scala Mercalli (su dodici gradi possibili), seguita da un ancora più devastante maremoto ha ucciso migliaia di persone e ridotto al nulla decine di migliaia di vite.
La vista per le strade di Reggio Calabria, pur ammettendo che siano ancora degne di tale nome, è della massima desolazione. I sopravvissuti vagano come assenti, inebetiti dalla vista dei cani che si nutrono dei cadaveri in putrefazione. Sembra che nei loro sguardi non sia rimasto nulla di abbastanza umano da permettere loro di riconoscere la loro città per la rovina che è diventata.
I soccorsi sono arrivati con penosa lentezza, tanto che per alcuni giorni la città è rimasta in balìa di bande di malviventi. I pochi sopravvissuti tra militari e tutori dell’ordine hanno dovuto difendersi a rivoltellate più spesso di quanto piaccia ricordare, tanto è regredita l’umanità di chi, quasi in istato di nudità completa, rastrella quello che riesce a trovare per soffocare i morsi della fame e per resistere nelle notti flagellate da piogge torrenziali.
L’enormità dell’accaduto sta lasciando le menti dei sopravvissuti poco per volta, grazie anche all’organizzazione dei soccorsi, per quanto approssimativa e stentata al momento in cui scriviamo.

Riferiamo anche di un a scoperta assai curiosa.
Tra le poche case rimaste in piedi, fatto che sembra un miracolo, considerando la terrificante devastazione del territorio reggino, c’è una piccola dimora in località Gallina, sita alle spalle della città su un rilievo collinoso, dal quale la vista spazia su tutto lo Stretto.
Ebbene, il fatto che la casa sia rimasta in piedi ed una singola trave sia l’unica cosa interessata dal terremoto di per sé non costituisce una notizia di grande interesse. Ma se si considera che quell’unica trave nel cadere ha ucciso il padrone di casa, mentre il resto dell’abitazione non sembra aver nemmeno notato il terremoto che ha desertificato innumerevoli centri abitati e due città piuttosto grandi, viene da pensare se il destino non abbia il senso dell’ironia.
I vicini della tenuta, interrogati sull’uomo, dicono fosse una persona assai riservata, e, difatti, le notizie che ne abbiamo ricavato sono molto poche. Come sempre, il mistero alimenta le fantasie delle genti e molti hanno lasciato intendere che il padrone di casa non fosse del tutto in possesso delle sue facoltà mentali.
Nella casa abbiamo trovato altra corrispondenza, soprattutto con ingegneri e uomini di scienza molto in vista, il che ci fa concludere che il morto fosse uno studioso, molto ben collegato nel mondo degli intellettuali europei.
Abbiamo avuto modo di vedere l’interno dello studio della casa. Il cadavere è stato trovato riverso sulla scrivania, chiaramente ucciso dalla sovrammenzionata trave.
L’uomo, di circa quarant’anni, era intento a redigere una lettera, ed è proprio questa la cosa più strana della faccenda.
Sulla scrivania abbiamo trovato tre lettere. Due delle lettere sono datate all’anno appena trascorso, una precedente al terremoto (28 Dicembre scorso) e l’altra, incompleta, porta la data del 28, evidentemente non completata per la morte sopraggiunta all’improvviso.
L’altra lettera è scritta con una diversa calligrafia e usa termini inesistenti. La cosa più strana è la data: l’anno è il 2037!

Che sia un caso di Dementia Praecox? O si trattava, piuttosto, di un giuoco letterario?
Purtroppo queste domande sono destinate a rimanere senza risposta, così come il vero nome dell’uomo più sfortunato del mondo.