PULP! – Mododidire – Damnatio Memoriae

Non ci crede nessuno che io qui ci sia venuta volontariamente, tutti pensano che fosse per la proverbiale povertà della mia gente. Che mi sia chiusa su queste finte alpi deserte e maligne per gioco. Non ci crede nessuno, nessuno, nessuno. Tre volte. Tre volte gira la chiave per chiudere la porta della mia camera. Che sembra la camera di quando studiavo. Che sembra la camera di quando giocavo con le bambole. E io qui mi sento meglio, mi sento protetta.

Questa è buona, è pastosa e senza grumi.

Non sa di detersivo, forse finalmente ho trovato un luogo in cui non pulisce quella cagna con la sifilide dell’inserviente. Sulla sua gonna dev’esserci un sacco di polvere, di quella sporca, appiccicosa.

Sì Gesù perdona perché ho peccato, mangio la polvere per punizione. Mmmh. Questa è anche migliore, perché sta sul legno, sul legno gli acari hanno un altro sapore.

È che la mia lingua ha perso tutta l’agilità di un tempo, quando ero ragazza denti e lingua lavoravano bene anche gratis.

Oggi ho un velo diverso, ho messo un sottogonna ricamato, speriamo non lo veda la madre superiora al suo ritorno dal ritiro, con quell’idea di dio ancora maschio e di cristo fattosi uomo per sacrificio e non sadomasochismo tradizionale. Fuori dalla porta della mia stanza c’è Fabbro.

Fabbro come Fabrizio e Fabbro come fabbro. Suor Costanza mi ha chiesto di chiamare qualcuno per riparare l’ascensore, Suor Teresa è ormai così vecchia che le piccole caviglie potrebbero polverizzarsi da un momento all’altro e non può fare troppi piani a piedi.

Sì sì le ho promesso che lo avrei chiamato nel fine settimana, quando tutti sarebbero rimasti in ritiro sulla collina.

Fuori da questa stanza c’è Fabbro, il mio personale percorso spirituale.

Iniziato troppo presto con una lama, mentre il vostro, ragazze, iniziava con baci. Vi ho viste, nascoste nel vicolo dietro la chiesa, dove non passa mai nessuno, perché ciò che circonda una chiesa è ancora luogo sacro.

Voi non avete sentito niente, nemmeno le urla provenire da quella gabbia di macellai, sulla gonna sporca di sangue mia madre ha messo della candeggina, mi è rimasto da allora solo l’onore della polvere. La sua unica compagnia su un tavolo da lavoro pieno di lui e vuoto di me. Vai a portare questi soldi a Fabbro, non sono sufficienti a ripagarlo di quello che fa per noi, ma è già qualcosa.

Io l’ho ripagato bene, papà, non sono in credito con nessuno. Gli ho consacrato questa veste e questo Golgota, senza che le sue rozze mani me l’avessero chiesto. Né le mani, né il seghetto del legno, quello con cui mi è stata sbarrata la strada per fuggire, sfregiata la fica.

Io ho pagato, ho pagato tutto.

Guardami INRI e chiedimi scusa per quello che mi devi. Non parlo degli anni di piacere, Gesù, ma di una croce piantata tra le due gambe dove c’è il sapere e il sapore degli uomini, dove si decide il bene il male e quello che sta in mezzo.

Sono grata alla polvere per avermi fatto compagnia nella bottega di legno, perché da allora mi nutre, unica madre dei peccatori.

È arrivato il momento di aprire e richiudere questa porta, non prima di aver leccato la chiave. Sulla chiave, si sa, rimane tutta la polvere della serratura, quella intima, del misto di metallo e legno. Fabbro è invecchiato più di me, di sicuro ha prestato soldi a mio padre fino a provocargli un infarto. Vedo i capelli che restano e quelli che mancano dal vano dell’ascensore. Lui non vede me, e questo mi fa sentire bene, così bene che vorrei leccare ogni angolo di questa cella di ferro battuto e rubarne ogni granello come fosse diamante.

Sono al secondo piano, lui è al piano terra e armeggia con cavi e funi rumorose e io vorrei dirgli perché ti affatichi tanto, lascia perdere, non hai senso e non ha senso quello che fai. Non ha senso nemmeno che tu abbia salutato suor Azzurra che è completamente sorda e ho fatto in modo di nascondere il suo apparecchio acustico proprio stamane.

Prima di iniziare, da bravo professionista scrupoloso e attento, hai spostato la levetta, bloccato il vano di legno e vetro che ci porta su e giù. E hai fatto in modo che il macchinario più rumoroso della bottega quel giorno funzionasse e nascondesse le urla i respiri i rumori e i cigolii del tuo culo sul bordo del tavolo.

Non hai tolto la corrente, però, perché sai che il problema non sta lì.

– Buonasera – ti dico dall’alto

– Buonasera sorella – rispondi.

Ma ho il dubbio che tu non mi abbia visto in faccia.

Allora scendo di un piano a piedi e sembri quasi sconvolto.

Di vedermi così, ancora bella e più pulita di te. Pensavi che ti provocassi anni fa, quando ancora ti servivo il caffè con mamma nella mia sala da pranzo, pensalo ora, mentre sei quasi appeso a una fune.

Faccio in modo che tu mi veda, con la faccia in aria mentre muovo la levetta che non fa rumore e che io so sbloccare da anni, perché da anni so fare contemporaneamente me stessa e il mio uomo. Ed entro nel vano.

– che ne dici, Fabbro?

Non fai in tempo a dire nulla che io premo un pulsante a caso di questa vecchia bara, e il tuo piede incastrato in due funi comincia a scricchiolare male, così lentamente che quasi sento un leggero pizzicore al basso addome. Ma faccio un piano solo, per godermi meglio le urla che coprono il rumore delle ossa, che si dice faccia raggelare i medici e gli orsi polari.

– Che cosa urli, appeso come un salame, Fabbro? Cosa ci fai lì? –

Dio come spero che tu non abbia sbattuto la testa alla ringhiera facendoti sollevare male. Ti voglio lucido, almeno l’ultima volta.

– Libero la presa, resisti – urlo. Ma si capisce che sto ridendo.

Faccio risalire l’ascensore di un piano e tu ritorni giù, urlando, stringendoti la gamba al cuore, come se ce l’avessi sopra le gambe il cuore, e non pensi a uscire dal vano con la gamba che ti resta perché non credi che oltre ai miei denti che ti mordono a sangue i testicoli a quattordici anni ci sia una testa sotto questo velo che morde ogni giorno grani di rosario.

– Fabbro, non si urla nella casa del signore – ti dico, mentre faccio scendere la cabina del tutto, con lo scopo di schiacciare ogni angolo del tuo involucro inutile.

Non ho paura, stavolta. Con me c’è la forza di dio, della giustizia, della temperanza, i santi e i martiri mi guardano applaudendo.

Gloria a me e un secondo dopo al dio degli stuprati.

Oramai sono un piano sopra di te, senza che tu abbia nemmeno un attimo per accorgerti del pericolo, e questo mi dispiace, perché devi avere paura.

Allora ti dico di spostarti, mettere la testa nell’angolo scoperto del vano, e tu lo fai trascinandoti come il verme che sei.

Poi ti schiaccio così forte che l’urlo non lo sento più ma ho paura che stavolta suor Azzurra ci sia riuscita, e mi siedo.

– Se non fosse per questo strato di legno sarei seduta sulle tue costole, Fabbro.

Apro le porticine e guardo la tua testa uscire dal corpo strisciante, dal collo solo leggermente violaceo, dalle mani che ancora si aggrappano da sole, staccate dal resto.

– Ti piace? O preferiresti tornare indietro nel tempo?

Ti libero, mandando l’ascensore al piano di sopra.

Via, credo che tu non possa muoverti, scendo a darti una mano.

Male. Put…an…

– Cosa dici? Non capisco. Possibile che in tutti questi anni tu non abbia ancora imparato a parlare? Biascicavi del dialetto incomprensibile che è andato peggiorando, vedo. Sforzati di parlare bene, su. Fallo per tua madre che è morta mentre ti partoriva per lo schifo che le facevi, unta di sporco e di infezione di te. Ti ricordo che posso fare scendere nuovamente questa cabina…

– Per…ch.. Perché…

– Perché hai peccato, Fabbro. Che domande. Non so se più succhiando anche le ossa della mia famiglia o se per l’avermi consacrata al male per primo e per ultimo. E chi sbaglia, paga. Così dice Salomone: “O Dio, dai tuoi giudizi al re e la tua giustizia al figlio del re, ed egli giudicherà il tuo popolo con giustizia e i tuoi afflitti con rettitudine. I monti porteranno pace al popolo e i colli giustizia. Egli farà giustizia agli afflitti del popolo, salverà i figli del bisognoso e schiaccerà l’oppressore“.

Se continui a muoverti farai il mio gioco. Ricordi Fabbro? Sono le tue raccomandazioni. Insieme a Stai zitta, stai zitta, le brave figlie stanno in silenzio.

– Ti prego lasciami andare.

– Puoi andar via solo da lì. È una fessura. Ti penti di aver mangiato così tanto sulla fame degli altri, Fabbro?

– No, puttana.

– Sono stupita che tu riesca ancora a parlare, ma che tu pianga è segno che qualcosa sta uscendo da te, e non è sperma.

– Ora che non hai più addosso queste tonnellate, ti restano soltanto tonnellate di peccati, usciranno tutte fuori insieme al sangue, non temere. Ti ho liberato per questo. Ti sto salvando.

– Ti farò arrestare e pagherai, figlia di puttana, per le gambe che hai aperto sulle mie, perché volevi assaggiarlo.

– Io sono già in arresto, io ho pagato a dio.

– Non lo faresti drizzare nemmeno a lui.

– Non di certo a te, non più a giudicare dalle voci che girano in paese.

– Lasciami andare, pagherò tutto quello che ho preso.

– R U B A T O, Fabbro. Si dice rubato.

– è stato tuo padre a mandarti da me vestita in quel modo, sapeva che toccavo io le figlie per primo.

– Avrà pagato anche lui, anche se non con fili d’acciaio attorcigliati sulle articolazioni.

– Salvami, ti prego.

– Non posso fare nulla per te, Fabbro. È un incidente, nessuno sospetterebbe di me, come nessuno ha sospettato di te il giorno che mio padre mi ha mandato a restituirti soldi e piacere.

– Va all’inferno.

– Ci sono già stata. Ma ora sono buona, pura. Lo vedi? Mi sta purificando il tuo sangue… Si rimargina la mia ferita, guardala. Ti piace questo sottogonna? Potresti evitare di sputare mucose? Sporchi il pavimento. Che bocca grande che hai, potresti quasi sputare i polmoni da un momento all’altro.

Quello che posso fare è ungerti del mio sacro crisma che ti piaceva tanto, prima che tu muoia.

L’ascensore ti schiaccerà a tonfi sordi, e io succhierò il tuo dito, di polvere, sangue e sesso, finché non sarà freddo.

Così l’avrò fatto a dio.

Ora lasciami premere il pulsante. E salutami quel porco di mio padre, quando te ne andrai.

Ti accompagno con un canto, perché tu non ti senta solo mentre vai a peccare in un altro mondo.

Suora

L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.